Giovanni Michelucci – La montagna e l’architetto

Pistoia - 25/11/2011 : 21/01/2012

La montagna pistoiese è stata una presenza importante nella vita e nel complesso del lavoro creativo di Giovanni Michelucci (Pistoia 1891- Fiesole 1990), uno dei grandi protagonisti dell’architettura del Novecento. In mostra Fotografie, disegni, progetti, storie di Giovanni Michelucci sulla montagna pistoiese.

Informazioni

Comunicato stampa

La montagna pistoiese è stata una presenza importante nella vita e nel complesso del lavoro creativo di Giovanni Michelucci (Pistoia 1891- Fiesole 1990), uno dei grandi protagonisti dell’architettura del Novecento.
Abetone, Faidello, Cutigliano, Pian di Novello, Pian degli Ontani, Prà di Chiavello, Poggetto, Pianosinatico, Lizzano, Il Melo, Maresca, e altre località ancora il cui nome compare a margine di tanti disegni autografi, costituiscono le tappe di un itinerario di luoghi di frequentazione consueta dell’architetto


Il paesaggio della montagna pistoiese, denso di richiami alla memoria degli anni giovanili, è stato per Michelucci una sorta di rifugio spirituale, di luogo di meditazione e di rigenerazione in cui ritrovare comunione con la natura e comunità con gli abitanti. È stato anche una fonte inesauribile d’ispirazione del suo lavoro artistico.
Le fotografie scattate durante le tradizionali escursioni raccontano quanto questo territorio fosse allo sguardo dell’architetto ricco di elementi di osservazione della natura e di riferimenti culturali, finemente filtrati attraverso una capacità interpretativa, altamente sensibile e creativa.
Le lettere, le pagine di diario, gli appunti sui block notes narrano ulteriormente dell’intensità del rapporto con la montagna e con l’ambiente umano accogliente in cui Michelucci si ritrovava e in cui a sua volta accoglieva amici e collaboratori. Narrano dei luoghi, delle persone, della quotidianità, delle letture e delle riflessioni, degli impegni assunti per incontri e visite da effettuare coi ragazzi delle scuole del paese.
Nei soggiorni sulla montagna pistoiese Michelucci continuava a lavorare ai progetti in cui era impegnato traendo dall’ambiente sollecitazioni e suggerimenti per ripensare e talvolta rimettere totalmente in discussione le architetture e gli spazi immaginati. Nel rapporto con la montagna Michelucci non perseguiva ambizioni professionali, i progetti riguardanti località dell’Appennino tosco-emiliano furono pochi, nati piuttosto in un rapporto di amicizia con le persone che li avevano richiesti e come atto d’amore nei confronti dei luoghi a lui cari. É il caso dei progetti per Faidello (1950) o di quelli per Cutigliano (1980) luoghi prediletti di soggiorno in diversi periodi della sua vita. Le progettazioni, per motivi diversi da caso a caso, non si tradussero il più delle volte in concrete realizzazioni ma costituirono comunque vivaci momenti di condensazione della vita culturale e sociale delle comunità interessate, prime destinatarie delle sensibilità progettuali di Michelucci.

