Mario Sironi / Vetri dal Museo Salviati

Padova - 20/09/2013 : 24/11/2013

Nuove donazioni ai Musei Civici di Padova sono l’occasione per due importanti mostre. I disegni di Sironi ispirati all’Antico e gli splendidi vetri Salviati ai Museo Civici agli Eremitani.

Informazioni

  • Luogo: MUSEI CIVICI AGLI EREMITANI
  • Indirizzo: Piazza Eremitani 8 - Padova - Veneto
  • Quando: dal 20/09/2013 - al 24/11/2013
  • Vernissage: 20/09/2013 ore 18 su invito
  • Autori: Mario Sironi
  • Curatori: Virginia Baradel, Fabio Benzi, Andrea Sironi-Straußwald
  • Generi: arte contemporanea, personale, collettiva
  • Orari: 9.00 – 19.00 da martedì a domenica Chiuso i lunedì non festivi
  • Biglietti: (biglietto cumulativo include visita al Museo, Sala Multimediale, Palazzo Zuckermann) Intero: Euro 10,00 Ridotto: Euro 8,00 Ridotto speciale: Euro 6,00 Ridotto scuole: Euro 5,00 Gratuito: bambini fino ai 6 anni, portatori di handicap, disabili, possessori biglietto Cappella degli Scrovegni, Padovacard, Cartafamiglia, PadovaMusei tutto l’anno.
  • Uffici stampa: VILLAGGIO GLOBALE

Comunicato stampa

Le collezioni di un museo - tanto più di un museo civico che conserva, tutela, valorizza l’arte, la storia e la cultura di una comunità - devono continuare a crescere per costituire il cuore pulsante e il soffio vitale di una città.

Il patrimonio collettivo e la pubblica fruizione di beni sono il portato di una storia di valori e di attenzioni, di sensibilità e legami tra istituzioni, mondo privato e cittadini, chiamata a perpetuarsi e rinnovarsi continuamente



A Padova, dal 21 settembre al 24 novembre, due interessanti mostre che apriranno congiuntamente presso i Musei Civici agli Eremitani – “Sironi. Lo studio dall'Antico” e “Vetri dal Museo Salviati. Magiche trasparenze dalla donazione Tedeschi” - daranno il segno di come il patrimonio della città si arricchisca in continuazione, grazie al rapporto fecondo tenuto dal Museo con la società civile, i collezionisti privati, gli storici dell’arte, le imprese.

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COMUNICATO STAMPA “SIRONI. LO STUDIO DALL’ANTICO”

In mostra a Padova un nucleo sorprendente di disegni ispirati all’antico di Sironi rivela un aspetto fondamentale dell’opera del grande Maestro.

Un aspetto di sicuro interesse per indagare la poetica ed entrare nei processi creativi dell’arte di Sironi è rappresentato dalla sua intensa attività grafica, ispirata ad opere del passato.

La mostra che si apre a Padova il 21 settembre 2013 – nelle sale dei Musei Civici agli Eremitani fino al 24 novembre, a cura di Virginia Baradel, Fabio Benzi e Andrea Sironi-Straußwald con la direzione generale di Davide Banzato – ci offre una straordinaria occasione in tal senso.

L’esposizione prende le mosse dalla recente donazione ai Musei Civici di Padova di due opere su carta di Sironi da parte di Andrea Sironi-Straußwald, unico discendente diretto dell’artista: un disegno, tratto dai soldati dormienti della Resurrezione di Giotto alla Cappella degli Scrovegni, e uno studio per la decorazione della parete maggiore del Liviano.

Due opere che, in modo diverso, hanno a che vedere con Padova.

Intorno alla donazione, si è voluto riunire due nuclei tematici di opere su carta che da un lato rappresentano una assoluta novità per il pubblico ma anche per la critica, dall’altro ci riportano ad una delle commissioni pubbliche più importanti nella Padova negli anni Trenta e dunque alla esaltazione della “Pittura murale” vissuta da Sironi in quel periodo.

