Herbert Hamak / Eugenio Tibaldi

Verona - 21/02/2015 : 30/04/2015

Studio la Città inaugura le personali di Eugenio Tibaldi - a cura di Adele Cappelli - e Herbert Hamak - a cura di Marco Meneguzzo.

Informazioni

Comunicato stampa

Inaugura sabato 21 febbraio 2015, alle ore 11.30 presso Studio la Città: RED VERONA, mostra di Eugenio Tibaldi a cura di Adele Cappelli.
Per la prima volta a Verona, l’artista torinese ma napoletano d’adozione, espone opere progettate e realizzate appositamente per gli spazi di Lungadige Galtarossa, con forti richiami al territorio veronese e alle sue contraddizioni. Di grande impatto e ricchi di suggestioni, i temi presi in esame dall’artista toccheranno aspetti sia sociali che economico-politici, trasformando Verona in una scenografia inconsapevole nel teatro di conflitti interni dell’animo umano



Le opere in galleria si offrono come la struttura di un intenso e sfaccettato racconto. L’artista traccia una linea sulla quale pone, attraverso il suo sguardo, conflitti mentali e politici legati alle trasformazioni in corso. Sollecitazioni individuali e sociali causate da eventi recenti con un occhio alla storia del passato. Narrazioni letterarie, fantastiche capaci di dissolvere il rigore del vero e del falso per diventare feticci talmente reali da essere ricordati, celebrati, condivisi al pari di fatti accaduti. La linea di Eugenio Tibaldi segna, incrociando fatti e storia della città di Verona con altre realtà, confini geografici che s’incontrano e scontrano con i confini dell'esistenza.

Ecco allora, tra le opere esposte, l’orizzonte urbano di Verona Landscape, imponente lavoro nel suo sviluppo lineare oltre 30 metri di lunghezza dove compaiono dipinti edifici trasfigurati e sospesi, isolati e ricontestualizzati, tra reale ed irreale. Untitled 01, installazione composta da due giradischi che riprodurranno un brano musicale su vinile, appositamente scritto da Eugenio Tibaldi, libera interpretazione delle vicende shakespeariane di Romeo e Giulietta. Sul lato a, nell’adattamento lirico interpretato da un cantante del Conservatorio di Verona , sul lato b, nella versione di una ballata interpretata da un duo di musicisti rumeni. La riflessione sull’identità personale e sociale passa anche attraverso il gioco di finzione e dello stereotipo, nella rappresentazione del labile confine tra reale ed immaginario declinato nell' installazione Maps, ventiquattro opere realizzate con materiali industriali, imitazioni della tipica pietra marmo rosso di Verona, con la descrizione del perimetro urbano di tutte le altre città dal nome Verona sparse nel mondo.


Eugenio Tibaldi, artista da sempre attratto dalle dinamiche delle aree marginali, ha scelto di vivere e lavorare a Napoli. Sue opere sono esposte in importanti istituzioni pubbliche e private in Italia e all’estero.
Tra le sue più importanti mostre personali sono da ricordare Archeologia / Contemporanea _02 –, presso il Museo Archeologico Statale di Ascoli Piceno nel 2013, Transit – 4, State Museum of Contemporary Art, Thessaloniki, nel 2011- Project Room MADRE – Museo d'Arte Donnaregina, Napoli nel 2010. Fra le collettive: 4th Tessaloniki Biennale of Contemporary Art, Tradition – Reversal, curated by Katerina Koskina and Yannis Bolis,Transient Space – The Tourist Syndrome, Bucharest, a cua di Irina Cios, Marina Sorbello, Antje Weitzel, International Centre of Contemporary Art, Bucarest, Tabula Rasa: 111 days on a long table, a special project of Manifesta7, a cura di Denis Isaia, in collaborazione con Raqs Media Collective, Ex Alumix, Bolzano - Laws of Relativity / La legge è relativa per tutti, a cura di Anna Colin and Elena Sorokina, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino.
Dal 2001 collabora in modo continuativo con la galleria Umberto di Marino di Napoli. Il suo lavoro completo è descritto nella monografia “Eugenio Tibaldi. Geografie Economiche”, a cura di Sabrina Vedovotto, Maretti Editore 2014
Ha frequentato il Corso Superiore di Arti Visive (CSAV), Fondazione Antonio Ratti, Como, Visiting Professor Marjetica Potrc, è stato Affiliated Fellowship presso l’American Academy di Roma.
HERBERT HAMAK
POINT ALPHA - a cura di Marco Meneguzzo
21 febbraio > 30 aprile 2015

