Giovanni Dettori – Via Crucis

Bassano del Grappa - 13/04/2017 : 30/04/2017

La via crucis è la prefigurazione tutta cristiana di un’etica e persino di un’estetica della sofferenza: è la realizzazione di qualcosa che è più grande di noi – sempre e comunque – ma che, in maniera talvolta oscura, ci accomuna a un destino unitario.

Informazioni

  • Luogo: PALAZZO AGOSTINELLI
  • Indirizzo: Via Barbieri 34 - Bassano del Grappa - Veneto
  • Quando: dal 13/04/2017 - al 30/04/2017
  • Vernissage: 13/04/2017 ore 18
  • Autori: Giovanni Dettori
  • Generi: personale, disegno e grafica
  • Orari: mer-gio-ven 15-19 sab-dom 10-12 e 15-19

Comunicato stampa

La via crucis è la prefigurazione tutta cristiana di un’etica e persino di un’estetica della sofferenza: è la realizzazione di qualcosa che è più grande di noi – sempre e comunque – ma che, in maniera talvolta oscura, ci accomuna a un destino unitario.
Sfida difficile, complessa, amara: la via crucis è un punto di svolta di una carriera artistica.
Impossibile enumerare i tentativi, vano tentare di ripescare, volta per volta, influenze, radici storiche, immaginazioni e ricorsi

Ciascun artista che “intraprende” una Via crucis ne percorre una personale: e magari – lo sa solo chi ci si cimenta davvero – è percorso destinato sempre e comunque al fallimento. Troppo grande argomento, troppo difficile sfida. Eppure è il tentativo (la promessa di una riuscita) il vero portento creativo.
Dettori ha guardato ai grandi maestri della storia della pittura, al Medioevo, al Cinquecento, al Manierismo, al Barocco. E ancora a quelli della xilografia sarda, Remo Branca, Mario Delitala, Stanislao Dessy. Poi ha fatto di testa sua, mettendo al centro della scena un corpo e un volto, costruendogli attorno una scena di corpi e volti uguali. Lo ha raffigurato nudo e curvo, appesantito delle colpe di un mondo che lui solo ha dovuto espiare con la sofferenza e la morte, gli ha dato un colloquio diretto con chi, spettatore, lo guarderà e si sentirà in qualche modo coinvolto in questa situazione tragica.
Ha usato un tratto essenziale e “povero”, una linea spessa e ruvida per stendere un segno stanco e disperato che sa di sangue e di dolore, dove il particolare affoga nella sensazione di caos e smarrimento che lo stravolgimento logico – Dio che muore – fa sì che i cieli si aprano e cadano i fulmini a squarciare il velo del tempio.
E con la forza dello scultore che dalla materia estrae l’immagine ha composto, frammisto e confuso quella storia con la nostra, di oggi, estranea ed amara, che non ricorda la tragedia che ha patito ieri e non la riconosce in chi oggi vi muore.