Il primo dei due gruppi è rappresentato dalla quasi totalità degli studi conosciuti dell’artista tratti da pitture, sculture e architetture antiche, che vengono esposti accanto al disegno giottesco.

Sironi fu disegnatore instancabile. Pochissimi artisti hanno lasciato un corpus di opere su carta così numeroso come il suo. Egli fu, come è noto, artista poliedrico e multiforme e, ben lontano dal limitarsi alla sola pittura, affrontò, nel corso della sua vita, l’illustrazione e la grafica pubblicitaria, l’architettura e la scenografia, la scultura, la decorazione murale e le arti applicate.

Relativi a ciascuno di questi settori della sua produzione esistono nuclei ingenti di opere preparatorie su carta, a disegno e a tempera, ciascuno dei quali assomma a diverse centinaia – e in alcuni casi a qualche migliaio – di fogli. In confronto a tali sterminati complessi, il gruppo dello studio dall’antico, qui presentato, è decisamente più contenuto e si configura come una rarità, un complesso finora ignoto, al pubblico e agli studi. La possibilità di presentarlo quasi per intero rende questa esposizione un tassello importante per la conoscenza dell’artista, e lo studio di queste opere, per certi versi sorprendenti, fornisce una visione più ampia e articolata di uno dei temi centrali per Sironi: quello del rapporto con il passato e con la tradizione, incessantemente presente sia nel suo operare artistico, sia nei suoi scritti teorici.

La raccolta dei soggetti è estremamente varia. Il rovello interpretativo di Sironi, come si può vedere dalle opere esposte in questa importante occasione, è infatti - come suggerisce Fabio Benzi nel catalogo Skira della mostra – “praticamente onnivoro, volto ugualmente ad opere somme o quasi dimenticate”. Sironi “rifugge dalla filologia e dalla copia letterale per indagare liberamente le intime ragioni compositive e strutturali, fino ad approdare a un furor di completamento o addirittura di modifica e stravolgimento dell’originale, alla ricerca di una verità profonda di insegnamento…”.

Si va così dal Cavaliere persiano del Mausoleo di Alicarnasso del British Museum, completato con l’integrazione della testa del cavallo, al soffitto di una sala della Domus Aurea derivato da un taccuino rinascimentale; dall’ Adorazione dei Magi di Nicola Pisano nel Pulpito di Pisa al Ritratto d’uomo di Van Eyck della National Gallery di Londra o agli studi da Michelangelo fino a opere “minori” come la Testa dell’Apostolo Giovanni dalla Basilica Ursiana di Ravenna, o comunque non così universalmente conosciute, quali le immagini tratte dai mosaici della Chiesa della Martorana di Palermo.

Il secondo nucleo tematico, che integra lo studio per il Liviano donato, è costituito da altre opere preparatorie che Sironi realizzò partecipando al concorso per la decorazione murale più prestigiosa e rappresentativa di quegli anni a Padova, fortemente voluta dal Rettore Carlo Anti, teso a trasformare l’Università di Padova in un Museo di arte moderna secondo gli indirizzi di decorazione pubblica del tempo: intervento che fu poi affidato a Massimo Campigli. Sono esposti quindi i due bozzetti definitivi di proprietà dell’Università di Padova, che si collegano all’opera pervenuta ai Musei Civici.

Sironi, nel corso degli anni Trenta, andò sempre più allontanandosi dalla pittura da cavalletto, dal quadro realizzato dall’artista nello studio e destinato alle esposizioni, al mercato dell’arte e, al massimo, con qualche fortuna, al Museo: una forma e una dimensione che riteneva ormai insufficienti. Fu pertanto esponente centrale del muralismo italiano di quegli anni, convinto e combattivo assertore del ritorno della pittura sulle pareti degli edifici pubblici, non per nostalgiche rievocazioni del passato, ma per realizzarvi arte moderna che, con la grande tradizione antica della decorazione murale, fosse in grado di fare i conti e di dialogare fruttuosamente.

