Jose Molina – Bestias Humana

Roma - 27/03/2014 : 16/04/2014

Mostra retrospettiva dell’artista Madrileno Josè Molina dal titolo “Bestias Humana” a cura di Rosetta Gozzini.

Informazioni

  • Luogo: REAL ACADEMIA DE ESPANA
  • Indirizzo: Piazza San Pietro in Montorio, 3 00153 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 27/03/2014 - al 16/04/2014
  • Vernissage: 27/03/2014 ore 18,30
  • Autori: Josè Molina
  • Curatori: Rosetta Gozzini
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: tutti giorni: 10-13 / 14-19
  • Email: info@raer.it
  • Patrocini: Promossa e Patrocinata da: Instituto Cervantes Italia Consulado General de España en Milán Con il supporto di Deodato Arte Sponsor Visit Gravedona e Casale del Giglio Partner dell’evento Insideart
  • Catalogo: Guido Talarico Editore

Comunicato stampa

Bestias Humanas


L’artista Madrileno Josè Molina, con la mostra Bestias Humanas, presenta nei prestigiosi spazi dell’Accademia di Spagna a Roma un excursus artistico di notevole spessore che si snoda dalla sua prima collezione del 2004 “Morir Para Vivir” per giungere, attraverso le opere degli anni successivi, a “Sentimentos”, “Predatores”, “Cosas Humanas”, “Los Olvidados”, alla sua ultima collezione del 2014 “AnimaDonna”, di cui in anteprima mostrerà alcune opere dedicate alle molteplici sfaccettature della dimensione femminile



L’indagine artistica di Josè Molina si erge sull’esplorazione più profonda di mondi interiori e reconditi dell’umano, rappresentando in modo magistrale, attraverso le sue opere, l’unione tra il visibile e l’invisibile delle cose. Questa viscerale necessità porta Molina a studi di psicologia e antropologia, a viaggiare in territori remoti del mondo immergendosi in esperienze magiche sciamaniche, cogliendo così consapevolezze che traduce poi sulla tela, quasi a ricordare il motto goethiano: “la comunicazione visuale ha maggiore capacità evocativa e di risveglio delle facoltà spirituali”.
Così il suo sguardo, attraverso la sua arte, diventa un prisma ottico che, nel linguaggio di Blake, corrisponde al fatto che l’immaginazione non è uno stato mentale ma è l’esistenza umana stessa. In questo senso, questo sguardo può rifrangere meravigliosamente tutte le complessità e le sfaccettature di un universo per molti lati difficile da comprendere. D’altra parte, al precedente assunto, non possiamo dimenticare di aggiungere quanto l’artista affermi sul valore attuale del proprio lavoro cioè che l’arte deve essere un impegno sociale e un confronto che può portare a prese di coscienza personali e collettive, dicendo: “…Stiamo perdendo il contatto con il nostro corpo, con la Terra, con il nostro cuore. Secondo me l’Arte deve recuperare questo spazio, quest’anima, questa sensibilità, una comunicazione più pura…”
A questo riguardo, il corpo e la terra non possono che essere considerati elementi di quella natura parlante che per Josè è l’epifania del divino sulla terra che fa da eco all’umano attraverso le sue bellezze e la sua forza, anche in contrappasso con le estreme asprezze e crudeltà di questa nostra dimensione.
Si può dire che i caratteri fondamentali del percorso artistico di Molina si concentrino così, nell’arco di tempo che va da “Morir Para Vivir” a “Animadonna”; sui temi della metamorfosi, come ad esempio nella collezione”Predatores” e “Sentimentos”; sul rapporto distonico fra uomo e natura; sul tema della divisione e sovrapposizione come in “Sangre” della collezione “Morir Para Vivir”; e sul doppio come in “Emozioni intrecciate” della collezione “ Cosas Humanas” che manifesta un rapporto con il materiale iconografico che va dalla scelta del bianco e nero e del disegno, alla composizione di materiali ed elementi cromatici eterogenei in cui nulla della composizione è estraneo alla rappresentazione, come in “Otoño” del capitolo “Radici” della collezione “ Animadonna”. In tal senso, possiamo interpretare il ruolo che ha la “cornice” in queste opere: essa non è giustapposta alla rappresentazione, ma è parte integrante di essa grazie al fatto che è costituita dalla stessa materia di cui è costituita l’opera che partecipa, dal suo sfondo ai suoi margini, alla rappresentazione in modo tale che anche la sua convenzionale funzione, come limite dell’opera, venga superata rimandando il contorno o il confinenon ad indicarne la separazione con il mondo esterno, ma a farla rifluire all’interno di se stessa, così da creare una continuità circolare ed autosufficiente del rapporto tra materia e segno.

