Kate Newby – The leaves were brighter than the grass
Mostra personale di Kate Newby (1979, Aotearoa, Nuova Zelanda), a cura di Ida Simon – Raynaud della galleria Art Concept di Parigi.
Comunicato stampa
Dal 26 settembre al 7 novembre 2026, la Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo presenta The leaves were brighter than the grass, mostra personale di Kate Newby (1979, Aotearoa, Nuova Zelanda), a cura di Ida Simon – Raynaud della galleria Art Concept di Parigi.
Nota per le sue opere site-specific, la pratica di Kate Newby prende forma a partire dai luoghi: dalla loro architettura, dalla luce, dai materiali, ma anche dagli usi, dai passaggi e da ciò che normalmente resta ai margini dell’attenzione. Attraverso sculture e installazioni realizzate prevalentemente a mano, l’artista interviene nello spazio senza occuparlo, modificandone piuttosto la percezione. Ceramica, vetro e tessuti, insieme a materiali e oggetti raccolti, diventano strumenti di una ricerca che si muove continuamente tra materia, spazio ed esperienza.
Da oltre due decenni, Kate Newby sviluppa una pratica internazionale che amplia progressivamente il campo della scultura e dissolve i confini tra oggetto, architettura, paesaggio e vita quotidiana. Il suo lavoro si è sviluppato attraverso mostre, commissioni pubbliche e progetti museali in Europa, Asia, Australia, Medio Oriente e Nord America, spesso a partire da luoghi al di fuori dei tradizionali centri del mondo dell’arte contemporanea. Finestre, pavimentazioni, pareti, porte e paesaggi diventano così parte integrante della sua ricerca, non semplici sfondi, ma elementi attivi con cui la scultura entra in relazione.
«Considero il mio lavoro come la creazione di uno spazio in cui possano accadere delle cose», afferma Newby.
Camminare, attraversare, toccare, scegliere una direzione: il movimento del pubblico entra a pieno titolo nella costruzione stessa dell’esperienza. L’opera non si offre soltanto come oggetto da osservare, ma agisce sullo spazio e sull’attenzione, portando in primo piano ciò che normalmente rimane sullo sfondo.
È una poetica del quotidiano, e un’attenzione rivolta alle possibilità che contiene: materiali trovati, oggetti trascurati, dettagli minimi e situazioni ordinarie acquistano una nuova evidenza. Più che cercare un momento eccezionale o separato dalla realtà, Newby porta l’esperienza artistica dentro ciò che è già presente, disponibile allo sguardo ma spesso ordinario, marginale e inosservato.
Questo modo di lavorare assume una particolare rilevanza negli spazi della Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo, dove la mostra nasce dall’osservazione diretta del luogo e delle sue caratteristiche. Le opere entrano infatti in dialogo diretto con l’ex Chiesa settecentesca delle Dimesse, oggi sede della Fondazione, che conserva ancora tracce della propria funzione religiosa e caratteristiche del tardo Barocco, con la profusione di stucchi, statue, nicchie, l’altare in marmo policromo e il portale in larice intagliato. La mostra si estende inoltre nell’ampliamento contemporaneo adiacente alla cappella, le cui pareti bianche e l’illuminazione minimalista al neon contrastano nettamente con lo stile storico del luogo.
L’intervento di Newby nasce proprio da questo confronto tra epoche ed estetiche. Nella chiesa, ai piedi dell’altare vuoto, una grande installazione composta da migliaia di pozzanghere in porcellana, incorporate con vetri colorati, appare come un’offerta lasciata dal mare. Prive di qualsiasi pretesa di sacralità, queste sculture appaiono come anti-reliquie, caratterizzate dalla stessa attenzione per il frammento, il dettaglio minimo e l’oggetto recuperato che contraddistingue la pratica dell’artista.
Negli spazi contemporanei adiacenti alla chiesa, il lavoro prosegue con un gruppo di pozzanghere in gres di dimensioni maggiori, un carillon a vento blu e un’installazione in cui numerose corde sono disposte all’interno di una costellazione di elementi in vetro e bronzo realizzati dall’artista. Questa installazione si sviluppa attraverso lo spazio espositivo, invitando il pubblico a camminare sotto e attraverso l’opera e a sperimentare prospettive differenti.
In entrambi gli ambienti, le opere instaurano una relazione sottile tra la ricchezza ornamentale del passato e la sobrietà dell’architettura contemporanea, creando una tensione tra struttura duratura e gesto effimero, materiali modesti e contesto prezioso, interventi misurati e spazio maestoso. Là dove il Barocco esprime la propria presenza attraverso l’abbondanza, l’accumulazione e la teatralità della decorazione e della luce, le opere di Newby intervengono invece attraverso la sottrazione, la misura e l’attenzione al vuoto.
Anche la figura umana viene introdotta nello spazio come presenza percepibile: le sculture di Newby portano con sé infatti tracce del gesto manuale dell’artista, le impronte delle mani e delle dita e, talvolta, persino quelle di gomiti e ginocchia. Il corpo entra fisicamente in relazione con spazio e materia. Dal paradigma del monumento si passa a quello della traccia, veicolo di ciò che ci sfugge, ci coinvolge e lascia il proprio segno su di noi.
La mostra costruisce dunque un dialogo tra tre arti: quella monumentale e divina della chiesa barocca, quella spoglia e neutra del contemporaneo e quella minimale e terrena introdotta dalle opere di Kate Newby. Le sue sculture non si impongono sull’architettura, ma, in sintonia con il pensiero settecentesco, vi si insediano temporaneamente, diventando un nuovo ornamento del luogo e trasformandone la percezione.
Attraverso un movimento di depositi e sottrazioni, The leaves were brighter than the grass aggiunge nuovi strati alla storia dell’ex Chiesa delle Dimesse. Le opere modificano le prospettive, aprono nuove possibilità di attraversamento e invitano a guardare l’architettura da punti di vista inediti, rendendo nuovamente visibili o invitano a immaginare ciò che spesso sfugge all’attenzione.