I can’t take my eyes off you

Milano - 30/11/2011 : 08/12/2011

Le opere di Jacopo Casadei e Daniele Carpi intrecciano questi punti cardine: natura, perdita d'identità, rinascita nella terra e nuovo sguardo.

Informazioni

  • Luogo: MARS
  • Indirizzo: Via Guido Guinizelli 6 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 30/11/2011 - al 08/12/2011
  • Vernissage: 30/11/2011 ore 18-21
  • Autori: Jacopo Casadei, Daniele Carpi
  • Generi: arte contemporanea, doppia personale

Comunicato stampa

L: Non ho occhi che per te.

H: Forse stai perdendo tempo: hai mai pensato che chi guardi potrebbe stancarsi di te?

L: Non è necessario. Sparirei io prima.

H: E cosa succederebbe?

L: Succederebbe che mi vedrebbe nello spazio che lascio.

H: Saresti un ''buco che parla''.

L: Sarei un ''buco zitto''.

H: In tal caso non ti toglierei gli occhi di dosso mai.

L: Super



G





I can't take my eyes off you



Il progetto prende avvio dalla riflessione sulla figura del brigante nell'ottocento, sviluppando in particolar modo il suo rapporto con la natura in una fusione totale con il paesaggio.



La figura emblematica dell'uomo che viene messo al bando e si rifugia ai margini della città vive una condizione paradossale che lo vede insieme fuori e dentro la comunità, in totale simbiosi con l'ambiente della foresta. Il suo è un contatto primordiale con la terra, un rifugiarsi dalle convenzioni sociali fino a perdere la propria identità e ad assumere uno stato altro, rituale e atavico, che oltrepassa la comune civiltà e lo purifica attraverso l'elemento naturale. Tutto ciò provoca un cambiamento di visione: il velo delle apparenze sociali cade e lo sguardo dell'uomo acquista una consapevolezza maggiore e più profonda.



Così le opere di Jacopo Casadei e Daniele Carpi intrecciano questi punti cardine: natura, perdita d'identità, rinascita nella terra e nuovo sguardo.



I lavori su tela di Casadei sono scenari fatti di elementi naturali quali montagne, alberi, nubi, ma anche di forme organiche e batteriche, in un mondo ancora privo della presenza umana. L'attenzione però si catalizza su fessure, su aperture di colore che raffigurano occhi e fanno sì che tali paesaggi si umanizzino.

La frontalità di questi occhi che guardano l'osservatore, instaurando con esso un dialogo continuo di rimandi, destabilizza la percezione canonica di fronte a un quadro: il fruitore non è un semplice spettatore ma è costretto a fare i conti con una presenza vigile e insolita che lo scruta.



Le sculture di Carpi sono teste, volti con cavità oculari vuote, realizzate con materiali naturali grezzi quali la creta, le pietra o la terra.

Visivamente rimandano alle tristi “nature morte” fotografate dai militari dopo l'uccisione del brigante, quando era usanza spedirne la testa al Dott. Cesare Lombroso. Da un punto di vista processuale la loro creazione diventa una sorta di risarcimento che si compie con l'ideale sottrazione dei resti dallo studio dell'antropologo e la successiva restituzione alla terra. In questo modo la scultura diventa un reperto reintegrato nel proprio ambiente; un'immagine parziale della totale dissoluzione nel paesaggio.



A differenza dei lavori di Casadei qui la visione non è più diretta, gli occhi non sono aperture sul mondo esterno ma buchi velati e chiusi verso l'interno della materia. Ciò che fuoriesce è invece una sostanza magmatica fatta di terra, erba e muschio, una presenza naturale forte che si fa vedere, toccare e odorare.



Viene così a crearsi un cortocircuito visivo: le sculture-teste con il loro sguardo introiettato comunicano in maniera celata con i paesaggi-occhi alle pareti in un'alternanza di assenza-presenza continua.


Monica Semprini