Klimt Schiele Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea

Informazioni Evento

Dall’avanguardia visiva della Secessione viennese, con Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, alle esperienze del “ritorno all’ordine” degli anni Venti e Trenta, fino alle rivoluzioni degli anni Sessanta e Settanta e alla Body Art, il corpo passa dall’essere soggetto della rappresentazione a diventare materia, strumento e linguaggio dell’opera.

Comunicato stampa

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Der Zeit ihre Kunst, der Kunst ihre Freiheit

(Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà)

motto della Secessione Viennese

Parafrasando il celebre motto iscritto sul Palazzo della Secessione a Vienna, il corpo diventa il luogo in cui prendono forma le inquietudini, i desideri e le trasformazioni della modernità, dal secolo scorso fino alla nostra contemporaneità. È questo il punto di partenza della mostra Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea, ideata da Fondazione Musei Civici di Venezia per il nuovo museo dell’arte contemporanea MUVEC di Mestre, in programma dal 26 settembre al 14 febbraio.

Dall'avanguardia visiva della Secessione viennese, con Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, alle esperienze del “ritorno all’ordine” degli anni Venti e Trenta, fino alle rivoluzioni degli anni Sessanta e Settanta e alla Body Art, il corpo passa dall’essere soggetto della rappresentazione a diventare materia, strumento e linguaggio dell’opera.

Partendo da Giuditta II di Gustav Klimt, conservata a Ca’ Pesaro, la mostra presenta 47 opere tra dipinti, disegni, grafiche, sculture e fotografie, provenienti da importanti musei e fondazioni, tra cui il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid, lo Szépművészeti Múzeum di Budapest, il Leopold Museum di Vienna, la Oskar Kokoschka Foundation di Vevey, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Getty Research Institute di Los Angeles e la Fondazione Piero Manzoni di Milano.

Una nuova mostra per il nuovo museo: Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea riporta a Mestre i grandi maestri del Novecento per raccontarne le influenze e, attraverso il linguaggio dell’arte, interrogare il nostro tempo - introduce Mariacristina Gribaudi, Presidente di Fondazione Musei Civici di Venezia - Oggi questi artisti diventano protagonisti della Casa delle Contemporaneità, con un messaggio importante: MUVEC è un presidio culturale per i cittadini e per tutti, un luogo in cui l’attività dei Musei Civici di Venezia può dare vita a nuove esperienze dedicate alla città e ai suoi residenti e, allo stesso tempo, offrire a tutti i visitatori mostre e progetti di respiro internazionale. Un luogo dove sperimentare, dove stare, dove tornare, dove imparare. La mostra - prosegue Gribaudi - prende avvio da un tema forte e universale, il corpo, affrontato attraverso il confronto tra la Vienna di inizio Novecento e la ricerca artistica contemporanea. Un dialogo che attraversa epoche e linguaggi e che ci invita a riflettere su questioni ancora profondamente attuali: l’identità, la libertà e il modo in cui l’arte – e, più in generale, il mondo – guarda alla persona. È attraverso questo confronto tra passato e presente che MUVEC si propone come uno spazio vivo, aperto alla ricerca e alla contemporaneità: un museo capace di custodire la memoria e, nello stesso tempo, di generare nuove domande, nuove prospettive e nuovi modi di abitare la cultura.

Questa mostra segna un passaggio importante per il MUVEC: è il primo appuntamento espositivo di questa portata e di livello internazionale da quando la Casa delle Contemporaneità ha aperto le sue porte - dichiara il sindaco Simone Venturini - Ma soprattutto dà concretezza a un progetto ancora più ampio: il Distretto della Cultura di Mestre. Da oggi alcuni tra i principali luoghi culturali mestrini iniziano a dialogare, a far circolare pubblici, idee e produzioni e a costruire insieme una nuova narrazione della città. Il MUVEC e il Candiani, il Toniolo, la VEZ, l’Emeroteca dell’Arte, M9 e Forte Marghera fanno già parte di una rete che può crescere ancora, anche attraverso progetti come quelli dell’ex De Amicis e dell'ex Palaplip. I luoghi e i progetti non mancano: la chiave per Mestre è riqualificare i suoi spazi e riempirli di contenuti all’altezza del loro potenziale. È così che possiamo plasmarne l’identità, collegandola al passato per disegnarne il futuro.