Tra le numerose imprese murali sironiane degli Anni Trenta, due sono esattamente contemporanee al concorso per il Liviano: gli affreschi del Sacrario della Casa Madre dei Mutilati di guerra, a Roma, e Venezia, l’Italia e gli Studi, dipinta, anche ad affresco, nell’Aula Magna dell’Università di Venezia a Ca’ Foscari. La mostra presenta così, a integrazione del percorso espositivo, anche un disegno preparatorio per uno degli affreschi romani, e una tempera per l’opera veneziana. Pubblicato in passato il primo, inedita la seconda, ma in ogni caso ambedue esposti per la prima volta in questa occasione, sono opere molto vicine, nella concezione, al risultato definitivo sulla parete. Un ulteriore elemento che rende unica l’esposizione Patavina.

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COMUNICATO STAMPA “VETRI DAL MUSEO SALVIATI. MAGICHE TRASPARENZE DALLA DONAZIONE TEDESCHI”

Lattimi incamiciati, vetri a sbruffo, vasi con bolle soffiate, vasi in calcedonio, creazioni in vetro murrino, vetri fumé, lavori a incalmo, esemplari per lo più unici e rarissimi.
Un saggio di grande fascino dell’arte vetraria muranese, da fine Ottocento agli anni Ottanta del secolo scorso, sarà proposto a Padova ai Musei Civici agli Eremitani dal 21 settembre al 24 novembre 2013, nella mostra “Vetri dal Museo Salviati. Magiche trasparenze dalla donazione Tedeschi”, curata da Rosa Barovier Mentasti con la collaborazione di Elisabetta Gastaldi e la direzione di Davide Banzato.

Un evento che, segnando l’ingresso di questa importante raccolta nei musei patavini - in parte come preziosa donazione di Anna Tedeschi, in parte come deposito quinquennale – ci riporta a una delle personalità e dei nomi cui si deve, a metà Ottocento, la rinascita del vetro artistico veneziano, dopo la crisi di stagnazione del primo Ottocento e ci conduce, dagli anni Trenta del Novecento, al secondo connubio che caratterizzerà sempre più la lavorazione artistica del vetro.

Le circa 100 opere in mostra - tra cui spiccano numerosi vetri presentati alle Esposizioni Universali di Parigi, alle Biennali di Venezia, alla Triennale di Milano e alcuni unicum nella storia del vetro muranese per tecnica e perizia - provengono dal museo aziendale della storica vetreria fondata da Antonio Salviati ma anche della collezione privata Salviati-Camerino-Tedeschi.

A creare il Museo Salviati in alcune sale della prestigiosa sede della vetreria sul Canal Grande era stato infatti - ventiquattro anni dopo la scomparsa di Antonio (1898) - Maurizio Camerino, già direttore dei negozi Salviati, socio dei figli dell’imprenditore e in seguito unico detentore del marchio Salviati insieme ai suoi eredi (tra cui Olga Camerino sposata con l’avvocato Mario Tedeschi).

Era il 1922 e Camerino, raccolto il testimone dei Salviati, stava continuando e rinnovando, al passo con i tempi, l’avventura imprenditoriale avviata da Antonio a metà del XIX secolo.
Erano stati proprio lo spirito imprenditoriale e la fiducia nell’eccellenza e nella perizia dei vetrai muranesi a consentire a Salviati di riportare in auge sul mercato internazionale, soprattutto inglese, i vetri soffiati veneziani.

Partito con il recupero dell’arte musiva, con commissioni persino della regina Vittoria e del vicerè d’Egitto - grazie anche al sodalizio con il geniale Lorenzo Radi, che lavorava alla ripresa degli smalti colorati e del calcedonio – Salviati nel 1866 ebbe il coraggio di investire capitali nella produzione, sollecitato anche dal farmacista Antonio Colleoni sindaco di Murano e dall’abate Vincenzo Zanetti storico del vetro, che videro in lui il mezzo per restaurare il prestigio culturale dell’isola e rilanciarne l’economia.
Così, dopo un’attenta ricerca di mercato condotta a Londra - da cui inviava dettagliate indicazioni sui modelli da realizzare, sul gusto degli acquirenti e sulla qualità da raggiungere - Salviati affittò una fornace sul Canal Grande di Murano.

