Michael Rotondi / Salvatore Masciullo – Au rendez-vous des amis

Galatina - 17/07/2015 : 29/08/2015

La mostra, il cui titolo è mutuato dal celebre dipinto di Max Ernst, intraprende il percorso minato dell’interpretazione, allineando epoche, generazioni e territori espressivi differenti.

Informazioni

Comunicato stampa

“Quasi tutta la nostra originalità proviene dal marchio che il tempo imprime alle nostre sensazioni”
C. Baudelaire

Nell’arte come nella vita non si è mai soli. L’arte è un sistema fatto di relazioni da stimolare, registrare, decodificare di cui l’opera è testimonianza tangibile, momento per prolungare la memoria condivisa e intrecciare riflessioni sull’oggi.
Allo stesso modo la storia dell’arte è storia di uomini, di sguardi, di vicissitudini

Ogni artista vive in sé le esperienze e i traguardi di chi lo ha preceduto, contribuendo a tracciare un percorso spazio-temporale ininterrotto, in cui gli eventi si susseguono, le conquiste si sedimentano e le opere si legano l’una all’altra fino alla contemporaneità.
Il nuovo è solo parvenza o, meglio, presunzione di se stesso. Anche la più audace delle novità nasce e si struttura su un modello rispetto al quale appare modificato e non necessariamente migliorato, in un cammino a ritroso che giunge alle origini, al sorgere delle capacità raziocinanti e creative dell’uomo. Il prima e il dopo si stringono in un dialogo serrato fatto di emulazione e analogia, ma anche di contraddizioni e resistenze. Relazioni che si legano sul piano diacronico, a distanza di anni, di decenni, a volte di secoli, ma che ancor più naturalmente si instaurano sul piano sincronico, con sodalizi spesso duratori, forieri di grandi trovate e di qualche capolavoro.
Salvatore Masciullo e Michael Rotondi hanno preso coscienza della persistenza (o preesistenza) del tracciato artistico, instaurando un muto dialogo, ideale quanto concreto, con i loro modelli, alcuni conosciuti personalmente, molti sognati ed emulati, altri ancora indagati e persino contestati. Entrambi hanno scritto la propria storia, raccontandola per immagini divergenti, su supporti identici per forma e dimensioni. Nel loro iconico ragionamento non c’è spazio per le parole, ma solo per i ricordi e le speranze. Un incontro tra “amici” trasposto in trenta omaggi da Rotondi e in altrettanti ritratti da Masciullo. Due artisti differenti per formazione, provenienza e cultura, che si raccolgono in una meditazione difforme ma speculare, intrattenendo un dialogo reciproco sull’evoluzione dell’arte e sulle vie della ricerca.
La mostra, il cui titolo è mutuato dal celebre dipinto di Max Ernst, intraprende il percorso minato dell’interpretazione, allineando epoche, generazioni e territori espressivi differenti. Sogno e documentazione si fondono, non senza ironia, in un censimento privato attuato sul filo del ricordo. A delinearsi è una doppia linea di riflessione: da un lato la perentoria affermazione della soggettività d’ispirazione e creazione, dall’altro la remise in question dei concetti di autorità e autorialità in nome della pluralità semantica dell’immagine.
I due protagonisti raccontano la propria visione (interpretazione) della storia dell’arte; lo fanno per mezzo di forme e tecniche personali, riflettenti la loro quotidiana ricerca: Rotondi attraverso campiture cromatiche piatte, accese e sature persino nelle tinte scure, racchiuse in contorni netti o sfrangiate sui margini, Masciullo mediante una pittura analitica in primo piano e informe sullo sfondo.
Nella ricerca estetica di quest’ultimo la trasfigurazione espressionista dialoga con la grazia di una bella forma, ammiccante e mutevole, sempre rivissuta in chiave esistenziale. Con mano sicura e mente fervida inscena un abecedario visuale che vanta anni di studi e una grande padronanza delle tecniche pittoriche. La soggettività esasperata dell’espressionismo, preservata nello sfondo, cede il passo in primo piano ad una sorta di realismo, in cui la precisione mimetica e la predilezione per il ritratto diventano strumenti imprescindibili per il racconto della propria mitografia.