Mostre e iniziative di questo livello contribuiscono a rafforzare l’offerta culturale, l’attrattività di Mestre e il suo ruolo all’interno del panorama culturale contemporaneo. Una città, infatti, cresce anche attraverso la capacità di creare occasioni di incontro, confronto e partecipazione intorno alla cultura – dichiara l’assessore alla Cultura, Paolo Romor, presente all’inaugurazione della mostra, insieme a Costanza Melchiori Presidente della Commisione Cultura del Comune di Venezia - In questa prospettiva, il MUVEC rappresenta una nuova importante risorsa per Mestre: uno spazio capace di ospitare progetti di qualità, dialogare con le altre realtà culturali del territorio e avvicinare pubblici diversi all’arte contemporanea. Vogliamo continuare a lavorare in questa direzione, mettendo in rete luoghi, competenze e progettualità e valorizzando gli spazi culturali della città.

A partire dal corpo, la mostra propone una rilettura delle trasformazioni dell’arte del secolo scorso. È proprio nella Vienna di inizio Novecento che questa dimensione emerge con particolare evidenza, all’interno di una società piena di contraddizioni e di una cultura che si interroga sulla nevrosi e sul rapporto tra corpo, personalità, inconscio e sessualità. Filosofia, psicoanalisi, antropologia, letteratura e arti visive partecipano a una stagione di profondo rinnovamento, nella quale vengono messi in discussione i confini e le definizioni di normalità.

Guardando la Giuditta II di Klimt, il capolavoro delle collezioni civiche veneziane la cui acquisizione fu fortemente voluta dal primo Direttore di Ca' Pesaro, Nino Barbantini - ricorda Elisabetta Barisoni, Dirigente Area Musei, Responsabile di Ca Pesaro e Museo Fortuny, Responsabile MUVE a Mestre - non vediamo solo l'oro della monumentale cornice e le infinite decorazioni che punteggiano il dipinto; vediamo anche e soprattutto un corpo di donna. Da questa riflessione siamo partiti per affrontare uno dei temi più importanti del XX secolo, e della nostra contemporaneità, cioè la fisicità, il corpo, amato ma anche scavato, inciso, analizzato ed esposto nella sua difformità dai tre protagonisti della Secessione e da lì in poi mai più dimenticato. Dagli anni Venti e Trenta, quando le dittature cercavano di normalizzarlo, comprimerlo, reprimerlo, il corpo passa al secondo dopoguerra, negli anni Sessanta e Settanta, e ritorna al centro della visione; non più un corpo ritratto e studiato ma un corpo vissuto e usato come mezzo per un messaggio poetico e politico in Yves Klein, Piero Manzoni, Ana Mendieta e Gina Pane.

La Secessione viennese, con Gustav Klimt come primo Maestro, con Egon Schiele e Oskar Kokoschka tra i suoi geniali seguaci, apre uno squarcio sul reale dal quale non si potrà più retrocedere, se non attraverso il cosiddetto “ritorno all’ordine”. Nei primi anni del Novecento, la figura umana diventa infatti uno dei luoghi nei quali si manifesta la crisi della società borghese e insieme la possibilità di una nuova libertà del corpo.

In Gustav Klimt questa trasformazione trova una delle sue espressioni più radicali. Le donne monumentali dei dipinti e le figure femminili dei disegni diventano corpi coscienti, erotici, figure sicure e padrone di sé stesse. È il caso di Giuditta II, capolavoro del 1909 conservato nelle collezioni di Ca’ Pesaro: una figura moderna, nervosa, anticlassica, volitiva e presente. La Giuditta di Klimt segna il passaggio verso una nuova immagine della donna e da qui prende avvio il viaggio nel corpo del Novecento.

L’inquietudine che emerge in Klimt viene pienamente raccolta da Egon Schiele, che conduce le donne sontuose del Maestro verso la realtà, in uno schianto tragico e poetico con il quotidiano. In Schiele il corpo umano emerge monumentale ma mutilato, traumatizzato, sospeso. Le figure diventano reali, scarne, isolate e alienate, talvolta malate e sofferenti. Il segno tagliente dei disegni e degli acquerelli restituisce l’ansia esistenziale della vita moderna, facendo della fisicità il luogo nel quale emergono desiderio, disagio e consapevolezza della morte.

Oskar Kokoschka porta invece la figura verso una dimensione espressionista nella quale il vero soggetto delle opere diventa l’inconscio. I corpi sono attraversati da dissonanze cromatiche e posizioni innaturali; la deformazione del reale diventa lo strumento per esprimere i processi mentali inconsci che agiscono sull’essere umano.

