Giovanni Oscar Urso – Linea di galleggiamento

Spinea - 01/07/2017 : 16/07/2017

Mostra personale dell’artista salentino Giovanni Oscar Urso, a cura di Luciana Zabarella e Adolfina De Stefani con la presentazione critica a cura di Gaetano Salerno.

Informazioni

Comunicato stampa

Si inaugura sabato 1 luglio 2017, alle ore 18:30 presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA, nell’ambito del progetto PARADISUM THEATRUM – Linea di Galleggiamento, personale dell’artista salentino Giovanni Oscar Urso, a cura di Luciana Zabarella e Adolfina De Stefani con la presentazione critica a cura di Gaetano Salerno



La mostra, visitabile fino a domenica 16 luglio 2017, è organizzata da cittadellarte con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

La mostra di Giovanni Oscar Urso presenterà al pubblico l’ultimo dei suoi progetti LINEA DI GALLEGGIAMENTO che prevede la sera dell’inaugurazione, la possibilità di partecipare in prima persona alla performance esperenziale. La mostra vedrà poi esposte alcune delle opere risultanti dalla performance.

Scrive il critico d’arte Gaetano Salerno a proposito della mostra Linea di Galleggiamento: Affrontare le nostre paure, accettare i nostri limiti, svestire le nostre incertezze come i nostri corpi dalle corazze degli abiti e liberare il limite fisico dalle barriere convenzionali per mostrarsi, privati delle sovrastrutture che inibiscono il rapporto (con se stessi e con l’altro da sé).
Questo, in sintesi, il senso dell’azione artistica Linea di galleggiamento messa in atto da Giovanni Oscar Urso, progetto in fieri che riassume atto performativo, azione teatrale, indagine scientifica, poesia concettuale e si ripropone di rendere visibile un dato invisibile, di dare forma a uno stato mentale che nella vita quotidiana di ciascun individuo esiste sommerso e determina punti di vista, atteggiamenti, sensazioni, umori, comportamenti sociali.
La linea di galleggiamento è una marcata linea colorata che l’artista individua nei soggetti coinvolti nell’esperimento - posti frontalmente di fronte all’obiettivo della sua macchina fotografica per essere ritratti a figura intera e in scala reale - con la quale evidenzia, sulla pelle dei loro corpi nudi e ieratici, il personale livello teorico di benessere o malessere psico-fisico.
Prendere coscienza della sua esistenza diviene perciò il primo fondamentale passaggio per leggere la propria condizione, accettare la propria situazione ed eventualmente porvi rimedio, innescando, guidati dall’artista, processi auto-risolutivi e percorsi apotropaici orientati a una guarigione dell’animo, a una soluzione di problematiche oppresse e nascoste entro le pieghe della psiche, da sempre drammaticamente presenti eppure trascurate fino al momento catartico della performance.
Antropologia, sociologia, metapsicologia, ontologia si sommano così a