Sapeva valutare con spirito critico le caratteristiche tecniche dei lavori realizzati e con sensibilità capiva le inclinazioni e le capacità specifiche dei diversi maestri vetrai coinvolti nell’operazione: Angelo Ongaro, Antonio Seguso, Giovanni Barovier. L’ispirazione la prendeva dai modelli esposti
nel Museo del Vetro di Murano - fondato nel 1861 da Colleoni e Zanetti – e dai vetri della grande tradizione muranese che ammirava nelle collezioni inglesi.

Già nel 1867 portò i suoi prodotti – che voleva fossero “forme antiche precise o forme anche moderne ma di sicura e incontestabile bellezza” - all’Esposizione Universale di Parigi.
Furono soprattutto le forme moderne a riscuotere successo: vetri colorati, sia trasparenti che opachi (grazie all’incamiciatura), e filigrane tanto vivacemente policrome quanto non lo erano mai state nei secoli precedenti.

Le tecniche del passato venivano dunque rivisitate grazie al senso del colore di Salviati come nel caso della nuova variante del graffitto (decoro di fitti fili applicati a festoni), caratterizzata da fili di “girasol” e di avventurina e definita graffitto a fiamma.

In mostra troviamo alcuni pezzi importantissimi di quegli anni, come il “calice di vetro girasol” (1866 – 1895) molto trasparente, con tre delfini di vetro girasol sul rocchetto alternati a tre fiori di vetro rosa, sicuramente risalente ai primi anni della produzione Salviati; oppure il “calice di vetro rosso rubino” (1867 – 1877) – una coppa di vetro soffiato rosso rubino all’oro - estremamente raro, che compare col n. 462 nel più antico catalogo conosciuto dell’azienda edito a Londra nel 1867.

È stata poi la volta del vetro archeologico con le forme ispirate all’antico, come i vasi metalliformi di Salviati dal vetro scuro fortemente iridato (esposta a Padova una piccola anfora “tarda”, di inizi Novecento) e i corinto, di prezioso vetro a screziature policrome, d’oro e d’argento.

Nel 1883 Salviati cede la vetreria di Murano ai suoi maestri Barovier, con l’obbligo di mantenere la denominazione Salviati e di garantire l’esclusività dei prodotti ai negozi veneziani che, anche dopo la morte di Antonio, continuano a rifornirsi dai Barovier ma anche da altre fornaci.
Era iniziata l’era Camerino.

Negli anni precedenti la prima guerra mondiale la sede veneziana della Salviati si è ormai stabilizzata sul Canal Grande, vicino alla Basilica della Salute e i vetrai più aggiornati avviano i primi salutari contatti con gli artisti del gruppo di Ca’Pesaro, i cui esiti si vedono anche nel catalogo Salviati.

Alla morte di Maurizio Camerino nel 1931, i figli Mario e Renzo ereditano la proprietà, insieme alla sorella Olga, sposata con Mario Tedeschi, e assumono la direzione dell’azienda.

Sono di quegli anni due gruppi di vetri assolutamente innovativi presentati alla Biennale del 1932 nel nuovo Padiglione Venezia, costruito all’interno dei Giardini e dedicato alle arti decorative: soffiati di vetro fumè dalle forme sinuose e bizzarre e soffiati Cristallo con incalmi di filigrana lattimo - ancora presenti nella collezione ed esposti ora a Padova - che portano la firma di Dino Martens.
Il pittore novecentista residente a Murano, che aveva già operato nel settore del vetro disegnando una collezione per i fratelli Toso nel ’22, firmava ora sia opere per Salviati che per la “Successori Andrea Rioda” e proprio nei vetri qui esposti mette in luce tutto il suo spirito innovativo.
Martens precorre i tempi, adottando ben prima di quel che faranno massicciamente i migliori maestri a partire dagli anni Sessanta del XX secolo la tecnica dell’incalmo, che pur risalendo alla seconda metà del XVI secolo – come sottolinea Rosa Barovier Mentasti nel catalogo Skira, che accompagna la mostra – “non era mai stata adeguatamente valorizzata nel corso della storia della vetreria veneziana”.

