Musiche in un interno

Saronno - 05/05/2017 : 30/06/2017

Musiche in un interno è un titolo usato per una mostra dedicata a Francesco De Rocchi nel 1989, una mostra che era così ben riuscita da indurre il Chiostro a usarlo ancora per questo confronto a tre, in cui lo stesso De Rocchi è tra i protagonisti.

Informazioni

Comunicato stampa

Musiche in un interno è un titolo usato per una mostra dedicata a Francesco De Rocchi nel 1989, una mostra che era così ben riuscita da indurre il Chiostro a usarlo ancora per questo confronto a tre, in cui lo stesso De Rocchi è tra i protagonisti


Il critico Stefano Crespi aveva con cura amorevole composto un testo di accompagnamento che culmina in una sintesi perfetta che pure si adatta alla esposizione in apertura a Saronno e che vede la pittura chiara di De Rocchi affiancarsi alle fotografie “teatrali” di Lelli e Masotti e ai dipinti sospesi di Franco Marrocco.
Così ha raccontato il letterato: “Nella segretezza degli interni trascorrono musici silenzi, malinconie, perdute armonie. Nei momenti più significativi dell’arte, la pittura non è “un frammento”, non è luce fuggitiva. Le presenze silenziose di questi strumenti sono l’ininterrotto racconto di una più vasta nostalgia: ritmo in una infinita sinfonia”. Nel viaggio universale della musica infatti, ogni strumento dipinto da De Rocchi “tenta di imprigionare l’armonia del tutto, o quanto meno di descrivere il suono del mondo, che rimanda alla fantasmagoria della cupola di Gaudenzio Ferrari dipinta nel Santuario di Saronno e alla passione dell’artista, biograficamente accertata, per il canto e la musica; E’uno scenario intimamente sentimentale quello di De Rocchi, specialmente quando ritrae gli angeli dolcemente musicanti, come già il Bergognone e il Luini.
Riferimenti alla grande storia dell’arte, da Giotto a Piero della Francesca o alla fotografia classica ricorrono anche nelle impostazioni spaziali di “Lelli e Masotti”. Nelle loro foto si respira il raro e profondo suono del silenzio. Ma non è il silenzio agghiacciante della camera anecoica, è un silenzio che dà pace ed evoca musica. E’ una qualità di silenzio che trasforma la capacità di percepire l’ambiente: “quando si vive il teatro per molto tempo lo si sente come casa propria. Quando è vuoto si percepisce un’intimità straordinaria” da Lelli e Masotti, La vertigine del teatro, Nomos ed.
Del resto per dare il meglio di sé, la musica ha bisogno del silenzio anche mentre suona, queste le parole di Pierangelo Sequeri a descrivere la pittura di Franco Marrocco, ossia spiega: “La musica ha bisogno di un luogo accogliente in cui arrivare e dispiegarsi, in piena libertà…il silenzio musicale non è vuoto, è pieno di musica che sta per arrivare. Quando l’attesa è diventata pura e non aspetta altro se non lei, lei arriva”.
Marrocco ha imparato ad abitare – visivamente – la soglia del tempo, che è il luogo della musica, come evidente nella scelta di opere per questa mostra, tra le più liriche e pulsanti di quel battito ritmico e vitale che è dato dall’emergere della luce e dei segni dal profondo della materia pittorica, stesa per velature sottili, stratificate, secondo una pratica antica.





Francesco De Rocchi nasce a Saronno nel 1902. Inizia a dipingere giovanissimo, sull’esempio del padre e del nonno, che erano affrescatori e decoratori di interni. Nel 1919 si iscrive all’Accademia di Brera, frequentando i corsi di Ambrogio Alciati. Nel 1927 vince il Premio Sallustio Fornara con La Siesta. L’anno successivo espone alla I Sindacale lombarda l’opera La fantesca, che dà occasione a Raffaello Giolli di definire la sua pittura “la più anticlassica, la più antibarbarica, la più antinovecentesca” Nella Milano di fine anni Venti la sua ricerca affronta questioni nodali del dibattito pittorico: il lirismo del linguaggio elementare contrapposto alla sapienza classica del disegno,i valori del colore-luce contrapposti a quelli del chiaroscuro e del volume; il segno-luce e la vibrazione ritmica della superficie contrapposti alla campitura. Eppure,al di là dei pur importanti problemi di linguaggio, è soprattutto una nuova concezione filosofica che si individua nell’opera di De Rocchi. Nei suoi quadri prende vita, infatti, un teatro di comparse che restituiscono un ritratto stupefatto e sottilmente sofferto dell’uomo, anche se venato sempre di un sentimento di speranza.In questo stesso periodo conosce Persico, che lo invita a una collettiva nella neonata Galleria del Milione (novembre 1930). Intorno a Persico, che predica valori anticlassici, contrapponendoli al classicismo sarfattiano, si raduna la generazione dei giovani artisti. A partire dal 1930, De Rocchi schiarisce i toni della sua tavolozza, giungendo a una monocromia di intonazione prevalentemente rosea, affidata anche a una raffinata tessitura della superficie, che reinterpreta l’analiticità della pennellata divisionista e la matericità della tradizione ottocentesca lombarda. Nel 1934 viene invitato con una personale alla Biennale di Venezia e due anni più tardi vince con l’opera La popolana lombarda. il Premio Principe Umberto, allora il più ambito dai giovani artisti milanesi. Muore nel 1978 ed è sepolto a Saronno dove si trova il Museo a lui dedicato, nelle sale di Villa Gianetti.







