Montaggio delle attrazioni

Roma - 13/01/2012 : 15/03/2012

La mostra Montaggio delle attrazioni riecheggia il procedimento di concatenazione delle immagini cinematografiche del cineasta russo Ėjzenštejn. Il principio allestitore è infatti quello di predisporre un fitto dialogo, quasi un’attrazione, tra due o più opere nello stesso spazio.

Informazioni

Comunicato stampa

Trovare il titolo a una mostra o a uno spettacolo è un’incombenza che mi tocca, piacevole rovello, alcune volte l’anno. Il giusto titolo, calzante, vuole i suoi tempi per rivelarsi. Può darsi che venga alla luce di getto, vena carsica snidata dal mio bastone appuntito di rabdomante. Più spesso, però, l’idea buona non sgorga subito. E’ stato questo il caso di Montaggio delle attrazioni. Così definì il cineasta russo Sergej Ėjzenštejn il suo processo di assemblaggio delle immagini filmiche disposte in sequenza

E per l’appunto cos’è questa mostra, fatta salva la diversità strutturale del cinema, se non una ricerca di relazione tra le immagini, nella fattispecie dipinti e sculture? “Ecco, la mostra è montata” ho come sempre mormorato tra me e me alla fine dell’allestimento. In quel momento, sgominando gli altri titoli in lizza, mi è scattata l’associazione con Ėjzenštejn.
È pur vero che il modo di allestire le mostre non può essere più lo stesso dopo il consolidamento dell’installazione come nuova forma d’arte. Essa è sì la provvidenziale foglia di fico, il comodo escamotage cui ricorrono tanti sedicenti artisti. Ma non si può negare che abbia nobilitato l’idea di spazio, elevato da mero contenitore a rango di opera d’arte, fondata sull’equilibrio d’insieme dei singoli elementi in gioco. In linea di principio è con questo spirito che allestisco spettacoli e mostre.
Ed ora inoltriamoci nelle cinque sale espositive. Quella di Di Stasio è una vera e propria scatola ottica dove due pitture si fronteggiano: un gigantesco viandante nudo provvisto di bastone che sovrasta la città notturna, e lo stesso gigante divenuto lillipuziano, visto come attraverso un cannocchiale rovesciato. Il lavoro maniacalmente figurativo di Di Stasio è perfetto per gli illusionismi. Nella sala accanto c’è un duplice ritratto di Stalin dipinto da Del Giudice. Uno dei due quadri, dai toni grigi e pennellate qua e là di rosa e verde, ritrae il dittatore russo con i suoi baffoni spavaldi e gli occhi di ghiaccio all’apice del potere; mentre nell’altro quadro, dai toni marroni, egli giace supino, gli occhi chiusi per sempre, imbalsamato. Ogni richiamo all’oggi, lo giuro, è puramente casuale.
Ed ecco la sala dove ho messo insieme, convitati al lume di candela, Kounellis e Nam June Paik. Il lavoro di Kounellis è una lamiera a parete con due mensole, l’inferiore dove poggia un trenino, e la superiore dove brucia la fiamma di una candela. Si coglie una lontana eco di De Chirico, forse anche di Magritte. Il fatto è che Jannis sente profondamente metafisica e surrealismo e li reinventa, almeno in quegli anni, questo pezzo è del 1970, con materiali poveri. E con esiti lirici. Qualche metro più in là, addossato al muro, c’è un vecchio televisore svuotato dell’artista coreano Nam June Paik, all’interno del quale brucia solitaria una candela. Il mezzo di comunicazione di massa, il più petulante e consumistico che ci sia, acquista un’anima, si spiritualizza. E’ un’immagine zen. Chi poteva concepirla se non un orientale?
Arrivati nella penultima sala addirittura ci ritroviamo in India! Infatti ci imbattiamo in un incantatore di serpenti ed un cobra che gli si protende dinanzi. Si tratta del quadro di Ontani, dove lui giovanissimo nei panni del dio Krishna attira a sé gli animali del bosco con il suo flauto. Non vedevo questo pezzo da tempo: invecchia bene, come il suo autore. Quanto al cobra è l’ultima scultura di Puxeddu. Vi ricordate la sua mostra di sculture di animali tutti rossi la scorsa stagione? Ora, abbandonato quel rosso fiabesco concettuale, i suoi animali si avvicinano di più alla realtà. Colpisce la flessuosità del legno, l’elasticità delle spire del rettile danzante.
Infine, entrando nel teatrino, si ha un trasalimento. Sei vestiti dipinti, tre neri e tre bianchi si ergono verticali a protagonisti. In questa versione tridimensionale gli abiti di Pizzi Cannella svelano ancor più la loro essenza fantasmatica. Noi li guardiamo ed è come se ne fossimo ricambiati. Chi è lo spettatore e chi l’attore? Pittura, teatro e vita si stringono in un unico afflato.
Et voilà, la panna è montata. Pardon, la mostra!