Josè Molina – Los Olvidados

Milano - 05/03/2013 : 29/03/2013

La mostra presenta il risultato di un intenso work in progress che comprende una quindicina di opere tecnicamente elaborate che costituiscono l’intera serie Los Olvidados e altre appartenenti alla tematica precedente affrontata (Predatores), affiancate da bozzetti, disegni e stampe, così da riassumere in modo significativo l'intenso lavoro di ricerca svolto dall'artista madrileno.

Informazioni

  • Luogo: FONDAZIONE LUCIANA MATALON
  • Indirizzo: Foro Buonaparte 67 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 05/03/2013 - al 29/03/2013
  • Vernissage: 05/03/2013 ore 18,30
  • Autori: Josè Molina
  • Curatori: Rosetta Gozzini
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Martedì-sabato ore 10.00 – 19.00
  • Patrocini: dall’ Istituto Cervantes di Milano e dal Consolato di Spagnolo di Milano, in collaborazione con Deodato Arte /Pisacane Arte

Comunicato stampa

Si inaugura martedì 5 marzo 2013 alle 18,30 presso il Museo Fondazione Luciana Matalon la personale dell’artista madrileno Josè Molina dal titolo” Los Olvidados” a cura di Rosetta Gozzini. La mostra è patrocinata dall’ Istituto Cervantes di Milano e dal Consolato di Spagnolo di Milano, in collaborazione con Deodato Arte /Pisacane Arte



La mostra presenta il risultato di un intenso work in progress che comprende una quindicina di opere tecnicamente elaborate che costituiscono l’intera serie Los Olvidados e altre appartenenti alla tematica precedente affrontata (Predatores), affiancate da bozzetti, disegni e stampe, così da riassumere in modo significativo l'intenso lavoro di ricerca svolto dall'artista madrileno.
Come dice la curatrice nel testo critico della mostra:…sono esseri umani rotti, di un altro tempo, dimenticati. Un tempo lottatori e pronti per la battaglia, ora sono vinti, espropriati, messi a tacere. Alla fine hanno ceduto, si sono persi, si sono spezzati. I loro corpi, la loro carne, il loro sangue si sono trasformati in legno senza nutrimento di alberi sradicati, ferro devastato, ingranaggi di una macchina arrugginita, pietre rotte di lapidi senza fiori e senza nome. Con queste parole, l’artista José Molina ci descrive con chiarezza la natura e l’intenzione delle sue opere. Prima ancora di cogliere gli aspetti formali salienti, siamo toccati dalla forza espressiva delle sue opere che giunge a noi come un urlo lancinante che è manifestazione del dolore del soggetto rappresentato e annuncio di quello dell’intera umanità. Le creature che affiorano dalla coscienza di Molina sono esseri deformi. Sono mutati nell’aspetto, perché travolti dall’esistenza: lo spasmo ha trafitto le loro membra, i loro cuori, le loro anime. Un tempo combattenti temibili, hanno smarrito la loro autentica natura, trasfigurandosi in entità costituite da una materia alterata. Il carattere della loro trasformazione sembra nascondere, e però al contempo mostrare, la testimonianza di una memoria antica, radicata, ancestrale se si vuole, che riguarda l’intero genere nostro. Come se la materia di cui si vestono, una volta trasformati, non sia altro che una nostra seconda natura, qualcosa di cui l’uomo non può in alcun modo liberarsi, può poggiarvi i suoi piedi o cadervi dentro. Questi “ dimenticati” proprio in quanto tali, perché non ricordati dal mondo e non riconosciuti da se stessi, sono intrappolati in questo “abito secondo”, in questa mostruosità connaturata all’umano. Pertanto, le sue opere possono anche essere colte come un monito nella prospettiva per la quale l’artista afferma che l’arte deve essere un impegno sociale e un confronto che può portare a prese di coscienza personali e collettive: …Stiamo perdendo il contatto con il nostro corpo, con la terra, con il nostro cuore. Secondo me l’arte deve recuperare questo spazio, quest’anima, questa sensibilità, una comunicazione più pura… Le sue opere, possono allora essere considerate i ritratti di esemplari nel pieno della loro caduta, pezzi smarginati del puzzle collettivo. In questo senso, non possono non venire alla mente le rappresentazioni del grottesco e del mostruoso propri del Medioevo, ma anche in qualche modo vicini all’opera di Bosh; senza contare che ci ricordano anche molto per la poetica e per il segno, l’opera di Francis Bacon. Ma a differenza Bacon, che tende a rendere la trasformazione una distillazione psichica e quasi fantasmatica, in qualche modo incorporea del rapporto doloroso che l’uomo ha con l’esistenza, Molina insiste sulla materia che irrigidisce le curve, così care a Bacon, ghiaccia i suoi personaggi e li immobilizza in una materia metamorfica che tiene la distanza con la potenziale morbidezza dell’umano. Solo alcune parti sembrano rilucere ancora, soprattutto gli occhi, come a dire che non è sopita la sensibilità, non è sopita la coscienza, anzi, più è chiaro lo scarto tra durezza della maschera e morbidezza dello sguardo, più è lacerante riconoscere nel prigioniero la coscienza del suo stato: Quando scoprii che John possedeva un’ intelligenza acuta, una grande sensibilità e un’immaginazione romantica, mi resi conto di quanto terribilmente tragica doveva essere la sua vita” (Estratto dall’ articolo “Merrick e il Dolore” di Rosa Montero).
La tecnica, di grande efficacia espressiva, che usa Molina consiste nell’uso del Lapis Carisma e Prismacolor su cartoncino bianco Fabriano. Questa tecnica gli consente di creare una grande tensione cromatica nel chiaroscuro e contemporaneamente di far trasparire con nettezza la differenza sostanziale di cui è costituita la figura rappresentata. C’è una malinconia incresciosa nella sua opera, qualcosa che ci fa avere una grande compassione dell’essere umano dal cui paesaggio la grazia sembra essere assente.

Note Biografiche
José Molina nasce a Madrid nel luglio del 1965. All’età di undici anni ha inizio la sua formazione in diverse scuole d’arte, dove, per più di dieci anni, studia disegno e pittura. A diciotto anni inizia a lavorare in pubblicità e nel frattempo completa i suoi studi all’Università di Belle Arti di Madrid. Estende poi la sua esperienza professionale ai campi dell’illustrazione, televisione, cartoni animati, e al settore multimediale. A trentacinque anni decide di tornare alle sue radici e di dedicarsi totalmente alla pittura. Espone per la prima volta nel 2004 in Italia con “Morir para Vivir” presso la Galleria Rubin di Milano. Inizia con questo lavoro un’instancabile esplorazione dell’artista di mondi interiori che portera’ alla luce anche nella successiva collezione “Predatores” , che vive una ricca stagione espositiva tra cui a Milano una personale presso il Museo della Scienza a cura di Vittorio Sgarbi. Nel 2010 espone “Cosas Humanas” alla Fondazione Mudima. Nel 2011 pubblica “Sentimentos”, edito dalla casa editrice Logos. Il libro raccoglie oltre alle opere piu’ recenti i primi disegni che rappresentano una sorta di atlante psicologico dell’essere umano. I suoi due ultimi progetti “Los Olvidados” e “AlmaMujer”, molto diversi tra loro per tecnica e contenuti, hanno come unico filo conduttore, la presa di coscienza da parte dell’artista che siamo di fronte ad un importante passaggio evolutivo e che la crisi ne e’ un segnale.