Il gesto femminista

Milano - 09/12/2014 : 09/12/2014

La pubblicazione de Il gesto femminista è stata così l’occasione per ricostruire, sia da un punto di vista documentario che attraverso il dibattito intorno al tema dell’immagine, una storia (in gran parte) sommersa dalle narrazioni artistiche ufficiali, riletta da una prospettiva di genere, con il coinvolgimento di teoriche, femministe, figure appartenenti all’ambito della produzione visiva e a quell’insieme di pratiche, istituzioni e soggettività dentro e fuori il mondo dell’arte contemporanea.

Informazioni

  • Luogo: NABA - NUOVA ACCADEMIA DI BELLE ARTI
  • Indirizzo: Via Carlo Darwin 20 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 09/12/2014 - al 09/12/2014
  • Vernissage: 09/12/2014 ore 16,30
  • Generi: presentazione

Comunicato stampa

“Sono pezze, toppe, rattoppe, tappabuchi, pezze da piede, pezze da ricambio, pezze di stoffa, pezze giustificative. Le pezze ci fanno diventare pazze nella rappezzatura. Basta con le pezze! Tessiamo la rivolta.”
Collettivo femminista Le Pezze, 1975.

“terribile non è il giogo dell’oppressione sociale, economica, giuridica, politica. Ma quello dell’amare, del dedicare all’altro la propria forza, senza la quale lui non può realizzare l’opera.”
Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, 1980



“Il lavoro gratuito, il lavoro d’amore, non è una gran soluzione e abbiamo già visto che determina dipendenze e subordinazione.”
Alisa Del Re, Produzione-riproduzione e critica femminista, 2013.


NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano è lieta di annunciare, in collaborazione con DeriveApprodi, la presentazione del volume IL GESTO FEMMINISTA. La rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell’arte (a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna) attraverso un incontro di natura laboratoriale e il re-enactement di alcune esperienze espositive di collettivi femministi, attivi a Milano negli anni Settanta, per ricollocare la pratica artistica dentro il contesto politico e l’immaginario di quel grande ciclo di lotte, in rapporto all'editoria e alla sperimentazione di programmi educativi, affrontando la complessità del nesso tra arte e femminismo in Italia e soprattutto la sua fuoriuscita. A partire da quel gesto sovversivo (le mani congiunte a formare il sesso femminile) e dalla sua genealogia, la radicalità del movimento di liberazione, che nella sua fase iniziale rivendicava la propria soggettività attraverso quel gesto, rifiutò tutto quello che il capitale aveva assegnato, storicamente e socialmente, al ruolo della donna. Ma la rivoluzione (è stata) interrotta – come sostiene Silvia Federici oggi. E “Noi non vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo”(Rivolta Femminile). A partire da quello del canone maschile, anche nella storiografia artistica, risultato della storia delle azioni patriarcali, in cui l’unica rappresentazione del conflitto è lo scontro (servo-padrone, operaio-capitale, vincitore-vinto), recuperando diverse strategie di resistenza e opposizione contro quei modelli (di femminilizzazione della biopolitica) che mettono al lavoro differenze, tempo, precarietà, affettività e sessualità.
In quell’altrove c’è una storia non scritta, esaltata nell’immaginario ma insignificante politicamente. Siamo di fronte a nuove forme di subalternità che valorizzano gli aspetti della cura. Anche l’illusione di una reciprocità (non solo amorosa) è un rapporto di potere che crea dissimmetrie, forti legami di dipendenza. È il riconoscimento di una subordinazione che non viene mai raccontata come uno degli elementi strutturali del capitalismo.

La pubblicazione de Il gesto femminista è stata così l’occasione per ricostruire, sia da un punto di vista documentario che attraverso il dibattito intorno al tema dell’immagine, una storia (in gran parte) sommersa dalle narrazioni artistiche ufficiali, riletta da una prospettiva di genere, con il coinvolgimento di teoriche, femministe, figure appartenenti all’ambito della produzione visiva e a quell’insieme di pratiche, istituzioni e soggettività dentro e fuori il mondo dell’arte contemporanea.

Intervengono all’incontro:
Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (curatrici del volume)
Federica Giardini e Cristina Morini (tra le autrici dei contributi teorici)
Lea Melandri (saggista, Libera Università delle Donne), Marirì Martinengo (insegnante, Libreria delle Donne), Caterina Iaquinta (docente NABA), Sara Errico (curatrice).
modera: Elvira Vannini (docente NABA)

L’evento è curato da Elvira Vannini insieme a Nicole Caputi, Sara Marchesi, Marcella Toscani e Cristina Zappa che hanno seguito le ricerche di alcune aree tematiche, presenti in mostra, sia per riattualizzarne l’urgenza sul terreno dello scontro politico oggi, sia per ricreare il grande potenziale creativo che a partire dalle manifestazioni di piazza hanno imposto linguaggi e pratiche. Tutto il lavoro è stato sviluppato all’interno del Biennio in Arti Visive e Studi Curatoriali diretto da Marco Scotini.
Concept artistico: Carlo Miele. Il display è stato realizzato con la collaborazione di Giovanna Repetto.