Per la Biennale del ’36 Renzo e Mario Camerino si rivolsero a Mario Deluigi, pittore, scenografo e mosaicista che progettò un’originalissima serie di Vetri musivi sotto lo pseudonimo di Guido Bin. Erano piccoli vasi – di cui in mostra vi è un significativo esemplare - volutamente irregolari di gusto naïf, ottenuto con la fusione di un mosaico di tessere vitree opache.

Con l’emanazione delle leggi razziali l’azienda Salviati dovette cessare l’attività, che riprenderà solo dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Gli anni Cinquanta rappresentano una fase di grande innovazione per la vetreria, diretta ora da Renzo Camerino assieme a Renzo Tedeschi figlio di Olga: viene acquistata una nuova fornace a Murano, attiva dal 1959, e l’azienda comincia a essere frequentata da artisti interessati a usare il vetro come mezzo espressivo per pezzi unici d’arte.

Un’apertura maturata nell’ambito dello Spazialismo e codificata nel ’53 con la fondazione del “Centro Studio Pittori Arte del Vetro” coordinato da Egidio Costantini e ribattezzato da Cocteau “Fucina degli Angeli”: qui arrivano tra gli altri Guidi, Licata, Guttuso, Gio Ponti ma anche Braque, Calder, Kokoshka, Le Corbusier, Moore, Arp, Picasso…

Sarà Luciano Gaspari, pittore spazialista allievo all’Accademia di Virglio Guidi, il grande protagonista della produzione d’arte Salviati di quegli anni.
Luciano entra subito in simbiosi con la produzione vetraria. Studia le collezioni, verifica scientificamente le tecniche, instaura un rapporto profondo con grandi maestri quali Alfredo Barbini Luciano Vistosi, Paolo Martinuzzi e soprattutto Livio Seguso e Pino Signorotto; ottiene uno studio per la progettazione vetraria e i suoi personali lavori di pittura all’interno dei palazzi di vendita sul Canal Grande e nel 1955 assume la direzione artistica della vetreria interpretando il ruolo con rigore e impegno instancabile. Le opere disegnate per Salviati furono ininterrottamente esposte alla Biennale dal 1956 al 1968.
Caratteristica del suo approccio è una totale padronanza e un uso innovativo delle tecniche tradizionali, la capacità di guardare al passato per inventare il futuro.

Questa risulta assolutamente evidente in mostra, grazie a un eccezionale confronto tra un pezzo antico, raro e curioso – un’urna su piedestallo con bolle blu in rilievo, molto probabilmente un modello Salviati eseguito dai vetrai Barovier alla fine del XIX secolo – e due vasi con bolle disegnati da Gaspari nel ’68, ultimo anno della sua collaborazione con la vetreria.

Gaspari si lascia probabilmente ispirare dall’antica urna che vede ripetutamente esposta sulle mensole del Museo Salviati, si rifà alla tecnica del passato ma la attualizza: il suo disegno è modernissimo, le bolle argentee si contrappongono con grande ironia alla trasparenze e alle linee pure dei suoi vasi.

Un richiamo forte al passato dunque, ma il pittore-designer sa anche usare con coraggio e fantasia le novità e sa “forzare” l’uso comune trasformando, per esempio, semplici bottiglie in sculture.

In mostra alcuni pezzi eclatanti chiudono il percorso: un “piatto OP” di vetro murrino con cerchi di cristallo e di vetro giallo e verde su fondo nero, parte di una serie di otto vetri OP esposti alla Biennale del ’66 - gusto optical e sperimentazione, due anni prima di lasciare la vetreria - e due “bottiglie Zefiro di vetro soffiato molto sottile e leggermente fumè.
Dai tappi originalissimi e con macchie sulle pareti realizzate con la tecnica dello sbruffo, erano state disegnate da Gaspari, nella collezione Zefiro, per Salviati nell’81 - dopo tanti anni di “assenza” dalla vetreria - per la grande mostra “Vetri Murano Oggi”.