Opening 21 febbraio 2015, ore 11.30
Studio la Città - Verona

Queen Tiy XVIII dynasty ca 1310 b.C. - 2015
Resina, pigmenti e scultura su tela

Nel film “La cosa da un altro mondo”, del 1951, un essere proveniente dallo spazio resta imprigionato nel ghiaccio, e così viene ritrovato da una spedizione polare: l’essere si intravede nel blocco di ghiaccio, e ogni spettatore sa che sarebbe meglio lasciarlo lì dov’è, e nel contempo non vede l’ora che quella presenza si sveli per far finire la storia iniziata col ritrovamento.
Ecco, di fronte a queste nuove opere di Herbert Hamak la nostra condizione – e il nostro sentimento – è quello di quegli spettatori, nel momento in cui intravedono qualcosa nel blocco (di ghiaccio nel film, di resina nel nostro caso): “dobbiamo sapere”, e contemporaneamente sappiamo anche che ci affascina di più il mistero che non il suo svelamento, esattamente come nel film – e in tutte le narrazioni di questo tipo -, dove la manifestazione completa di ciò che è seminascosto e appena visibile è sostanzialmente deludente. Hamak “costruisce” letteralmente il mistero e già in questo mette in atto una capacità che non è comune, perché a rigor di termini, un mistero non si costruisce, ma “è”: invece, immergendo qualsiasi “cosa da questo mondo” nella resina, si stabilisce quella “lontananza” che nella realtà è costituita da appena qualche centimetro di resina semitrasparente, ma che nell’immaginario è costituita più dal tempo che dallo spazio e colloca l’oggetto in una regione fantastica. La mancata identificazione subitanea della “cosa”, infatti, consente alla fantasia di costruire più ipotesi sulla sua natura, e molteplici livelli di narrazione su di essa, proprio a partire dal suo stato fisico, ed è proprio questa strana contraddizione tra la percezione di una semplice realtà – un oggetto imprigionato in un blocco di resina – e le possibili costruzioni immaginative – da dove viene? Perché è imprigionato? Da quanto tempo lo è? … e per ultima, ma paradossalmente non la più importante, che cos’è? – a costituire non soltanto il mistero dell’oggetto, ma il mistero stesso dell’arte che riesce a costruire misteri.

Hamak ha titolato queste sue nuove opere “Point Alpha”, indicando così esplicitamente una sorta di “inizio” (Alfa è la prima lettera dell’alfabeto greco), che nel suo caso dovrebbe però essere un “nuovo inizio”, vista la sua notevole attività precedente, per altro sempre interpretata – e non c’era motivo per non farlo – come un esempio di minimalismo astratto, concretizzato in una forma e in un colore. Qui invece sembra tutto stravolto, per la presenza di un oggetto o di un’immagine che apparentemente diventano protagonisti dell’opera, e ciò giustificherebbe la novità di un titolo simile, a sottolineare la frattura con un periodo precedente della propria storia, ma una volta passato il primo momento di sgomento concettuale – che tutti noi, che conoscevamo la sua opera precedente, abbiamo sicuramente provato … -, che lo vedeva rinunciare ai concetti di forma, di colore, di geometria, in favore di immagini, metafore e narrazioni, la considerazione potrebbe andare al vero protagonista di tutto questo rinnovamento, che non è altro che il blocco di resina. E’ questo infatti che innesca la metafora, che costruisce il tempo della narrazione, che mette in scena il mistero, molto di più dell’oggetto racchiuso al suo interno. Da questo punto di vista, Hamak non è poi così cambiato: ha solo portato in primo piano l’artista piuttosto che il suo strumento.