DONNA e LAVORO (di Sara Marchesi)
Affermando che “la figura del precario sociale oggi è donna”, Cristina Morini intende sottolineare come il modello incoraggiato dal sistema bioeconomico contemporaneo sia quello dell’individuo duttile, iper-flessibile e come in tal senso esso attinga al “bagaglio esperienziale femminile”, pur travalicando la differenza di genere. Parlando di femminilizzazione del lavoro, il rimando è al concetto del divenire donna del lavoro, con il quale Deleuze ha descritto la natura biopolitica dei rapporti di lavoro attuali e la conseguente messa a valore della riproduzione e di tutti quegli aspetti legati agli affetti e alla cooperazione, attuata da un’economia che ha ormai fatto della nostra vita la fonte primaria di accumulazione. Così, l’estensione di alcune caratteristiche attribuite al lavoro femminile, riproduttivo e domestico - cura e dedizione, invisibilità politica, sfruttamento delle risorse affettive, relazionali e intellettuali messe al servizio della produzione, adattabilità e assorbimento dei tempi del lavoro alla complessità dei tempi della vita - diventano paradigma delle forme di soggettivazione che storicamente hanno coinvolto le donne.

LINGUAGGIO (di Nicole Caputi)
Qual è il rapporto tra creatività e politica attraverso la scrittura? La parola scritta è stata da sempre uno strumento del dominio patriarcale, una forma di subordinazione che passa dal linguaggio. Il femminismo ha dato vita ad un nuovo pensiero, nuovi desideri, nuove idee, agendo a partire dal tessuto sociale, cambiando le relazioni e la vita di tantissime donne nella loro quotidianità. In questo modo il significato di molte parole è cambiato e la presa di coscienza veicolata dal movimento sì è basata proprio sul comunicare un nuovo modo di pensare attraverso vecchie parole che sono state svuotate e riempite da un senso rinnovato dall’autocoscienza. Parole che insieme ai gesti raccontano una storia e perché «consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili» (RF). Un glossario di parole si sviluppa in una mappa diagrammatica e attraverso una scrittura associativa ci riporta a quelle pratiche che, attraverso il linguaggio, hanno rivoluzionato l’ordine costituito.

EDUCAZIONE (di Marcella Toscani)
In opposizione all’a dominante cultura patriarcale e maschilista veicolata dalla società, la pedagogia femminista ha apportato un contributo fondamentale all’educazione così come ci è stata imposta, allo scopo di scardinarla e renderla “altro”. Fuori da modelli educativi cui sottostare, l’esperienza delle 150 ore di Via Gabbro di Lea Melandri, ricostruita attraverso documenti originali, ha proposto un linguaggio altro poiché all'interno del corso serale per casalinghe iniziano ad essere affrontate temi quali il lavoro domestico e riproduttivo, il rapporto con figli e mariti, il legame di servitù che la lega alla casa ecc., che permettono alle donne di iniziare a prendere coscienza, e parola, della loro condizione sociale.

A dieci anni di distanza dall’avvio delle 150 ore di Lea Melandri, il progetto per una pedagogia della differenza sessuale, esperimento avviato dall’insegnate Marirì Martinengo con la collaborazione di alcune delle componenti della Libreria delle donne e di altre varie associazioni ha coinvolto gli studenti delle scuole medie della scuola Marelli di Milano, per applicare le teorie femministe al modello educativo. La società cela il vantaggio simbolico e sociale del sesso maschile e procede assumendo le vesti di una presunta neutralità. Non a caso Martinengo afferma che una brava insegnante significava una “valida trasmettitrice del sapere maschile”.

PRATICHE ARTISTICHE (di Cristina Zappa)
Il collettivo femminista “Le Pezze”, costituitosi a Milano nell’inverno 1973, usava l’arte a suffragio della contestazione politica. All’insegna dello slogan “le pezze sono diventate pazze”, il gruppo denunciava l’esasperazione dello status casalingo delle donne, soggette alla figura maschile del padre-marito/padrone e incitava a rivedere il ruolo di rammendatrici e guardarobiere, custodi della casa dei padroni. Partendo dalla rivisitazione di stoffe di uso quotidiano che facevano impazzire le donne considerate “pezze da piedi, pupazzi di pezza, tappabuchi, pezze di ricambio, pezze d’appoggio”, il gruppo decise di portare in piazza le pezze (mutande da uomo, lenzuola, federe,..) rattoppate, rammendate, ricucite, ricamate, dipinte per trasformare le grida di rivolta in una protesta simbolica visibile.

Il re-enactment in mostra è stato realizzato dalle artiste del Triennio in Pittura e Arti Visive: Isabella Benshimol, Karen Bertinelli, Irene Buzzi, Elisa Cataldi, Mafalda Galessi, Virginia Garra, Miriam Gili, Anna Lorato, Giulia Manelli, Mati Jhurry, Guia Patrucchi, Margherita Ramella.

Per l’occasione sarà ripresentata “Le barriere” di Clemen Parrocchetti a cura di Caterina Iaquinta. L’opera, realizzata per la mostra “mezzocielo” presso la Galleria di Porta Ticinese di Milano nel 1978, sarà riletta alla luce delle implicazioni simboliche del “gesto” e dell’impatto del pensiero femminista nelle pratiche artistiche.

Ogni donna sono io – progetto di Sara Errico che nasceva dalla militanza attiva nei collettivi e associazioni femministe prima, spostandosi alle pratiche artistiche attraverso mostre e conferenze – è oggi un’associazione, che si occupa di tematiche di genere a ogni livello e nello specifico sulla condizione della donna migrante forzata alla prostituzione, con lo sviluppo di una unità di strada nei ghetti e nei luoghi di sfruttamento bracciantile della manodopera africana.