Masciullo dipinge il Novecento, la sua visione di Novecento: tanti pittori, qualche scultore e persino tre critici-curatori (Bonami, Gioni, Beatrice), perché in fondo anche loro sono artisti, creatori di mostre e di parole. Il suo percorso parte con van Gogh, rappresentato bambino, fuori dagli stereotipi ritrattistici che lui stesso ha generato, e prosegue con Munch, Duchamp, Fontana, Manzoni, Beuys, Kounellis, Basquiat, Warhol, Penk, Kiefer, Richter e altri, fino ai più giovani Clemente, Koons, Cattelan, Hirst e Doig. Su tutti dominano i tedeschi, memoria del suo trascorso a Dusseldorf, al fianco di Immendorf e dei neoespressionisti. Una linea prevalentemente maschile, emblematica di un mondo dell’arte ancora dominato dagli uomini, dove, però, non mancano donne eccezionali, su tutte Frida Kahlo, Marina Abramovic e Katerina Fritch.
La costruzione del campo figurativo nelle opere di Masciullo è ottenuta mediante sovrapposizione di più livelli di colore: la pittura emerge dal fondo determinando diverse profondità, corrispettive ad altrettanti stati di coscienza e allusivi di interiori orizzonti.
Totalmente maschile è il racconto di Michael Rotondi. I suoi tributi appaiono i frammenti di un excursus artistico plurisecolare, ironico e mordace. I simboli, gli schemi compositivi, le iconografie di ciascun maestro appaiono trasposte per mezzo di una sintassi elementare, immune al fascino della forma e all’armonia dei colori. Lo stile, condotto più per energia che per descrizione formale, appare volutamente sgraziato. Risultati pittorici che pur conformandosi al soggetto mostrano l’apporto di una cifra stilistica personale e inconfondibile, fatta di campiture frastagliate, cromatismi netti e superfici dense. L’artista scompagina il modello, lo priva del consolidato equilibrio e lo trasla in composizioni ammiccanti e variopinte.
Rispetto a Masciullo, Rotondi guarda più indietro, parte da Giotto e riscrive il “san Gioacchino tra i pastori” degli Scrovegni. Con un temerario salto cronologico, approda all’Ottocento divergente di Cézanne e Posada, prosegue con il Novecento di Matisse, Picasso, Modigliani, Malevic, Mirò, Morandi, Orozco, Kline, Rothko, Bacon e altri, e conclude nella viva contemporaneità, con Lichtenstein, Carol Rama, Pettibon, Kelley e Kippenberger. Da outsider, inoltre, recupera un maestro assoluto del genere come Hanry Darger, artista dimenticato ma affascinante come pochi.
Muovendosi sul sottile confine tra figurazione e astrazione, Rotondi mostra uno sguardo pop sul mondo e sull’arte, suscitando nello spettatore una serie illimitata di interpretazioni e percezioni sensoriali, dall’allegria all’inquietudine. Più che predisposta a celebrare le apparenze visibili, la sua pittura nasce da artistici pretesti, concretandosi in composizioni che mirano ad elidere ogni mimetica correlazione. Luci e ombre, forme e colori, anima e corpo fissano tracce di vita in un continuum segnico e simbolico, attraverso un linguaggio visionario, superando ogni limite spazio-temporale e continuando ad affermare la loro attualità. L’artista, con piglio personale, indaga il processo speculativo che ha portato alla creazione di capolavori, ne indaga lo spazio pittorico e i significati in esso confluiti, facendovi convergere anche l’interesse per la storia e la memoria.
Il rapporto artista-artista si rivela in una serie di connessioni armoniche attuate in via speculativa. Le immagini, sottratte al tempo e allo spazio, divengono pure suggestioni, strumenti per intessere relazioni umane, sociali e finanche temporali. La pittura rivendica la propria autonomia come soggetto e non come medium; supera la mera rappresentazione, per guardare a se stessa, ai suoi talenti e alla propria storia.
La mostra è portavoce di una ricerca che trae origine dal passato ma già appartiene al futuro. Una mitopoiesi non strutturata, estratta dai libri e riscritta in forma personale con molte luci e nessuna ombra. Un racconto di alterità in cui, parafrasando Manzoni, non c’è nulla da dire ma solo da vivere.

Carmelo Cipriani