Maurizio Cogliandro – La carezza di Dio

Milano - 04/12/2012 : 19/01/2013

È possibile documentare con la fotografia il dato visivo, sociale e culturale, e allo stesso tempo esprimerne e interpretarne le poetiche legate all’uomo e al suo vissuto interiore? E’ questa la domanda che chiama in causa il rapporto tra immagine, documento e segno antropologico, nel momento in cui la fotografia viene intesa non più come traccia indicale di mondi lontani, ma come indizio e modello di un reale possibile che si fa tramite tra immaginario e fenomeno.

Informazioni

Comunicato stampa

È possibile documentare con la fotografia il dato visivo, sociale e culturale, e allo stesso tempo esprimerne e interpretarne le poetiche legate all’uomo e al suo vissuto interiore?
E’ questa la domanda che chiama in causa il rapporto tra immagine, documento e segno antropologico, nel momento in cui la fotografia viene intesa non più come traccia indicale di mondi lontani, ma come indizio e modello di un reale possibile che si fa tramite tra immaginario e fenomeno

In questo senso “La carezza di Dio” di Maurizio Cogliandro esplora le relazioni e il rapporto con l'Altro, lì dove il paradigma antropologico dell’"osservare partecipando” prende corpo in immagini piene di evocazione, misticismo e sospensione, dall’interno di un monastero come habitat sociale e spirituale, mondo pieno di fascino e mistero.
Si tratta di una fotografia che coglie il senso di un realismo magico che, a partire dall’esplorazione e dalla conoscenza della vita, dai luoghi e dai contesti delle persone che osserva, si fa interprete delle loro emozioni e della loro spiritualità.
La chiave di lettura di queste immagini risiede nel contrasto tra due distinti piani di rappresentazione che, se da un lato esaltano la dimensione reale e terrena dei luoghi, dall’altro interpretano e danno voce alla dimensione eterea e vibrante, tutta interiore, della vita monastica. Ecco allora che, negli scatti di Maurizio Cogliandro, gli interni e gli esterni del monastero Dominus Tecum, ripresi con grande nitidezza e senso materico, si alternano alle immagini in cui i monaci, e gli attributi della loro fede, appaiono come sospesi, evanescenti, volti e oggetti che affiorano come visioni silenziose e immateriali.
La terra e i luoghi, le architetture e le luci, le persone e le atmosfere, seppur narrati con estremo realismo, assumono un ruolo simbolico per trasformarsi in veicoli di spiritualità, volgendosi come radice storica e culturale alla serenità e alla contemplazione divina. Il monastero appare così come un luogo dove si annida la bellezza.
In questo senso, il modo con cui Maurizio Cogliandro si relaziona con l'alterità e lo studio di un preciso e circoscritto modello sociale e culturale, porta a interrogarsi sulla nostra identità e su quella dell'Altro. Il suo metodo basato sull’osservazione e la condivisione, all’interno di una logica di riferimento del suo sguardo, conduce a un'analisi e a una profonda riflessione sulla società contemporanea, la sua storia e le sue radici, in un continuo scambio di visioni e interpretazioni sul mondo e le sue molteplici realtà.

Denis Curti, critico della fotografia