Mustafa Sabbagh – XI Comandamento: Non Dimenticare

Forlì - 21/10/2017 : 07/01/2018

In seno alla sua grande antologica ai Musei San Domenico XI Comandamento: Non Dimenticare (14.10.2017 — 14.01.2018), Mustafa Sabbagh interviene negli spazi della Fondazione Dino Zoli Arte Contemporanea con due opere installative

Informazioni

Comunicato stampa

In seno alla sua grande antologica ai Musei San Domenico XI Comandamento: Non Dimenticare (14.10.2017 — 14.01.2018), Mustafa Sabbagh interviene negli spazi della Fondazione Dino Zoli Arte Contemporanea con due opere installative: Made in Italy - Handle with care (2015), 30 tavole che mostrano, come sullo scaffale di un supermercato, il campione mercificato di un’umanità minore, e Made in Italy — Lost Home, lavoro site-specific in cui sono allineate otto brande con sopra, abbandonati su ciascuna, pantaloni provenienti da ogni angolo del mondo, gli stessi indossati dai fanciulli ritratti nel progetto fotografico



Made in Italy© — Handle with care è una delle opere più ambiziose di Sabbagh, acquisita dal Museo MAXXI di Roma (2015), ritraente una serie di scatti di giovani uomini sulla riva dell’Adriatico. Eretti sulla riva come idoli su una soglia, indossano pantaloni troppo grandi, che danno ai loro corpi di eroi fanciulli un’apparenza sgraziata. Ciascuno è descritto in una didascalia a parte, in cui della merce — i fanciulli — si illustrano le caratteristiche tecniche, origine e tipologia. Quello di Sabbagh è un post-umanesimo ironico, un graffio sulla pelle fragile delle nostre convinzioni ancora umanistiche, ancora residuamente greche, che ci interroga a lungo (perché il segno del graffio rimane) sulla convenienza di quelle convinzioni, sulla loro ipocrisia e strumentalità. Il graffio è sempre impresso su una pelle, il grande tema della poetica di questo artista apolide, che ricorre come un topos in molti suoi progetti: la pelle dipinta di nero, i pantaloni indossati dai fanciulli come una seconda pelle, il tessuto a brandelli cuciti assieme delle brande, è l’involucro sfibrato di un’umanità immune al dolore, che ha nella merce il suo unico, ultimo idolo.


I pantaloni troppo grandi, l’ultima pelle del migrante, sono abbandonati su brande allineate in cui l’ordine della scena tradisce un vizio di forma, in cui nulla è ciò che sembra. Le brande sono zoppe, il loro equilibrio è precario, la presenza del migrante è suggerita da un’assenza, dalla presenza di un involucro. I pantaloni come segno di una muta larvale, come il resto abbandonato da una mutazione del fanciullo migrato in prodotto identificabile da lotto, pellame e fototipo. “Tessuto come scampolo, come brandello e come trama, come rete sociale di appartenenza e come volontà di apparenza attraverso un ordito”, dichiara Sabbagh. Quello che l’artista mette in scena in questi spazi, connettendosi a una delle principali vocazioni del Gruppo Dino Zoli — la produzione tessile — è una pièce occidentale in cui la tragedia è invisibile perché ormai, come forma arcaica, non ha più il teatro come luogo, ma il mondo intero.