H-oncologica

Palermo - 29/02/2020 : 03/04/2020

L'Ospedale Civico di Palermo ha dedicato uno spazio all'arte. Si trova nella sala d'attesa del blocco di Chirurgia Oncologica.

Informazioni

Comunicato stampa

H-oncologica

Silvia Cini, Paola Gaggiotti, Stefania Galegati e Eva Marisaldi
con un intervento in collaborazione con Giuseppina Torregrossa

a cura di Stefania Galegati
con un testo/intervista di Marcello Carriero


Nuovo Polo Oncologico, Padiglione 24 ARNAS Civico.

Inaugurazione sabato 29 febbraio 2020 alle ore 18,00.
La mostra sarà aperta dal 29 febbraio al 3 aprile.


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(IT)

L'Ospedale Civico di Palermo ha dedicato uno spazio all'arte. Si trova nella sala d'attesa del blocco di Chirurgia Oncologica


Lo spazio è gestito da Elena Foddai, psicologa del lavoro e dal Primario dell'U.O. Pico Marchesa che mi hanno invitato a pensare una mostra, in collaborazione con Marcello Carriero, critico e curatore d'arte.

L'idea è quella di mettere insieme un gruppo di opere e di artiste che hanno vissuto direttamente o indirettamente un'esperienza di malattia oncologica. Sono anche artiste che hanno avuto una carriera importante soprattutto negli anni 90 primi 2000. Sono anche artiste che sono madri.

Sono Paola Gaggiotti, Silvia Cini, Eva Marisaldi e Stefania Galegati (con un intervento in collaborazione con Giuseppina Torregrossa).

La mostra intende essere un punto di partenza che si sposterà apertamente in altri ospedali e in altre città.

Il cancro è una malattia insidiosa e spesso invisibile, come un mostro che ti mangia da dentro. Non è facile parlarne e superarne i tabù, se non con altre persone che ci sono passate. Durante la malattia, l'ospedale diventa luogo della normalità. Gli interventi saranno nelle sale d'aspetto, dove l'occhio ha il maggior bisogno di appoggiarsi a dei segni. A me è capitato di perdermi nelle crepe, nei colori, nei cartelloni fatti da una qualche scuola sconosciuta e nelle altre presenze in attesa, le loro facce, i loro movimenti. Cercavo un appiglio visivo per andare altrove.
I lavori non si intendono assolutamente didascalici e non si chiede alle artiste di parlare di questa malattia. Si chiede un segno, un appiglio, per permettere una via di fuga e di libertà.
Essere presenti è un essere vive e avere superato la malattia. Malattia che si cura, quindi.
Essere lì vuol dire anche interferire con un pubblico casuale, con cui si condivide una esperienza ma che non necessariamente riconosce e legge i linguaggi dell'arte.
Ma occhi e orecchie saranno attente a tutto.
Aperte anche per la lentezza dell'attesa.

Stefania Galegati

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Le artiste:

Silvia Cini (Pisa, 1972)
artista e curatore, le sue opere vivono del dialogo, spesso personale, che crea con il pubblico. Il suo interesse si focalizza frequentemente sul paesaggio, come metafora sociale, integrando installazioni audio ambientali e ricerca botanica.

Paola Gaggiotti. Nata a Vercelli nel 1966. Vive e lavora a Milano.
Da anni lavora utilizzando processi partecipativi nelle comunità. Con il coordinamento artistico del Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha costruito una best practice con gli adolescenti malati di cancro. Nel 2019 a Barcellona con il progetto Un'ora della tua vita ha indagato nelle dinamiche di relazione fra le persone mentre la protesta indipendentista ne influenzava le vite. Attualmente è impegnata in progetti di formazione, nella realizzazione di un libro sugli isolamenti e in un lavoro autobiografico attraverso l'utilizzo delle immagini che sopravvivono ai traumi.


Stefania Galegati (Bagnacavallo, 1973)
Ha fatto parte di Via Fiuggi, un gruppo di giovani artist* che vivevano insieme a Milano alla fine degli anni novanta. Lavora con diversi media innestando meccanismi di spostamento semantico nelle cose e nelle persone.
Attualmente insegna pittura alla Accademia di Belle Arti di Palermo.
Lavora con Pinksummer, Genova, dagli inizi e con Francesco Pantaleone di Palermo dal 2007.
Fa parte del collettivo Femminote per l'acquisto dell'Isola delle Femmine (PA), ed è cofondatrice di Counterproduction, Summer School of Contemporary Art dal 2015.
Nel 2020 vorrebbe realizzare il buco nell'acqua che progetta da tanti anni e continua a fallire.

Eva Marisaldi
Nata nel / born in 1966.
Vive e lavora a / Lives and works in Bologna.
Mostre personali recenti / Recent solo exhibitions
2019
Silver monsters, a cura di / curated by Agata Polizzi, Galleria Pantaleone, Palermo
Eva Marisaldi, a cura di / curated by Pier Paolo Pancotto, Estorick Collection, London
2018
Trasporto eccezionale, a cura di / curated by Diego Sileo, PAC, Milano
2017
Surround, a cura di / curated by Arabella Natalini, Galleria De' Foscherari, Bologna
Jukebox, a cura di / curated by Elisabetta Modena, CSAC, Parma
Eva marisaldi, a cura di / curated by Pier Paolo Pancotto, Cisterna romana,Villa Medici, Roma


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(EN)

The Ospedale Civico of Palermo has dedicated a space to art. It is located in the waiting room of the Oncological Surgery block.
The space is managed by Elena Foddai, work psychologist and the Chief of the U.O. Unit, Pico Marchesa who invited me to think an exhibition, in collaboration with Marcello Carriero, art critic and curator.

The idea is to put together a group of works and artists who have directly or indirectly experienced an oncological experience. They are also artists who had an important career especially in the early 90s and 2000s. They are also artists who are mothers.

They are Paola Gaggiotti, Silvia Cini, Eva Marisaldi and Stefania Galegati (with an intervention in collaboration with Giuseppina Torregrossa).

The exhibition is intended to be a starting point which will openly move to other hospitals and other cities.

Cancer is an insidious and often invisible disease, like a monster that eats you from within. It is not easy to talk about it and overcome its taboos, if not with other people who share it. The interventions will be in the waiting rooms, where the eye has the greatest need to lean on signs. I happened to get lost in the cracks, in colors, in the posters made by some unknown primary school student and in the other awaiting presences, their faces, their movements.
I was looking for a visual foothold to go elsewhere.
The works are not meant to be didactic and the artists are not asked to be direct on the disease. A sign is asked, a foothold, to allow a way of escape and freedom.
The artists are present as a sign of life and overcoming the disease. A disease that is curable, therefore.
Being there also means interfering with a casual audience, with whom an experience is shared but which does not necessarily recognize and read the languages of art.
But eyes and ears will be attentive to everything.
And open for the slow pace of waiting.