Strumenti Musicali - 1932,olio su tavola,cm. 66x55

Strumenti musicali, 1932, olio su tavola, cm. 55x66






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Teatro Comunale di Ferrara, fotografia su carta gicléé












Lelli e Masotti sigla creata in occasione della collaborazione con il Teatro alla Scala a partire dal 1979, riunisce due fotografi d’arte e spettacolo internazionalmente riconosciuti: Silvia Lelli e Roberto Masotti. Nati a Ravenna hanno entrambi terminato gli studi a Firenze. Si sono trasferiti a Milano nel 1974. Da allora operano esplorando le performing arts e le musiche soprattutto, producendo fotografie e organizzandole in esposizioni, installazioni e pubblicazioni. Si sono dedicati via via ad artisti come: Keith Jarrett, Miles Davis, Demetrio Stratos, Frank Zappa, Jan Garbarek, Franco Battiato, Arvo Pärt, John Cage, Pina Bausch, Tadeusz Kantor, Pier’Alli, Merce Cunningham, Claudio Abbado, Leonard Bernstein, Riccardo Muti, Giuseppe Sinopoli, Sylvano Bussotti, Maurizio Pollini, Kim Kashkashian, Placido Domingo, Carla Fracci, Karlheinz Stockhausen, Luciana Savignano, per nominarne solo alcuni. Hanno sviluppato un’attitudine per la scena e lì si sono espressi in più occasioni anche tramite il video verso il multidisciplinare. Hanno inoltre dedicato lavori alla natura, al paesaggio e ai teatri in Italia, ai direttori d’orchestra, al pianoforte. Il loro vasto archivio è fonte inesauribile per l’editoria e la produzione discografica. Hanno partecipato in anni recenti alle mostre internazionali: The Artist’s Eye a Cork, Lewis Glucksman Gallery, Irlanda, Think of your ears as eyes al Ara Art Center di Seoul, Korea, ECM, a Cultural Archaeology alla Haus der Kunst in Munchen, Germany, la Biennale Internazionale d’Arte a Venezia, The Freedom Principle: Experiments in Art and Music, 1965 to Now al MCA a Chicago, Claudio Abbado, fare musica insieme, Firenze, Musiche alla galleria nazionale di Perugia (2016), poi si ricordano “vedere come sentire” promosse rispettivamente dagli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Madrid e la Lectio Magistralis tenuta alla Triennale di Milano.


Franco Marrocco nasce a Rocca d’Evandro nel 1956. Diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, è oggi Direttore all’Accademia di Brera. Dopo iniziali esperienze vicine a un realismo di marca espressionista, e una fase in cui la figurazione si anima grazie a un colore intensamente espressivo, Marrocco matura un linguaggio astratto dall’ esito fortemente personale, giocato su una intricata unione di materia, luce e colore. La sua ricerca è condotta partendo dall’indagine memoriale, riflessiva e autobiografica, espressa con una pittura più gestuale ed energica fino alla metà degli anni Novanta, più lirica ed evocativa nella fase recente. Negli ultimi dipinti le immagini astratte lasciano affiorare reminescenze figurative dall’aspetto fitoforme, che viene quasi occultato da un sottile gioco di chiaroscuri. I lavori di Marrocco hanno bisogno di intervalli anche molto lunghi di lavorazione, dal momento che il risultato finale appare solo dopo numerose velature di colore. Apparentemente compatte, le varie parti delle opere sono ricche di forme celate che si svelano, di tracce di colore e di luce, di segni indecifrabili, ma ripetuti e o costanti, che definiscono quasi un codice inconscio. Nel 1989 espone con successo i primi cicli alla Chambre de Commerce Italienne pour la France di Parigi, al Castello Saraceno di Acropoli e alla Chiesa di Santa Maria a Nives di Rimini, mentre gli anni Novanta sono segnati dal riconoscimento avuto nelle personali a Palazzo dei Priori a Perugia (1991), al Palazzo d’Europa di Strasburgo (1994), al Parlamento europeo di Bruxelles (1998), al Palazzo Reale di Caserta (2000). Tra le più recenti personali si ricordano nel 2012 la grande mostra organizzata dal Comune di Frosinone, quella ambientata nel Castello di Sartirana e nel 2016 la personale a Palazzo Collicola a Spoleto.




Musicante,tecnistasutela,cm.200x200,2001-2002