Jacopo Chimenti da Empoli

Domodossola - 18/07/2017 : 30/09/2017

L’École des Italiens in collaborazione con BIG – Broker Insurance Group/Divisione CiaccioArte, presenta a Domodossola, via Mellerio 2, Jacopo Chimenti da Empoli, “La famiglia di Adamo”

Informazioni

Comunicato stampa

Martedì 18 luglio 2017, dalle ore 11,00 alle 13,00
L’École des Italiens in collaborazione con
BIG – Broker Insurance Group/Divisione CiaccioArte,
presenta a Domodossola, via Mellerio 2,
Jacopo Chimenti da Empoli, “La famiglia di Adamo”
(olio su tavola, cm 101,5x77,5, seconda metà del XVI secolo).

Testo di Davide Brullo
Catalogo Mme Webb Editore



Sulla Famiglia di Adamo dell’Empoli (1551-1640)

Nipote del Sansovino, architetto dei dogi veneziani dallo sguardo scaltro – a leggere il ritratto che compilò Tintoretto – Jacopo Chimenti, meglio noto come l’Empoli, non prese nulla dal nonno

Allievo di Maso da San Friano, a sua volta pupillo di Pier Francesco Foschi, che andò a bottega da Andrea del Sarto e fu assistente di Pontormo, la discendenza e il dna di Jacopo da Empoli, che non s’allontanò mai da Firenze e mise studio in via dei Servi, proviene dalla ‘maniera’ fiorentina. Riguardo alla sua opera – che ha punte di grandezza nel Sant’Ivo protettore delle vedove e degli orfani alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti e nell’Onestà di Sant’Eligio agli Uffizi – si citano le ispirazioni da Bronzino, ma anche i rapporti con Alessandro Allori e Matteo Rosselli (così Adelaide Chiappini Bianchini). Il Dizionario di Stefano Ticozzi riferisce che ‘l’Empoli’ “in Firenze fu più volte adoperato dalla corte granducale in occasione di feste o per apparecchi di principesche nozze”. Il pittore fu altresì un talento nell’arte, per così dire, ‘da camera’, dacché “dipinse quadri di piccole dimensioni rappresentanti frutta, confetture ed altre cose dello stesso genere, nelle quali fu da pochi superato”. Della Famiglia di Adamo, di cui esistono secondo Alessandro Marabottini almeno due copie – d’altronde, “l’Empoli era solito replicare i suoi dipinti” – colpisce l’eccentricità del tema e la relazione ‘narrativa’ tra i soggetti. Colpita dalla punizione di Dio, in esilio, la prima famiglia sul pianeta sosta in un bosco, nell’alcova dell’ombra. Sembra in fuga, sembra una famiglia di profughi, e la montagna inazzurrata, in fondo, simile a una lacrima congelata, pare l’Eden, perduto per sempre. Il quadro va di certo letto sinotticamente alle tante opere che raffigurano il riposo durante la fuga in Egitto della ‘sacra famiglia’ di Cristo, ma qui i rapporti familiari sono scossi, alterati, in contrasto. Adamo, seduto e appoggiato alla zappa – figura dell’anatema divino, “maledetto il suolo per causa tua (…) con il sudore del volto mangerai il pane”, Gn 3, 17; 19 – ha uno sguardo sconfitto, mentre Eva, in piedi, di scultorea bellezza, dipinta come una Venere di Milo, virile, lo sfida scocciata. In braccio, su una spalla, la donna ha il piccolo Abele, che fissa con volto di ebete innocenza il cielo, mentre Caino si sorregge alla sua gamba destra. Nello stesso tempo, l’emblema di Eva ha i tratti della classicità arcaica, dall’altro cita l’iconografia della Madonna attorniata da Gesù e da Giovanni Battista. In sostanza, se l’Adamo dell’Empoli, perplesso, inquieto, è figlio della Controriforma, Eva ha ancora il sangue dell’epica rinascimentale. “Giunto a decrepita vecchiaja”, ci avvisa Ticozzi, Jacopo Chimenti detto l’Empoli “morì povero nel 1640”. Diego Velázquez aveva appena realizzato il Marte e, di lì a poco, avrebbe dipinto il ritratto di Sebastian de Morra. Artisticamente, siamo già in un altro mondo.

Davide Brullo