Mike Kelley – Eternity is a Long Time

Milano - 23/05/2013 : 08/09/2013

Il progetto espositivo dedicato a uno degli artisti più influenti degli ultimi vent’anni pensato e voluto per gli spazi espositivi di HangarBicocca.

Informazioni

Comunicato stampa

HangarBioccca presenta, dal 24 maggio all’8 settembre 2013 (inaugurazione 23 maggio 2013), la mostra Mike Kelley: Eternity is a Long Time dedicata all’artista americano che ha contribuito a tracciare nuove direzioni nella storia dell’arte contemporanea. Il progetto espositivo, curato da Emi Fontana e Andrea Lissoni, è stato voluto e reso possibile da Pirelli, Socio Fondatore Promotore della Fondazione HangarBicocca



Mike Kelley: Eternity is a Long Time è un’occasione unica di approfondimento e conoscenza del lavoro di Mike Kelley (Detroit, 1954 - Los Angeles, 2012), un percorso – tra installazioni, video e sculture – che si focalizza principalmente tra il 2000 e il 2006, periodo di grande maturità creativa nella produzione dell’artista recentemente scomparso.

La mostra dialoga con i grandi spazi industriali di HangarBicocca attraverso una serie di opere fondamentali e raramente esposte al pubblico, provenienti da importanti istituzioni e collezioni internazionali tra cui il Museo Reina Sofia di Madrid, Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e la Collezione Pinault di Parigi e Venezia. Si tratta di opere di grande intensità che rappresentano al meglio il complesso e visionario universo espressivo dell’artista, considerato tra le figure più influenti dell’arte contemporanea e un modello per le generazioni di artisti dopo di lui.

Il progetto deve la sua unicità al coinvolgimento di Emi Fontana, curatrice italiana che vive a Los Angeles e che ha lavorato con Mike Kelley in un rapporto di stretta collaborazione negli ultimi quindici anni.

Il progetto di mostra

La mostra Mike Kelley: Eternity is a Long Time è stata concepita come momento di confronto con la complessa ed eterogenea produzione dell’artista e come occasione per approfondire l’affascinante intreccio di elementi culturali e ricordi autobiografici che caratterizzano la sua opera: il rapporto con l’educazione, il legame con l’architettura modernista, la relazione con la tradizione della pittura e della letteratura americana, il confronto con la cultura popolare e vernacolare, i riti iniziatici giovanili e gli stili delle sottoculture musicali. Le opere occupano per intero i grandi spazi di HangarBicocca e sono allestite secondo un percorso aperto e non cronologico, che evidenzia la continuità nella produzione di Mike Kelley e la sua capacità di toccare con straordinaria libertà ed eclettismo generi espressivi differenti: dall’installazione alla scultura, dalla performance al video, dal suono al disegno.

La mostra si apre con Extracurricular Activity Projective Reconstruction #1 (Domestic Scene) e Runway for Interactive DJ Event, due significative installazioni (presentate insieme alla prima personale italiana di Mike Kelley, nella Galleria Emi Fontana a Milano nel 2000), che rappresentano un punto di svolta fondamentale nella ricerca dell'artista, e testimoniano l’avvio verso il suo periodo più prolifico. Inoltre “Eternity is a long time”, che dà il titolo alla mostra, è la frase pronunciata da uno dei due attori del video Extracurricular Activity Projective Reconstruction #1 (Domestic Scene) al suo partner prima che entrambi si tolgano la vita.

Uno dei lavori centrali del progetto espositivo è l’installazione John Glenn Memorial Detroit River Reclamation Project (Including The Local Culture Pictorial Guide, 1968-1972, Wayne/Westland Eagle), (2001), ispirata a un monumento dell’astronauta John Glenn a cui il liceo frequentato da Mike Kelley era dedicato. I frammenti di vetro e ceramica colorati che ricoprono la scultura sono stati recuperati da Kelley stesso nel fiume di Detroit: tecniche artistiche nobili e processi tipici di un approccio vernacolare, tradizione del monumento e antimonumentalità, memoria personale e collettiva, immaginario mediatico e cultura popolare si intrecciano in quest’opera emblematica.

L’artista

Attivo dagli anni Settanta, Mike Kelley si impone in modo evidente nello scenario delle ricerche artistiche degli anni Ottanta. Nella sua multiforme pratica di lavoro, si muove su più media, sconfinando in campi di espressione differenti, sia nell’arte che nella musica, mai accettando la distinzione tra arte colta e vernacolare. Interessato a riattivare forme e figure legate a un immaginario adolescenziale e a indagare come la cultura popolare produce miti e ritualità, esplora soprattutto i temi della memoria, dell’identità e il rapporto con l’autorità. Utilizza oggetti e manufatti apparentemente banali sovvertendone il significato ed enfatizzandone la forza comunicativa. La sua capacità di attraversare universi di riferimento e codici differenti senza griglie concettuali fanno di lui uno degli artisti più interessanti della contemporaneità.

Muore il 31 gennaio 2012 a Los Angeles. Le sue opere si trovano nelle collezioni pubbliche e private più prestigiose del mondo, tra cui il MoMA, il Whitney e il Guggenheim di New York, la Collezione Pinault di Parigi e Venezia, il Reina Sofía di Madrid, il Museum of Contemporary Art di Detroit, il MoCA di Chicago, il Centre Georges Pompidou di Parigi.

Le principali partecipazioni a mostre e rassegne internazionali

Mike Kelley inizia a esporre all’inizio degli anni Ottanta, partecipando alla Biennale del Whitney (1985, 1987, 1989) e alla Biennale di Venezia (1988). Nel 1992 è presente nella grande mostra collettiva Post Human (1992), giunta anche in Italia al Castello di Rivoli, a Torino. Nel 1993 avviene la prima grande consacrazione a livello statunitense e internazionale, con l’antologica Catholic Tastes al Whitney Museum di New York. Partecipa alla prestigiosa rassegna dOCUMENTA a Kassel nel 1992 e poi nel 1997 quando allestisce la grande installazione multimediale The Poetics Project con Tony Oursler. Nella mostra The Uncanny (2004) presso la Tate di Liverpool, Kelley, questa volta nelle vesti di curatore, riprende e aggiorna l’esposizione organizzata nel 1993 ad Arnhem per Sonsbeck. Partecipa alla Biennale del Whitney ancora nel 1993, nel 1995, nel 2002 e nel 2012, anno in cui viene presentato il progetto Mobile Homestead, il modello della sua casa d’infanzia collocato su ruote e in movimento a Detroit, sua città d’origine. Ha esposto le sue opere in mostre personali realizzate, fra gli altri, da musei e istituzioni come il Wiels di Brussels, il Musée du Louvre di Parigi, il LACMA di Los Angeles, l’ICA di Londra, Portikus a Francoforte.
È attualmente in corso una sua retrospettiva che prevede varie tappe: lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Centre Pompidou di Parigi, il PS1 – MoMA - di New York e il MOCA a Los Angeles.