In particolare ci possiamo soffermare a riconoscere le succitate caratteristiche nelle opere appartenenti alla collezione “Predatores”, da cui si evince un’atmosfera sospesa, surreale, visioni oniriche borghesiane, in cui il sogno/incubo dà vita ad un nuovo reale: una dimensione interiore fatta di esseri in atto di trasformazione in cui l’ umano muta forma in creature dalle sembianze animalesche, quasi a denunciare la perdita della vera natura umana, o la necessità di palesare l’unità con ogni essere vivente. Nell’opera di Molina dal titolo “Espermatozoide II” l’urlo di dolore della mutazione in atto è così intenso, che lo spettatore che osserva l’opera ne sente la lacerazione interna come se una parte dell’immagine rappresentata entrasse in risonanza con l’osservatore risvegliando la comune appartenenza ad un territorio il cui sentimento mantiene il suo carattere ancestrale.
Se ci soffermiamo ancora sulla collezione “Los Olvidados” guidati dalle parole dell’artista:
…sono esseri umani rotti, di un altro tempo, dimenticati. Un tempo lottatori e pronti per la battaglia, ora sono vinti, espropriati, messi a tacere. Alla fine hanno ceduto, si sono persi, si sono spezzati. I loro corpi, la loro carne, il loro sangue si sono trasformati in legno senza nutrimento di alberi sradicati, ferro devastato, ingranaggi di una macchina arrugginita, pietre rotte di lapidi senza fiori e senza nome.
Ci accorgiamo che José Molina ci descrive con chiarezza la natura e l’intenzione di questa collezione. Siamo toccati dalla forza espressiva delle sue opere che giunge a noi come un urlo lancinante che è manifestazione del dolore del soggetto rappresentato e annuncio di quello dell’intera umanità. Le creature che affiorano dalla coscienza di Molina sono esseri deformi. Sono mutati nell’aspetto, perché travolti dall’esistenza: lo spasmo ha trafitto le loro membra, i loro cuori, le loro anime.
La materia di cui si vestono, una volta trasformati, non è altro che una nostra seconda natura, qualcosa di cui l’uomo non può in alcun modo liberarsi, può poggiarvi i suoi piedi o cadervi dentro. Questi “ dimenticati” proprio in quanto tali, perché non ricordati dal mondo e non riconosciuti da se stessi, sono intrappolati in questo “abito secondo”, in questa mostruosità connaturata all’umano.
Molina insiste, come nell’opera dal titolo “ La tragedia de ser àngel”, sulla materia che irrigidisce le curve, ghiaccia i suoi personaggi e li immobilizza in una metamorfosi che tiene la distanza con la potenziale morbidezza dell’umano. Solo alcune parti sembrano rilucere ancora, soprattutto gli occhi, come a dire che non è sopita la sensibilità, non è sopita la coscienza, anzi, più è chiaro lo scarto tra durezza della maschera e morbidezza dello sguardo, più è lacerante riconoscere nel prigioniero la coscienza del suo stato.
Infine, ci vien dato di cogliere lo stato d’animo di fondo di questa mostra, il cui carattere ricorrente è la trasformazione e il senso di disorientamento patito dall’individuo grazie ai seguenti versi dello stesso artista:
Sangue!
Io non potei vivere lì più a lungo.
Quella non era ne vita ne morte.
Ricordo ancora il fuoco e il sangue.
Quel buio assoluto, quei boschi incendiati e
senza foglie.
Quel terribile silenzio rotto solo
dall’angoscioso “tic tac” dell’orologio che mi
ricordava quanto tempo mi rimaneva da
vivere.
Com’è difficile morire quando lo si desidera!
Poco a poco le pareti, le stanze, la casa si
andarono sgretolando.
…vinte da un fuoco interiore che si ribellava,
che straripava, che chiedeva il conto, che si
vendicava,

Rosetta Gozzini