La mostra
Fotografie, disegni e progetti dell’ architetto sulla montagna pistoiese, sono una parte poco nota del suo lavoro creativo e, per quanto riguarda gli scatti fotografici, in gran parte inedita. Si tratta di tre nuclei espositivi ricchi di rimandi e relazioni e sempre espressione dell’ intensità della presenza della montagna pistoiese nello spessore creativo ed immaginifico dell’architetto.
Le fotografie
La riorganizzazione del fondo fotografico di Michelucci ad opera della Fondazione, su un panorama temporale che spazia dal primo dopoguerra agli anni settanta, è stata l’occasione per ritrovare all’interno di un vasto patrimonio di immagini, legato agli aspetti professionali, culturali, sociali ma anche personali ed affettivi dell’architetto, un cospicuo fondo che ha per tema la montagna pistoiese. E’ una raccolta di scatti i cui negativi, insieme ad una serie incompleta di stampe, sono stati ritrovati in alcuni cassetti della sua casa-studio di Fiesole, dove l’architetto li aveva riposti come semplici appunti di ricerca, di viaggio, di lavoro, di vita familiare, senza una particolare attribuzione, da parte sua, di valore artistico o tecnico. Gli scatti fotografici in questione testimoniano però quanto l’utilizzo della fotografia da parte di Michelucci sia stato un mezzo importante di espressione della sua visualità e quanto la montagna pistoiese sia stata un soggetto molto presente nel suo mondo sentimentale e culturale perché fortemente rappresentativo del suo rapporto con la natura.
I disegni
I disegni che hanno per tema luoghi della montagna o che, pur riguardando altri temi, sono stati realizzati nelle frequentazioni sull’Appennino tosco-emiliano, come spesso è annotato in un angolo del foglio, sono particolarmente numerosi. Un gruppo di disegni presenti in mostra risale agli anni della seconda guerra mondiale, quando per un periodo Michelucci con la moglie Eloisa abitò a La Cugna, in una ‘casetta’ dentro un castagneto. Alberi, boschi e case rurali sono il soggetto prevalente di questi disegni, in cui talvolta compare la stessa Eloisa mentre dipinge. Per Michelucci l’abitudine di rappresentare gli alberi e il bosco come organismi vitali da cui trarre suggerimenti per le sue architetture, così come le case coloniche e gli interventi del lavoro dell’uomo che hanno prodotto storicamente il paesaggio, fu un esercizio dell’animo che durò nei decenni successivi con una forza sempre più presente e sempre più strutturante nella sua attività progettuale.
Precisa Michelucci, riferendosi alla sua architettura, l’esigenza di non imitare nelle forme la natura ma di abitare le relazioni con essa in un arricchimento reciproco. Circa 150 dei disegni conservati nell’archivio Michelucci sono stati realizzati a Cutigliano o in altre località della montagna pistoiese a conferma del ruolo che quell’ambiente aveva sulla sua attività creativa. Oggetto dei disegni erano spesso opere destinate altrove quasi che lo stato di comunione con quella natura lo aiutasse comunque ad elaborare le soluzioni più opportune.
“Natura è ciò che entrando dentro di noi suscita una evoluzione tale per cui ci si accorge che s’è sbagliato ogni cosa” scrisse a questo proposito.
I progetti
Oltre ai disegni Michelucci sviluppò nel tempo, sull’onda di rapporti costruiti nelle comunità locali, proposte e progetti per diverse località dell’Appennino toscoemiliano.
Anche se i progetti non si tradussero, per una serie di motivi diversi da caso a caso in realizzazioni, lasciarono a lungo il segno di un rapporto vivo con le persone e le collettività interessate. A Faidello, una frazione di Fiumalbo sul versante modenese non distante dall’Abetone, progettò alla fine degli anni quaranta un albergo montano e un oratorio che, ispirato al tema della capanna, richiama il suo primo progetto della cappella a Casale Ladra presso Caporetto, realizzato durante il primo conflitto mondiale; a Pian di Novello nel 1978 progettò la chiesa di S. Maria della Neve, concepita come una casa comunitaria con camino nell’aula; a Cutigliano, dove aveva con il sindaco Massimo Braccesi un’amicizia consolidata, lavorò nel 1980 al progetto di restauro e ristrutturazione del Palazzo Comunale, antica residenza del Capitano della Montagna. Il progetto è rimasto in gran parte disatteso rispetto alla riprogettazione innovativa degli spazi interni. La riconfigurazione dello spazio della fontana (1980) in piazza Catilina si fermò invece allo stadio di progetto ideativo. All’Abetone Michelucci è incaricato del progetto di ampliamento della chiesa medievale di San Leopoldo. Lo studio dell’opera a cui lavora negli ultimi anni di vita tra il 1988 e il 1990, in collaborazione con Marco Dezzi Bardeschi, è interrotto dalla scomparsa il 31 dicembre 1990.
Rimangono numerosi suoi disegni autografi per un edificio a pianta ottagonale centrale con copertura piramidale e cuspide in cui sono evidenti i riferimenti alla natura, nell’articolazione della struttura ispirata all’intrecciarsi dei rami nel bosco vicino, e alla storia. Mentre i progetti sulla montagna rimangono inattuati o largamente disattesi, trovano realizzazione quelli ideati per i versanti collinari di Pistoia. La Chiesa di Collina di Pontelungo, fuori Pistoia, e la villa Iozzelli sono tra i più rappresentativi del modo michelucciano di rapportarsi con quel paesaggio e con quella comunità.

