Gianni Mantovani – Nel Vento

Concordia Sulla Secchia - 01/11/2011 : 06/01/2012

In mostra le opere pittoriche dell'artista Gianni Mantovani, docente presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna.

Informazioni

  • Luogo: CNA
  • Indirizzo: Via Mazzini 68 (53035) - Concordia Sulla Secchia - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 01/11/2011 - al 06/01/2012
  • Vernissage: 01/11/2011 ore 11
  • Autori: Gianni Mantovani
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: da lunedì a venerdì ore 8.30-13.00 14.30-18
  • Email: gianni_mantovani@alice.it
  • Catalogo: testi critici di Mario Bertoni e Giorgio Celli

Comunicato stampa

Gianni Mantovani nasce a Concordia (Mo) nel 1950 dove tuttora risiede.
Studia all'Istituto d'Arte di Modena e successivamente all'Accademia di Belle Arti di Bologna.
A diciassette anni vince il concorso indetto tra gli studenti delle Accademie d'Arte Italiane
tenuto presso il Palazzo dei Musei di Modena e successivamente partecipa, in rappresentanza
dell'Accademia di Belle Arti di Bologna, alla “Terza di Mostra di Incisione” presso il Gabinetto
Nazionale delle Stampe a Roma.
Nel 1974 inizia a insegnare Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico di Bologna


Verso la metà degli anni '80 la sua ricerca artistica si orienta sul versante astratto in sintonia con
il critico Giorgio Cortenova che teorizza l'”Astrazione arcaica”, presentandolo alla Pinacoteca
di Macerata e alla Galleria Civica di Vicenza.
In quel periodo espone le sue opere improntate ad un' astrazione che diventa sempre più lirica, a
Modena, Firenze, Verona, Roma, Pavia, Sofia (Bulgaria).
Nel 1991 è vincitore del concorso nazionale per l'insegnamento di “Pittura” nelle Accademie
d'Arte italiane in cui i titoli artistici sono fondamentali per l'assegnazione del punteggio.
Nel 1993 è socio fondatore del Circolo artistico “Giorgio Morandi” di Mirandola e viene eletto
primo presidente.
Dal 1994 è docente di ruolo di “Pittura” e in seguito di “Disegno” presso l'Accademia di Belle
Arti di Bologna e per vari anni come segretario dell'Istituto di Pittura organizza e allestisce
mostre di studenti.
L'Università di Bologna gli offre contratti per tenere lezioni ai corsi di specializzazione dei
futuri insegnanti di Educazione Artistica e Discipline Pittoriche.
Gli anni '90 vedono Mantovani appassionarsi all'Arte Tribale, ed in modo particolare a quella
africana, a cui fanno seguito alcuni viaggi di approfondimenti culturali nel continente nero.
Questo interesse contribuisce in modo significativo ad accelerare una svolta creativa che era già
nell'aria in cui le nuove opere pittoriche si caricano di immagini semplici e fantastiche.
Paesaggi, fiori e natura vengono rappresentati attraverso forme primarie ed essenziali
nutrendosi di memorie e di una visione sognante.
Vengono realizzate mostre in spazi pubblici e privati: alla Galleria Romberg di Latina, a
“Riparte” la Fiera d'arte di Roma, alla Galleria Mazzocchi di Parma, all'Istituto di Cultura “Casa
Cini” di Ferrara, all'Istituto di Cultura Italiano di Berlino, alla Galleria Comunale di Angoulême
(Francia), Galleria dell'Università di Parenzo (Croazia), Castello dei Pico di Mirandola.

Hanno dedicato scritti e note critiche:

Mariano Apa, Mario Bertoni, Luigina Bortolatto, Lucio Cabutti, Maria Campitelli,
Toti Carpentieri, Renata Casarin, Antonio Castellana, Giorgio Celli, Claudio
Cerritelli, Vittoria Coen, Diego Collovini, Giorgio Cortenova, Miriam Cristaldi,
Roberto Daolio, Vittorio Erlindo, Michele Fuoco, Armando Ginesi, Walter
Guadagnini, Filiberto Menna, Nicola Micieli, Massimo Mussini, Luigi Meneghelli,
Marco Meneguzzo, Sandro Parmiggiani, Marilena Pasquali, Concetto Pozzati,
Giuliano Serafini, Barbara Silvestri, Carlo Federico Teodoro, Maria Grazia Torri,
Maria Luisa Trevisan, Ferruccio Veronesi, Donatella Verzura.


