Mariangela Calabrese – Trentatreesimocanto

Roma - 12/02/2017 : 19/02/2017

Trentatreesimocanto: il Paradiso di Dante diventa un’installazione.

Informazioni

  • Luogo: SALA SANTA RITA
  • Indirizzo: Via Montanara 8 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 12/02/2017 - al 19/02/2017
  • Vernissage: 12/02/2017 ore 17,30
  • Autori: Mariangela Calabrese
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: 13, 17, 18 e 19 febbraio dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19 14, 15 e 16 febbraio dalle 16 alle 19
  • Patrocini: La mostra è promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale – Dipartimento Attività Culturali - Direzione Organismi Partecipati e Spazi Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.
  • Uffici stampa: ZETEMA

Comunicato stampa

La ricerca del sacro tramite la dialettica dell’arte tra realtà e utopia, attraverso una rappresentazione indiretta fatta di accenni e frammenti allusivi, in dialogo con lo spazio che l’accoglie. È l’installazione di Mariangela Calabrese ispirata al XXXIII canto del Paradiso di Dante e ospitata dal 13 al 19 febbraio la Sala Santa Rita

Seguendo la “via celeste” rappresentata da una lunga tela adagiata sul pavimento della Sala, e accompagnati da una serie di figure antropomorfe, immagine dell’intera umanità, i visitatori giungono infine all’altare, dove un trittico rappresenta con un’allegoria cromatica l’ascesa verso il Divino, meta finale di questo viaggio simbolico.

In occasione dell’inaugurazione, domenica 12 febbraio alle ore 17.30, intervengono il Prof. Marcello Carlino, Sapienza Università di Roma, e il giornalista Rai Alfio Borghese.

La mostra è promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale – Dipartimento Attività Culturali - Direzione Organismi Partecipati e Spazi Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Mariangela Calabrese ha frequentato il corso di ceramica presso l’Istituto Statale d’Arte di Roma. Presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone, nel 1982, ha conseguito il diploma al Corso di Pittura e il diploma di laurea in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo con specializzazione in Pittura. Attualmente è docente di Discipline Pittoriche, precedentemente docente di Disegno e Storia dell’Arte presso il MIUR. Ha partecipato a rassegne e collettive in Francia, in California e ha esposto in mostre personali a Roma, Latina, Piacenza, Napoli, Ferrara, Salerno, Frosinone. Sue opere pubbliche si trovano a Frosinone, Alatri, Fumone, Latina, Priverno, Santomenna. Ha realizzato varie pubblicazioni. Dal 2007 fa parte dell'Associazione di Arte pubblica relazionale Zerotremilacento di Frosinone. Dal 2013 è impegnata nel progetto “M.Art” che coinvolge gallerie d’arte, associazioni ed enti pubblici internazionali sui cinque continenti.






trentatreesimocanto
Se al culmine della Commedia, un cui segno distintivo, come scrisse Capitini, è quello del più, Dante confessa che la parola, di per sé insufficiente, può tradurre solo in minima parte, e per incommensurabile difetto, la vista di Dio, manifestatasi miracolosamente per istanti assai fugaci; e se, per renderne la suggestione come in un’eco, egli scrive un’immagine astratta, che delinea in monocromo un profilo umano per subito riassorbirlo in un trionfo di luci e di colori, Mariangela Calabrese, intrattenendosi in dialogo con il XXXIII del Paradiso, sceglie di accrescere, ancora nel segno del più, le trame e i modi di una rappresentazione indiretta, per accenni, per rinvii, per riflessi di riflessi. Perciò, nella sua installazione, s’attiene alla poetica del minimalismo e schiera lungo il percorso una sequela di simboli, in una semantica dalle cangianze allusive. Ecco, per un verso, il rimando al capolavoro dantesco, in forza di frammenti citati con discrezione, con pudore, come letture di memorabilia compiute in un silenzio ammirato, non davvero come didascalie; ed ecco, al contempo, la via celeste posata sull’impiantito, quale indice del cammino che si può compiere colorando di chiaro e di puro la terra (e colorata, in un monocromo che reca però le tracce dell’intervento dell’uomo, è la tela lungamente sciorinata nel corpo della chiesa); ecco, infine, le sagome antropomorfe, nelle quali il personaggio-uomo si moltiplica, così che è di scena l’intera umanità, e la stilizzazione che ritaglia le figure e il bianco che ne scorpora il sembiante valgono a rammentare la necessità di un superamento del troppo umano che ci appesantisce, che ci stringe.
Anche il modello del viaggio, qui restituito all’essenziale (un sentiero, alcuni viandanti, la compunzione racchiusa in un marcato rasciugamento espressivo: il tutto per scansioni lievi e sommesse), sa di configurazione minimalista, mentre pure conserva intera la sua carica simbolica e la sua funzione di architesto a fondamento delle testualità espressive. Il chiamarsi dei simboli in corrispondenza avviene su di uno spartito numerologico, che conduce al tre; ma in particolare una simbologia caratteristica della tradizione dell’arte occidentale, ovvero la ripresa del leitmotiv iconografico delle figure in movimento o di una teoria di attanti (volta all’agnizione del sacro; o indirizzata verso il mistero, come in Canova), e la simbologia in proiezione minimalista dall’architettura di una chiesa, nel suo disporsi tra navata centrale ed altare, assumono nell’opera di Mariangela Calabrese un rilievo ben marcato. Ad esse specialmente è affidata la postulazione dei significati e, al contempo, è demandata la definizione dell’evento, speso tra la sperimentazione delle forme propria di una installazione, che si alloca appunto nei domini dell’evento, e il racconto archetipo, in una riduzione “astratta”, del presepe.
Il trittico apicale, che è l’analogo del riflesso di un riflesso di una pala d’altare, appare da meta sullo sfondo. Come il percorso suggerito dalla dislocazione delle sagome antropomorfe, il trittico suppone una scala ascendente, misurata dalla simbologia dei colori, fino all’oro che è, nelle religioni, simbolo di regalità e di sacralità, a richiamare il divino. Che poi il trittico racchiuda i segni di una matericità, che riporta per metafora alla condizione dell’uomo e al suo difficoltoso cammino di liberazione, si deve ancora all’intento di sottolineare l’intreccio che mai viene meno tra immanenza e trascendenza, fallibilità e perfezione, redenzione ed esperienza mai davvero conclusa del percorso che salva. Non irriferibile a questa dinamica polisensa è, letta nella contemporaneità, la consapevolezza dantesca della istantaneità, che non si lascia fermare e trattenere, della vista di Dio, ovvero del suo farsi riflesso di riflesso, in predicato di svanire, nella rappresentazione.
L’installazione di Mariangela Calabrese, infatti, “racconta” la ricerca del sacro e, contemporaneamente, concerne metalinguisticamente la dialettica dell’arte tra potere e impotere, tra realtà e utopia. (Prof. Marcello Carlino - Università La Sapienza di Roma)