Tra avanzamenti e arretramenti, il corpo attraversa gli anni tra le due guerre in un confronto serrato tra modernità e ritorno all’ordine. I regimi autoritari che si instaurano in Europa elaborano modelli di un uomo nuovo e di una rinnovata umanità: corpi maschili atletici, armonici, classici, non toccati da malattia, devianza o malessere; corpi femminili legati alla maternità, al focolare domestico e alla patria. Le differenze e le difformità - tutto quanto si discosta dal canone - vengono respinte.

In Italia, tuttavia, il “ritorno all’ordine” sfugge spesso alle definizioni di propaganda e restituisce una sottile inquietudine. Nelle opere di Felice Casorati, Guido Cadorin e Mario Sironi il corpo, reinterpretato secondo proporzioni classiche e con l’eco dell’antico, è isolato in un clima di sospensione lirica. Le figure dimesse, gli sfondi neutri, gli sguardi malinconici e il trattamento nervoso dei corpi restituiscono l’immagine di una gioventù inquieta e attonita, nella quale sopravvivono le verità dell’inconscio che la Secessione viennese aveva svelato.

Il rapporto tra corpo e logos, tra fisicità e logica, tra conscio e inconscio, trova una violenta negazione negli anni della guerra, nel ricordo dei corpi sciolti, atomizzati, distrutti e annientati dagli orrori della Seconda guerra mondiale. Negli anni Cinquanta gli artisti devono recuperare la capacità di rappresentare il corpo e di credere nuovamente nella sua volontà significante, fino a ritrovarne un nuovo senso nel decennio successivo.

Le istanze dell’arte di rottura degli anni Sessanta – dal Nouveau Réalisme all’Arte Concettuale, dalla performance alla Body Art – recuperano la centralità del corpo traendo nuova linfa dalla lezione, brillante e al contempo tragica, della Vienna di inizio secolo. Il corpo non è più soltanto soggetto: diventa mezzo del messaggio, supporto e strumento, mentre arte e vita non sono più separate e il gesto diventa fatto autonomo ed espressivo.

Le Antropometrie di Yves Klein e le Impronte e Sculture viventi di Piero Manzoni costituiscono il vero incipit di questo nuovo rapporto tra corpo e opera. Sperimentale e ironica in Manzoni, mistica in Klein, la questione del corpo entra direttamente nello spazio dell’arte e trasforma l’artista e il pubblico in opera.

Nella Body Art il corpo diventa anche mezzo politico e luogo di esperienza e di confronto. Nelle opere di Ana Mendieta e Gina Pane, il corpo dell’artista viene usato come supporto e strumento; pelle, sangue, dolore, nudità e modificazione fisica entrano nel linguaggio dell’arte. La fisicità diventa così il luogo della catarsi delle proprie paure e un messaggio politico e poetico sulla condizione della donna, sull’uso strumentale del corpo femminile, sulla rimozione del desiderio e sull’abolizione delle definizioni univoche.

Il corpo inteso come disagio, come rimosso incomunicabile, corpo da modificare o cambiare in modo reale o virtuale, corpo come luogo della lotta della psiche con sé stessa, come segno di sanità e perfezione e insieme come simbolo di rivoluzione, attraversa la seconda metà del Novecento e arriva fino ai nostri giorni. Carne e sangue, poesia e gioco, archetipo e attualità: corpi fluidi e corpi rifatti, corpi posseduti e corpi idealizzati, corpi mascherati e corpi contratti compongono il nostro immaginario visivo quotidiano.

A più di un secolo dalla Secessione viennese, il motto “Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà” trova così una nuova declinazione: ad ogni epoca il proprio corpo, ad ogni corpo la propria libertà.

Accanto alla mostra, MUVE Education propone un programma di attività rivolto a scuole, università, adulti e pubblici con esigenze specifiche. Il programma comprende percorsi guidati e laboratori dedicati ai temi della mostra, tra cui il percorso Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea e il laboratorio Raccontare con il segno, ispirato alla tecnica della litografia e rivolto alle scuole secondarie e all’università.

Particolare attenzione è dedicata inoltre all’accessibilità, con Il corpo da vedere, toccare, immaginare, un percorso plurisensoriale aperto a tutte e tutti, che integra l’esplorazione tattile delle opere con una riproduzione a rilievo di Giuditta II di Gustav Klimt, e con attività specificamente pensate per anziani, persone con disabilità cognitive e ospiti di strutture residenziali e centri diurni.