Le parole
La chiesa col focolare
Io sono nato in quel di Pistoia, sono nato a contatto dei castagneti e a contatto degli artigiani che lavorano il castagno. Sono nato quindi in una città dove, volere o no, resta dentro proprio la natura.
Quindi pensando a questa piccola chiesa a Pian di Novello non ho fatto altro che farmi indicare il terreno nel quale sarebbe dovuta sorgere e ho pensato alla vita, alla vita della popolazione. Non soltanto alla vita dei fedeli, ma di tutta la popolazione.
Volendo raggiungere il fine di avvicinare la gente e di metterla insieme, come potevo fare? Quale espediente potevo trovare?
Allora mi è venuto in mente semplicemente di fare nella chiesa un grande camino; un grande camino intorno a cui ci si può riunire in un qualunque momento, spento o acceso che sia.
Cioè ho pensato a una chiesa aperta, aperta a tutti, fedeli e non fedeli, una chiesa che fosse veramente il luogo abituale di ritrovo degli abitanti.
Ecco, l’elemento nuovo che io inserivo nella chiesa, era il fuoco. Mi pare che questo sia un elemento abbastanza valido per invogliare la gente a partecipare della vitalità della chiesa. Ciascuno potrebbe portare il suo pezzo di legno, per riscaldarsi nel periodo invernale e per poter stare attorno a questo cerchio, a parlare delle varie cose. Avendo io conoscenza e grande passione per tutto il territorio pistoiese, mi è sembrato questo del fuoco un elemento vero, che si inseriva dentro questo ambiente, attraendo…
Il fuoco, il camino, che sono nelle abitazioni, potevano legare l’edificio ecclesiastico alla casa…
Giovanni Michelucci, Dove si incontrano gli angeli,
a cura di Giuseppe Cecconi, Carlo Zella editore, Firenze, 2009, p. 57

La chiesa contadina
Per la Chiesa di Collina il mio criterio fu di portare in quell’ambiente povero, nella vita mediocre dei contadini, un elemento che non suscitasse reazioni sfavorevoli dal punto di vista economico e sociale. Pensai che se avessi fatto una chiesa troppo sontuosa tra quelle case modeste, la popolazione avrebbe avvertito uno squilibrio e avrebbe potuto domandarsi: “Perché agli uomini tanto meno che alla Chiesa?”. Per questa ragione ho costruito servendomi dei materiali che ho trovato sul posto, e la chiesa è costata pochissimo: 13 milioni, mi pare, compresa la canonica. In definitiva non è altro che una casa colonica più grande delle altre, perché la gente possa riunirvisi: una casa comunitaria, collettiva. Il criterio mi sembrava accettabile, ma la reazione della popolazione mi dette torto. Essa si aspettava la chiesa diversa dalla casa; anzi che non ricordasse affatto la casa povera.
Giovanni Michelucci, a cura di Franco Borsi, L.E.F. Firenze, 1966, p. 113
La casa dietro il castagneto
Quando ero verso i trent’anni andai a Roma e ci stetti dieci anni. Ma un giorno seppi che a La Cugna c’era una casa libera dietro un castagneto. Andai con mia moglie a vederla. Era isolata e senza acqua; ma sentii l’odore di Pistoia, un odore riconoscibile non so se di mentuccia o di “pepolino” o di “salvastrella”. Decidemmo di passarci l’estate, e ce ne passammo diverse. E vi passammo poi un intero anno di guerra. Tutte le mattine al buio d’inverno e all’alba a primavera scendevo a prendere il treno per andare a far lezione a Firenze, dove arrivavo verso le nove. Nel pomeriggio riprendevo il treno e ritornavo a La Cugna e spesso era notte. In questo tempo ho conosciuto veramente il bosco: l’ho visto cambiare di colore passando dal bianco al celeste e poi al rosso secondo il tempo delle fioriture: una cosa indimenticabile […]
Giovanni Michelucci, a cura di Franco Borsi, L.E.F. Firenze, 1966, p. 39

Lo sguardo dall’alto
Uno di questi giorni d’estate guardavo dall’alto una vallata che si stendeva azzurra e sonnolenta verso la piana di Pistoia e ponevo mentalmente nel paesaggio alcune opere architettoniche vicine o lontane, quasi per giuoco e come per provarne la loro verità strutturale. E mi pareva che alcune di esse stabilissero una continuità armoniosa con le cose circostanti e arricchissero la natura di nuovi interessi; altre, invece, restavano estranee, quasi accentuando un loro limite di compiacimento e di preziosità formale. Le prime mi risultavano più spontanee, “più popolari” nel senso che la loro forma s’era configurata con l’arricchimento del contatto costante con la vita attraverso i tempi, lasciando alla collaborazione artigiana la possibilità di esprimersi senza imposizioni stilistiche, mentre le seconde erano più ricercate e individuali. E concludevo in me stesso che le opere che meglio si inserivano nel paesaggio erano quelle che più avevano aderito realisticamente alla “storia degli uomini del tempo” e che ritenevano in sé stesse i segni della vita quotidiana e di una sofferta partecipazione alla loro genesi; peggio invece si inserivano le altre opere, tanto individuali da apparire isolate nello spazio e quasi in attesa del condensarsi di altre forme - appropriate ad uomini e città ideali- per raggiungere una unità auspicata come esigenza intellettuale ma non vissuta”.
A. Entità, La chiesa di San Giovanni in Campi Bisenzio sull’Autostrada del sole,
in “Tecnica e ricostruzione”, n. 1-2, 1964, p.15