Marco Porta – Togliere i nomi alle cose

Valenza - 30/11/2013 : 31/01/2014

Saranno presentati 11 bronzi, dieci opere inedite che affiancano In una parola, sono già tre parole opera che fu presentata alla galleria Carlina di Torino nel 2007. È consuetudine per l’artista riproporre un’opera, una sorta di punto fermo da cui ripartire con il ragionamento, perché di pensiero si tratta.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA LARA&RINO COSTA
  • Indirizzo: Via Ludovico Ariosto 6 - Valenza - Piemonte
  • Quando: dal 30/11/2013 - al 31/01/2014
  • Vernissage: 30/11/2013 ore 18
  • Autori: Marco Porta
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: da lunedì a sabato 10.00 - 12.00 / 16.00 - 19.00 domenica su appuntamento (si consiglia di verificare sempre telefonicamente)
  • Sito web: http://www.marcoporta.it

Comunicato stampa

Il percorso comune tra Marco Porta e Rino Costa ebbe inizio nel 1992, nel 95 fu la personale Terra d’acqua, nel 98 la mostra con l’amico Pablo Atchugarry e 2003 l’altra personale Ascoltare senza orecchie. Ora, con Lara e Rino, Porta propone Togliere i nomi alle cose.
Saranno presentati 11 bronzi, dieci opere inedite che affiancano In una parola, sono già tre parole opera che fu presentata alla galleria Carlina di Torino nel 2007. È consuetudine per l’artista riproporre un’opera, una sorta di punto fermo da cui ripartire con il ragionamento, perché di pensiero si tratta

Pensiero che nel bronzo si materializza (come scrive Marco nella sua bio). Un pensiero che si snoda attraverso mani, parole, rami di rosa. Mani che sostengono parole, frasi che non sono aforismi ma costituiscono un coagulo, un raggrumarsi del pensiero attorno a un concetto, a una vibrazione della mente che si fa materia.



MARCO PORTA:
nato a Casale Monferrato nel 1956.
Laureato in matematica all’Università di Torino.
Opera come artista dal 1990.


BIO
Non penso che una biografia debba contenere date ed elencazioni di accadimenti ed eventi – quanto piuttosto persone e parole di persone che ci riportano e dicono.
La biografia raccolga rappresentazioni, raffigurazioni, giudizi e congetture, racconti, i segni e gli oblii, da coloro che ci sono stati estranei e compagni di percorso e trascorso. Un inanellarsi di opachi ricordi, approssimati gli uni agli altri, delimiti la porzione dello spazio e del tempo che contiene la nostra vita così come uno stampo è insieme impronta e matrice della sua scultura. Quanto più il ricordo attorno a noi si fa sfumato, approssimativo, rielaborato tanto più la nostra vita trascorsa si dilata e viene ad assumere i connotati dell’eventuale e del possibile, perdendo quelli di una pretestuosa e falsa oggettività.

E poi i nostri ricordi: disarticolati anch’essi in questo perpetuo e interminabile lavoro che ognuno di noi continua a praticare incessantemente, il lavoro di raccontare di noi a noi stessi per costruire quell’immagine identitaria che ci consente di distinguere e differenziare l’io dal non io. Ed è un raccontarci lo stesso passato, ogni volta più distante ed evanescente, sempre in modo mutato e rinnovato. Senza illusorie pretese fotografiche ma con reali e fondate nuove verità.

Mi piace contrapporre alla cultura dell’individualità e della storia la concretezza e sensibilità dell’in-identità e dell’evanescenza. Alla certezza sostituire la possibilità della rappresentazione. Le opere stanno nella mia testa, irrisolte, confuse, spezzate, ossessive, e si mischiano ad altre opere e ad altre ancora. Poi dopo giorni mesi o anni, in un attimo, le parti magicamente si riconoscono, si danno la mano e mi danzano davanti agli occhi.
Sono il privilegiato che ha visto per primo. É l’unico motivo valido per scegliere questo mestiere.

A questo punto viene il lavoro che rende manifesto e visibile il pensiero rivestendolo di materia