MM – Mundus Muliebris

Roma - 27/04/2016 : 17/06/2016

I lavori realizzati in occasione della mostra da Patrizio Di Massimo, Than Hussein Clark e George Henry Longly sono prodotti che raccontano una storia di fantasie insolenti e di desideri, in un contesto che li rende personaggi schizofrenici.

Informazioni

Comunicato stampa

Nel libro postumo Ricerche filosofiche (1953) Ludwig Wittgenstein offre la sua più celebre
spiegazione del concetto ‘somiglianze di famiglia’. Il filosofo austro-britannico afferma che la
definizione di alcune parole non può essere ricondotta a un'unica essenza. La parola ‘gioco’, per esempio, non ha un solo significato e non esiste un aspetto che sia comune a tutti gli usi che se ne fanno. Non tutti i giochi sono ricreativi; per esempio il calcio o il tennis possono essere professioni e al casinò si può giocare per dipendenza

L’uso e il senso quotidiano della parola ‘gioco’ non rimanda dunque a una specifica caratteristica o a un pensiero univoco. Allo stesso modo i membri di una stessa famiglia non sono necessariamente accomunati da un unico tratto distintivo, ma da una serie di elementi che possono essere condivisi da alcuni, ma non da tutti. In altre parole, i membri di una famiglia hanno in comune una serie di tratti o di piccole somiglianze più che avere una caratteristica dominante. Per esempio si può dire che quattro fratelli si somiglino fra loro anche se solo tre hanno lo stesso colore di capelli, altri tre lo stesso colore di occhi e solo due di loro hanno i lineamenti simili, e così via. Nessun tratto è comune a tutti i membri della famiglia, e pertanto la famiglia non può essere riconosciuta da singole caratteristiche quali ‘gli occhi verdi’ o ‘i capelli castani’. Ho voluto adottare l’idea della cosiddetta somiglianza di famiglia per introdurre MM, e in particolare il modo in cui Than Hussein Clark, Patrizio Di Massimo e George Henry Longly hanno deciso di affrontare il lavoro collaborativo.

La collaborazione è un’opportunità relazionale che può risultare non solo sterile, ma perfino
disastrosa. La collaborazione è una strategia di mercato molto efficace nel promuovere l’immagine di un marchio, nel ridurre i costi di marketing creando un nuovo target, prodotto, brand o promozione, tramite partnership e, se guardiamo a collaborazioni fra arte e moda (un legame che parte da Paul Poiret e Raoul Dufy, da Elsa Schiapparelli e Salvador Dalì) emergono tre tipologie principali: a) Opere che si appropriano dell’oggetto-moda o dell’icona rimuovendone la vestibilità e aggiungendo una a-funzionalità (David Lynch and Christian Laboutin) b) La riproduzione di un immaginario artistico su un prodotto indossabile (Yasumasa Morimura x Issey Miyake) c) Un approccio performativo alla relazione fra i due mondi (Merce Cunningham x Rei Kawakubo). Negli ultimi anni hanno preso forma diversi tipi di collaborazione di tal genere, attraverso una sovrapposizione del brand artistico sul marchio esistente: gli artisti hanno infatti tradotto il proprio lavoro in prodotti di manifat- tura industriale a distribuzione globale. Per MM tutte le possibilità menzionate sopra sono state testate e sperimentate. Il concetto di funzionalità e quello di ‘essere senza scopo’ giocano mano nella mano, offrendosi la possibilità di trarre i benefici di una coesistenza e di una proficua collaborazione.

La capacità di collaborare di qualcuno è direttamente proporzionale alla sua capacità di dare, e come tale di portare cose nel mondo, producendo immagini di sé. In una meravigliosa lettera del 1990, Gianni Versace scriveva: “C’è tanta gente che si nasconde dietro gli abiti: il mafioso si veste come il signore, si mette la cravatta, la camicia, la giacca. Altri si nascondono dietro l’abito talare. Tanta gente nasconde le proprie inclinazioni dietro una facciata non vera. Ognuno di noi invece dovrebbe essere come è in realtà.”

I lavori realizzati per MM sono prodotti che raccontano una storia di fantasie insolenti e di desideri, in un contesto che li rende personaggi schizofrenici.

MM è un marchio che gli artisti hanno creato insieme. Il suo logo è l’immagine dell’acronimo di Mundus Muliebris che in latino si traduce in ornamento. Facendo una veloce ricerca su internet della parola ornamento la prima definizione che appare è: Una cosa che si usa o che serve per rendere qualcos’altro più attraente ma normalmente senza un fine preciso. Ciò mi riporta indietro a quella scivolosa relazione fra arte e moda: scopo vs senza scopo. Un ornamento possiede entrambe. Tale limbo di grazia incarna esattamente l’identità del brand MM.

Than Hussein Clark ha lavorato con il duo G.A.N. (Federica Ducoli e Gaia Fredella) nella produzione di abiti dedicati a Tennessee Williams. Than ha anche affidato a Marini la produzione di due paia di scarpe sulle forme originali di Valentino e Renato Balestra. Marini è un laboratorio/boutique di scarpe storico, fondato a Roma nel 1899, che ha prodotto scarpe, fra gli altri, per il re del Marocco Hassan II, Sergio Leone, Anna Magnani e Solomon Guggheneim. La rinomata rivalità fra Valentino e Renato Balestra rende la produzione di scarpe un alterego dei due personaggi, che si urlano addosso che il gusto non è cosa a poco prezzo.

Patrizio Di Massimo ha scelto una doppia strada, una più classica e una meno convenzionale. Insieme alla stilista di borse Benedetta Bruzziches, egli ha creato nuovi motivi per l’iconica borsa Carmen; ha approfondito inoltre le sue più recenti sperimentazioni, con la produzione di una serie di borse in ceramica dipinte a mano, e ha affidato alle mani esperte di Patrizia Fabri, stilista di cappelli e proprietaria dell’Antica Cappelleria a Roma, uno dei suoi lavori più iconici, trasformandolo in una scultura indossabile.

George Henry Longly nel proseguire la sua ricerca sul marketing, il branding e la museologia, presenta una nuova produzione, che riguarda parti del corpo zigrinate attraverso un uso peculiare dei materiali industriali. Ci introduce così a un nuovo personaggio: un manichino, una macchina contorta, un relitto contemporaneo, smembrato, che incorpora lo stile minimale, ricercato e monocolore dello stilista Fabio Quaranta.

L’essenza di un oggetto dà senso alla parola utilizzata per nominare quell’oggetto, ma cosa accade quando il significato è un percorso relazionale? I tre artisti mettono in atto ciò che Wittgenstein chiamerebbe “somiglianze di famiglia”. Per Wittgenstein si tratta del modo in cui la parola ‘gioco’ così come molte altre assumono un significato coerente. Elementi comuni nel gioco, come lo svago, i punteggi, le squadre, le regole, e così via, sono presenti in molti tipi di giochi, e non in altri, ma l’intreccio di tali sovrapposizioni è esattamente ciò da cui la parola acquista il suo significato. Il senso di alcune parole dipende dunque da una specifica relazione, una “somiglianza di famiglia”. Ho voluto che MM coinvolgesse tale tipo di relazione: la mia personale somiglianza di famiglia.