formare una psicoterapia dell’essere che traduce in immagini veridiche (un campionario cioè di concrete evidenze) la leggera sostanza dell’anima, fornendo materia altrettanto concreta alla componente immateriale dello spirito.
Il progetto è in divenire; ogni inaugurazione arricchisce il corpus espositivo con nuovi lavori fotografici, tanti quanti gli individui presenti che accettano l’invito dell’artista a vivere attivamente l’evento performativo, divenendone parte e offrendo spontaneamente un campionario, variabile, dinamico e potenzialmente infinito, di personali stati dell’animo, allegoriche condizioni esistenziali, storie umane scritte nei segni, nelle rughe, nelle imperfezioni delle loro epidermidi offerte al pubblico come superficie testuale da decodificare.
Il breve e preliminare colloquio privato sostenuto con l’artista e la compilazione di schede (poste sotto forma di domande-stimolo) attraverso le quali riflettere sulla propria esistenza e valutare la propria percezione del sé in relazione alle questioni poste, forniscono lo spunto maieutico di autoanalisi che consente all’artista di determinare il livello presunto di ciascuna personale linea di galleggiamento; i risultati relativi a ciascuna scheda rimangono comunque segreti, conosciuti solo alla persona coinvolta, la cui riflessione è intima, privata, inviolabile.
L’artista rifiuta il ruolo di demiurgo onnisciente, piuttosto diviene strumento meccanico - tanto quanto l’obiettivo fotografico che conferisce corpo al risultato finale - funzionale alle intime riflessioni individuali; a lui il compito di visualizzare il livello di galleggiamento e renderlo evidente, scevro da intromissioni critiche o coinvolgimenti emotivi.
Impedendo così la nascita di transfert psicologici durante l’intero iter performativo viene garantita l’assoluta e necessaria oggettività all’esperimento sociale, limitando inoltre il rischio che il risultato finale possa risultare falsato o inficiato da uno scambio emozionale tra artista e pubblico.
La linea di galleggiamento, intesa come abilità resiliente dell’individuo di contrastare le avversità della vita, di non essere travolto dalle onde delle avversità, diventa così un tratto demarcato, evidente, dissonante; un segmento colorato, rosso o turchese, determinato e determinante che si staglia nitidamente sugli incarnati dei corpi, taglia netta la figura in due parti, individuando un sopra e un sotto, sancendo quanto spazio vitale ci rimane prima di immergersi in quel metaforico annegamento (“avere l’acqua alla gola” dice l’artista) al quale la società contemporanea, caratterizzata da malesseri e frustrazioni collettive, non sembra in grado di opporsi, priva di strategie di sopravvivenza efficaci e risolutive.



Intervengono qui prossemica e cinesica così a dimostrare che talvolta il naufragar è dolce, forse inconsapevole; talvolta è invece drammaticamente sofferto e consapevole e mette in scena, negli scatti del fotografo come nelle azioni quotidiane compiute meccanicamente da questi personaggi muti ma eloquenti, copioni esistenziali evidentemente fallimentari eppure non facilmente modificabili.
Emerge uno spaccato preciso di un patto sociale condiviso; ciascun individuo, seppur isolato dal gruppo dei pari e costretto dalle modalità esecutive del progetto ad una innaturale e coatta solitudine, è simultaneamente posto di fronte al giudizio fotografico e al giudizio del proprio gruppo di appartenenza (dal quale egli stesso proviene), divenendo soggetto e oggetto di un’indagine che vive, al di là delle variabili performative connesse alle diverse situazioni, all’interno di precise simmetrie compositive, entro determinati spazi preimposti e predeterminati dall’artista e dal pubblico che simboleggiano le gabbie (fisiche e mentali) entro le quali ciascun individuo e ciascuna moltitudine sociale rinchiude le propria nature.
Collettivamente inizia così un viaggio fisico e metafisico che si perde nei tortuosi labirinti dell’anima, laddove l’attività conoscitiva della ragione consapevole dell’individuo esiste unicamente nella piacevolezza della creazione d’inganno consapevole, nell’aspirazione naturale a comode verità definite e certe; pratiche freudiane e junghiane supportano i codici linguistici teatrali di questi attori-feticcio protagonisti di monologhi afoni, fulcri di sguardi non più complici, non più benevoli, inevitabilmente indagatori e sentenziatori.
Quando cala il sipario (la tenda dietro alla quale viene occultato il soggetto in attesa della sua artistica “rivelazione”), nella sacralità espressa da un accadimento sempre unico e irripetibile, l’artista e il soggetto, uniti da un dialogo elettivo, sovrappongono consciamente l’arte alla vita, per ridefinire il labile confine che separa i rispettivi territori, spostando, al di qua e al di là della linea che determina il limite tra verità e falsità, l’azione psicologica della moltitudine nei confronti dell’uno e dell’uno nei confronti della moltitudine e consentendo così, a tutti i presenti, di riscoprirsi anch’essi mentalmente ed empaticamente nudi nello spazio intermedio e atemporale dell’atto teatrale, di svestire i costumi e le maschere di scena imposti dai copioni della quotidianità, di interrompere, per pochi ma significativi secondi, la comédie humaine della quale da sempre siamo protagonisti.
Il pubblico e l’obiettivo vengono però annullati dalla richiesta fatta dall’artista a ciascun partecipante di chiudere gli occhi, ignorando le altrui presenze, per esplorare intra-sensorialmente, un territorio ben più vasto e strutturalmente complesso dello spazio dell’azione, dilatando esponenzialmente sia l’attimo dell’indagine, sia il luogo dell’indagine.
Annullando così la nostra presenza nella contingenza dell’accadimento diveniamo essenza in cerca di una definizione formale, materia in attesa dello scatto della macchina che ci sospende (e ci sospenderà


