Natale Zoppis – Frutti dell’Eden

Torino - 21/06/2012 : 28/07/2012

La personale è centrata sulla riproposizione di una storica installazione, attualissima a tutt’oggi, presentata per la prima volta a Poprad, in Slovacchia, nel 1995, all’interno di un edificio di archeologia industriale.

Informazioni

  • Luogo: ABF - SCATOLA CHIARA
  • Indirizzo: Via Amedeo Peyron 18 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 21/06/2012 - al 28/07/2012
  • Vernissage: 21/06/2012 ore 18
  • Autori: Natale Zoppis
  • Curatori: Edoardo Di Mauro, Daniela Giordi
  • Generi: fotografia, personale
  • Orari: dal martedì al sabato, orario 16,00 – 19,00 e su appuntamento. Giorno di chiusura al pubblico: domenica e lunedì.

Comunicato stampa

el 2006 ho curato una rassegna intitolata “L’immagine reincantata”, dove il mio obiettivo cercava di cogliere l’evoluzione di una linea stilistica legata all’uso delle tecnologie, quindi fotografia, video ed immagine digitale, i cui presupposti teorici mi paiono in buona parte validi tutt’oggi per descrivere un importante settore della ricerca artistica contemporanea che sarà, tra l’altro, il tema, quest’autunno, della quinta edizione della Biennale del Piemonte..Il “reincanto” di cui parlavo nel titolo della mostra, stigmatizzava una nuova fase epocale in cui siamo ormai entrati : dopo la plurisecolare prevalenza del razionalismo introdotto dal Rinascimento e confermato dall’Illuminismo, dominato dal “logos”, le tecnologie immateriali ci hanno introdotti nella civiltà dell’immagine, in cui si assiste ad una ripresa di valori magici e rituali che collegano la nostra epoca ad un passato premoderno con la ricomparsa di antichi archetipi ed una nuova dimensione comunitaria in cui l’individuo vive attraverso lo sguardo e le leggi degli altri. Dall’epoca del disincanto si passa a quella del reincanto, anche se è evidente che stiamo vivendo una fase di ingresso e di assestamento caratterizzato da innumerevoli contraddizioni. La fotografia, l’immagine digitale, il video non vengono adoperati, come quasi sempre avveniva in Italia negli anni Novanta, in un’ottica di appiattimento sul reale ma per condurre l’interiorità del singolo autore a stabilire un rapporto empatico con l’esterno, in una dimensione spesso rarefatta ma non per questo meno efficace, dominata dalla volontà di narrare, di evidenziare l’aspetto simbolico di quanto è al tempo stesso dentro e fuori di noi, privilegiando una poetica del frammento come elemento atto a gettar luce sulla complessità del reale. Natale Zoppis è un autore di vasta esperienza, il cui lavoro risponde, con modalità del tutto personali ed assolutamente distanti dalla proposta di un’immagine spettacolare e consolatoria, ad alcuni dei presupposti prima citati. Caratteristiche del progetto estetico di Zoppis sono la volontà di cortocircuitare passato remoto e presente, la ricerca sulla funzione tecnica e sulla memoria dello strumento fotografico molto al di là del suo uso artistico, la centralità del corpo come elemento privilegiato di rappresentazione. Nel primo ambito va sottolineata l’attenzione dell’artista nei confronti del rito, che dalla sua remota origine mitica viene contestualizzato nella dimensione del contemporaneo, dove mantiene intatta la sua forza evocativa, in una congiuntura epocale caratterizzata da una condizione fluttuante di “eterno presente”. Infatti una delle principali funzioni del rito è quella di rispondere alla “crisi della presenza” dove, davanti al conflitto tra soggetto e natura, l’uomo si sente in una condizione di pericolo rispetto al proprio essere al mondo. Da qui la sua funzione sociale che, pur essendo pratica all’apparenza antiutilitaristica, riuscendo ad offrire modelli di comportamento stereotipati, garantiti dall’abitudine e consolidati dalla tradizione, fornisce un ausilio fondamentale nel superare, o quanto meno aggirare l’ostacolo. Il secondo punto è testimoniato dall’attenzione di Zoppis alle tecniche della fotografia, in particolare alla pellicola polaroid, ma anche a forme d’arte oltre l’arte, legate alla ritualità popolare, o recuperate nell’immensa banca dati degli archivi fotografici e delle immagini anonime, prezioso giacimento per scoprire ed illuminare l’anima dei tempi che scorrono e preservarne la memoria. La poetica del corpo, suo e di altri, è un’altro del caratteri distintivi dell’autore, e ne accompagna la produzione nel corso degli anni. L’esibizione dei corpi, nel caso di Zoppis ben distante da una visione armonica e apollinea, semmai attenta a rimarcare con realismo l’imperfezione od addirittura la sofferenza e la deformità, rappresenta una barriera estremamente concreta nei confronti del dominio dell’immagine sul logos, ed il tramite della fotografia rappresenta un viatico fondamentale per simboleggiare questa strategia. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla volontà di ricomporre una identità individuale, liberandola dalla dispersione causata dai molteplici e contraddittori effetti della tecnologia e della dialettica vigente tra organico ed inorganico, realtà concreta ed universi virtuali, oggetti e simulacri. Le coordinate stilistiche prima elencate trovano esemplare sintesi nell’allestimento “Frutti dell’Eden”, ordinata presso i locali della galleria Scatola Chiara di Daniela Giordi, non a caso interessata non solo all’attualità della ricerca fotografica ma anche alla sua storia e preservazione. La personale è centrata sulla riproposizione di una storica installazione, attualissima a tutt’oggi, presentata per la prima volta a Poprad, in Slovacchia, nel 1995, all’interno di un edificio di archeologia industriale. Riprendendo testualmente la descrizione originale dell’installazione : “ “Frutti dell’Eden”è la sacralizzazione del profano. All’interno di un edificio di archeologia industriale, viene eretto un altare laico nel nome di Adamo ed Eva a cui viene portato in dono mele e cenere, i frutti della vita e della morte. Eva è rappresentata dall’immagine di una ragazza scoliotica recuperata da un archivio medico-ospedaliero. L’immagine di Adamo è un autoritratto dell’autore”. Nella versione originale le due grandi fotografie vennero esposte senza alcuna protezione. In seguito l’autore le conservò all’interno di due grandi cornici-teche, a preservarne il valore di reperto - reliquia, aggiungendo memoria a memoria. In quest’opera sono contenuti gli aspetti salienti della poetica di Zoppis, l’interesse per l’ancestralità del mito, questa volta addirittura primigenio, in quel Giardino dell’Eden terra di felicità che compare nelle narrazioni non solo dell’Antico Testamento, ma anche di molte altre religioni orientali, attualizzato al presente nella dimensione del rito. Le due figure dei primi umani vengono secolarizzate, quella della donna ricorrendo ad una immagine di archivio, l’uomo adoperando la fisicità dell’autore, entrambe rappresentate di spalle ed evocanti un senso di disarmata resa di fronte alla loro nudità, trasferiti dalla dimensione del sacro alla celebrazione di una profana laicità.

Edoardo Di Mauro, maggio 2012