Julian Charrière – Towards No Earthly Pole

Lugano - 26/10/2019 : 15/03/2020

Il Museo d’arte della Svizzera italiana ha il piacere di presentare una grande mostra personale dedicata a Julian Charrière, giovane artista svizzero tra i più innovativi e promettenti della sua generazione.

Informazioni

Comunicato stampa


Dal 27 ottobre 2019 al 15 marzo 2020, il Museo d’arte della Svizzera italiana ha il piacere di presentare una grande mostra personale dedicata a Julian Charrière, giovane artista svizzero tra i più innovativi e promettenti della sua generazione. L’esposizione Towards No Earthly Pole è concepita intorno all’omonima e inedita opera video, per la realizzazione della quale l’artista ha esplorato località remote dalle condizioni climatiche estremamente ostili. Il progetto espositivo sarà in seguito presentato, in una versione riadattata, all’Aargauer Kunsthaus di Aarau e al Dallas Museum of Art


Julian Charrière si è imposto sin da subito sulla scena dell’arte contemporanea come un esploratore moderno, noto per una ricerca artistica concettuale che attraversa e combina varie discipline, dalla geologia all’archelogia, dalla fisica alla storia. Padroneggiando performance, scultura, fotografia e video, il suo lavoro offre nuovi e inaspettati punti di vista su alcune delle questioni al centro della nostra epoca e dell’umanità in generale. L’artista è spesso in viaggio, recandosi nelle aree più remote del pianeta con forte identità geopolitica – ad esempio vulcani, ghiacciai, siti radioattivi – per esplorare con metodi e materiali non convenzionali le tensioni e l’inestricabile legame tra civiltà umana e paesaggio naturale.
Julian Charrière
Towards No Earthly Pole, 2017
Video della spedizione
© l’Artista; ProLitteris 2019, Zurich

L’idea del progetto Towards No Earthly Pole nasce nel 2017 quando Charrière è invitato su una nave di ricercatori russi a percorrere il canale di Drake, tra capo Horn e le isole Shetland Meridionali.
L’impatto concreto con il paesaggio dell’Antartide e il confronto con la storia delle esplorazioni di inizio Novecento hanno dato avvio all’opera, portandolo poi sui ghiacciai svizzeri del Rodano e dell’Aletsch, sul Monte Bianco, in Islanda e in Groenlandia. Il titolo della mostra e del progetto riprende un verso che il poeta inglese Alfred Tennyson dedica a John Franklin – deceduto insieme a tutto il suo equipaggio nell’ultima famosa spedizione polare del 1845 – e crea un legame immediato con l’universo delle esplorazioni ottocentesche e di inizio Novecento. All’epoca i poli terrestri e i ghiacciai erano le ultime regioni da conquistare e cartografare, le frontiere finali per l’uomo, piene di segreti ed estremamente ardue da attraversare. Oggi sono considerati fragili ecosistemi da proteggere, simboli centrali dell’antropocene, ma allo stesso tempo rimangono i luoghi più estranianti della terra e maggiormente ostili nei confronti degli esseri viventi.
Julian Charrière
Towards No Earthly Pole, 2017
Video della spedizione
© l’Artista; ProLitteris 2019, Zurich

L’esposizione al MASI è concepita come un diorama nel quale il visitatore potrà addentrarsi. Intorno alla proiezione centrale, Charrière ha realizzato un’installazione ambientale, trasformando l’intero spazio espositivo in uno scenario che riecheggia i principali soggetti e le tematiche dell’opera video. L’artista vuole amplificare la visita dello spettatore con un’esperienza sensoriale e rendere più intensa la relazione tra chi osserva e il paesaggio rappresentato.



L’idea del progetto Towards No Earthly Pole nasce nel 2017 quando Charrière è invitato su una nave di ricercatori russi a percorrere il canale di Drake, tra capo Horn e le isole Shetland Meridionali.
L’impatto concreto con il paesaggio dell’Antartide e il confronto con la storia delle esplorazioni di inizio Novecento hanno dato avvio all’opera, portandolo poi sui ghiacciai svizzeri del Rodano e dell’Aletsch, sul Monte Bianco, in Islanda e in Groenlandia. Il titolo della mostra e del progetto riprende un verso che il poeta inglese Alfred Tennyson dedica a John Franklin – deceduto insieme a tutto il suo equipaggio nell’ultima famosa spedizione polare del 1845 – e crea un legame immediato con l’universo delle esplorazioni ottocentesche e di inizio Novecento. All’epoca i poli terrestri e i ghiacciai erano le ultime regioni da conquistare e cartografare, le frontiere finali per l’uomo, piene di segreti ed estremamente ardue da attraversare. Oggi sono considerati fragili ecosistemi da proteggere, simboli centrali dell’antropocene, ma allo stesso tempo rimangono i luoghi più estranianti della terra e maggiormente ostili nei confronti degli esseri viventi.