eternamente) al centro di un luogo utopico (la dimensione fotografica) entro il quale l’essere psichico incontra il non-essere fisico, prima frammentati e disgiunti, ora ricomposti - seppur tagliati orizzontalmente dalla perentoria linea rossa - che avvicina realtà e surrealtà, rallenta l’ascesa verticale e determina una nuova direzione del divenire, una nuova esigenza di ri-esistere nella nostra forma terrena e carnale, per comprendere il qui e l’adesso, prima di riprendere il nostro cammino spirituale.
Poco prima e poco dopo lo scatto dell’artista, prigionieri dell’attesa, possiamo dunque solo divenire, trasformati dal flash della macchina fotografica che rischiara il set e la nostra coscienza, come fonte di nuova e salvifica illuminazione; il punto massimo di luce che squarcia la stanza buia dove viene officiato il rito performativo dissolve il corpo fisico del soggetto ritratto, per poi farlo riapparire; scomparso e poi riapparso, trasformato nelle apparenze, illuminato da una nuova esperienza del guardare che obbliga i presenti a un percorso di rilettura collettiva, multi-sensoriale e multi-angolare, della figura.
E ciascun soggetto rivede se stesso nell’occhio dell’altro; riacquista consapevolezza del proprio essere attraverso lo sguardo dell’artista e del pubblico, rientra in possesso della propria immagine avendo il tempo di riflettere, con lentezza, sui segnali metaverbali che il proprio corpo inconsciamente trasmette con la postura più o meno corretta, con il gioco di linee strutturali intersecanti, orizzontali, verticali e diagonali, disegnate dal vigore muscolare, delle spalle e dalla posizione del capo, dall’adagiarsi delle braccia lungo il corpo, dal tendersi o rilassarsi delle membra, dalle euritmie interne mutuate da canoni classici e anticlassici, divenute ora visibili, evidenti, quanto la linea rossa di galleggiamento.
Prendere atto della propria presenza, dell’essere stato, di ciò che sarà oltre il momento (il continuum temporale dello scatto fotografico che unisce il passato ma allontana il presente al futuro) osservandosi con gli occhi di chi ci ha precedentemente osservato, dallo stesso punto di osservazione, con le stesse modalità osservative, con lo stesso (celato ma inevitabile) voyeurismo fondamentale per la nostra percezione sociale, fornisce una nuova visione esogena di noi stessi e rappresenta, alla fine della performance l’unica, inoppugnabile, inconfutabile testimonianza di una condizione attualizzata che già non è più, di una metamorfosi che la fotografia non potrà più documentare.
Je est un autre. Io sono un altro. Io sono gli altri. Esprimo, nel rapporto involontario e simmetrico che la performance ha realizzato, la pro-tensione all’alterità e, nel dato comparativo che ne consegue, la scoperta di una nuova identità, di un nuovo stato dell’Io sopito, acutizzato e riattivato dal vigore iperbolico di una semplice linea rossa che solca il mio campo visivo segnando un nuovo simbolico orizzonte in relazione al quale l’Io deve persistere, continuare ad esistere.


Divengo ciò che realmente sono, divengo ciò che gli altri pensano io possa divenire, smetto di essere ciò che ho sempre erroneamente pensato di essere; osservo da fuori le mie incertezze, le mie imperfezioni, le inevitabili antinomie dettate dall’incontro dell’idea artefatta e dall’idea compiuta del mio esistere, dall’icona di un corpo dapprima offerto nella forma dissacrata e poi riottenuto nella forma ri-sacralizzata.
Nell’ipotesto e ipertesto che ciascun’immagine racchiude, oltre il rigore della rappresentazione al quale l’artista non rinuncia, è presente un nuovo paradigma analitico, maggiormente impattante, maggiormente oggettivo - fotografico e dunque ostinatamente attendibile, ostinatamente reale - di una consistenza emotiva che intravede il dramma, le incertezze, le debolezze individuali e collettive e le esprime, rafforzandone la valenza e la funzione oltre il primario e superficiale dettaglio estetizzante.
Ecco allora che ciascun’immagine realizzata dall’artista, l’euritmia espressa da ciascuno scatto, il delicato equilibrio tonale dato dai trapassi chiaroscurali giocati dalla poca luce che esalta la forma plastica e caravaggesca dei corpi e le volumetrie muscolari (rendendo ciascun soggetto elemento oggettivamente tangibile ma anche iperbolico e dissacratorio esercizio stilistico) è soltanto una specchiante metafora di un particolare dissonante che persiste oltre le apparenze, oltre le forme convenzionali dietro le quali non si eludono, piuttosto si rafforzano, eloquenti e necessarie disarmonie.
L’uso della fotografia per l’artista è prolettico rispetto alla dimensione del reale e l’azione del fotografare, solitamente vincolata al dato temporale, rappresenta invece l’incipit di racconti non del tutto narrati.
La liturgia di questa performance conduce infatti a uno smarrimento immediato del soggetto e a un suo rinvenimento in avanti, oltre il testo iconico, del suo senso materiale che prescinde dall’immagine stessa, a tratti l’ignora; l’artista affranca il soggetto dall’attimo determinato suggerendo potenziali emancipazioni e sviluppi autonomi che l’immagine subirà nel tempo futuro, oltre l’utopico attaccamento ad una realtà effimera e incerta della quale questa ricerca non vuole né può essere mero atto documentativo.
Contrariamente a ciò che lo status portrait - pittorico o fotografico - ambisce a rappresentare, la certificante significazione di un momento, i soggetti qui coinvolti sono invece liberi di svincolarsi dalla loro forma, ripensarla e ricostruirla nel tempo, divenendo essi stessi, nello spazio speculare e reale a quello fotografico (il proscenio della vita reale), principio modificante di una condizione valevole solo nella contingenza, mai definitivamente caratterizzante.
La costruzione di ciascuno scatto sintetizza infatti elementi corporali (fisici e materici) e spirituali (la linea di galleggiamento), alludendo al

paradosso, antitetico alla semantica della fotografia, del divenire permanendo, per suggerire provocatoriamente un’attenzione diversamente critica sul dato oggettivo e oggettuale della fotografia stessa, riconsiderandolo oltre la cieca convinzione del suo valore nella contingenza, per prendere atto della sua fisicità transitoria; ridefinendo i valori di un aspetto superiore che è la sua dematerializzazione nel pensiero, la riscoperta cioè di un’energia latente che ne autorizza la forma e senza la quale il corpo semplicemente non sarebbe, sopraffatto dai flutti della vita, inghiottito da quella stessa acqua simbolo talvolta di vita, talvolta di morte.
Riprendendo le parole di Giovanni Oscar Urso il progetto rappresenta “un’occasione per prendere consapevolezza della nostra sensibilità, che è il primo passo, necessario, per fare di noi una barca più robusta, con una linea di galleggiamento che non metta a rischio il nostro viaggio in questo mare e ci permetta di navigare sempre in favore di quel vento che ci porta sicuramente dov’è giusto che sia”.
A ciascuno poi il compito di ricalcolare il proprio spazio vitale, di ridisegnare la propria linea di galleggiamento, di rivalutare la propria esistenza e, se ancora in tempo, di modificarne il corso.
Giovanni Oscar Urso nasce a San Cesario di Lecce nel 1969, e cresce circondato dall’arte di suo padre (pittore, incisore e professore) e dei suoi colleghi. Ha assorbito pur senza intraprendere degli studi specifici le possibilità comunicative dell’immagine scegliendo quindi di lavorare sul potere che ha di suscitare emozioni prima ancora che sulla bellezza in se. Espone per la prima volta al pubblico nel 2009. Si esprime prevalentemente ma non esclusivamente attraverso la fotografia. Ha sin da subito ricevuto l’attenzione degli esperti del settore che ne hanno apprezzato le sue caratteristiche di artista “impegnato”.

In occasione della vernice della mostra Linea di Galleggiamento di sabato 1 luglio 2017 (inizio presentazione critica ore 18.30), Giovanni Oscar Urso sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, introdotto dal critico d’arte Gaetano Salerno.