Ci sono pittori che amano, per dir così, la densità, che trasformano le loro tele in una
superficie lunare accidentata, percorsa da rughe, da altopiani, da asperità, quasi per
invitare chi osserva a completare la percezione visiva con quella tattile, facendo
scorrere i loro polpastrelli su quelle superfici materiche. Altri pittori si votano alla
trasparenza, alla leggerezza, e dipingono il mondo come un acquerello effimero,
sempre pronto a naufragare in un orizzonte di squisiti arcobaleni cromatici. I paesaggi
che ci offre la pittura di Gianni Mantovani sono annoverabili tra questi miraggi
opalescenti e sublunari, dove danzano piccole iridescenti farfalle, si aprono fiori dallo
splendore dei cristalli sperduti tra cespugli azzurri e ciuffi d’erba dai colori più
anomali e stravaganti. In questa rapsodia di tonalità spesso crepuscolari irrompe,
talora, la violenza di un rosso fiammeggiante, che sembra conferire alla tela il senso
di una finestra aperta sul grande incendio del mondo. La delicatezza dei paesaggi di
Mantovani ci ricorda quelle stampe giapponesi che, per il fratello Theo, dipingeva,
come per esercitare la mano, Vincent Van Gogh. Un'altra rivisitazione che Mantovani
sembra riproporre, questa volta più discreta delle visioni a fiori di ciliegio del Sol
Levante, è di un tardo liberty fatto di figure di animali e di piante un poco stilizzate e
riproposte come modelli ideali di una lettura del mondo naturale vista attraverso il
filtro di una moderna sensibilità. Gianni Mantovani osserva il mondo come se lo
vedesse attraverso i vetri di un acquario, leggermente trasfigurato, ma sempre
riconoscibile nelle sue forme essenziali. Un pittore che si pone tra una realtà vissuta
come una favola e una favola raccontata non con le parole, ma con la magia delle
forme e l’incanto del colore.

Giorgio Celli



Parlare del lavoro di Gianni Mantovani, e credo di dire cosa ovvia, dal momento che molti di coloro che hanno
scritto prima d’ora della sua opera l’hanno ricordato, significa porre l’accento su di una pittura che sino dagli
esordi ha avuto al proprio interno una tensione che guardava all’astrazione e che nel corso del tempo si è
venuta costituendo come il suo baricentro. Si parla, si badi, di astrazione e non di pittura astratta, per non
cadere nel solito equivoco che conduce a considerare l’arte astratta come qualcosa che è privo di contatti con
la realtà, mentre l’astrazione è un procedimento che porta a estrapolare e come a isolare uno o più elementi
materiali. E ciò riguarda il lavoro di Mantovani da quando il colore monocromo saturava le tele e minimi lacerti
di forme increspavano le tele. Quelle campiture a tinte forti nascevano dalla necessità di registrare
un’emozione, di inquadrarla e metterla a fuoco sulla superficie dipinta. E così farla durare. Emozione di un blu,
di un giallo, di un rosso, senza aggettivi.
Credo che da quell’incipit la produzione di Mantovani si svolga conseguentemente, senza contraddizioni. Il
dato importante è che tutto ciò che interviene ad animare la tela dipinta scaturisca dalla pittura stessa, e non
sia riflesso di un qualcosa di precedente o di esterno ad essa, qualcosa che si pone, sempre e comunque, in
dialogo costante con gli elementi della pittura: linee, forme, colori. Tale dialogo si attiva, tuttavia, soltanto nella
misura in cui i fondamentali della pittura (una linea, una forma, un colore, ognuno per sé) sono stati separati,
isolati e come sospesi. È in questo modo che il fondo monocromo diviene “campo” di una vibrazione
d’atmosfera che “tinge” i profili delle figure o che “si ritrae” per scontornare linee e bordi, è in questo modo che
gli orizzonti si negano e si rifiutano a favore di un “tutto qui e là” che si aggrega e disperde all’unisono. E ciò
vale anche per i riferimenti e le simpatie culturali: “dietro la nuca”, per dirla con Concetto Pozzati, di cui
Mantovani è stato prima allievo e poi assistente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, non ci sono solo
Matisse, Licini, il primo Hockney, dietro la nuca c’è anche l’arte africana e quella orientale, ma credo che tali
riferimenti rischino di essere fuorvianti nella misura in cui “l’emozione della pittura” in Mantovani è
presentimento e palpito del suo intimo fare spazio. Gli incontri e le tangenze accadono strada facendo, perché
l’incanto è suono interiore, se è vero che queste opere splendono di luce propria e non riflessa.
Ecco, allora, farsi avanti l’ipotesi di un “segno di natura” semplice e complesso, globale e locale ad un tempo,
giovane e vecchio insieme: giovane è l’abbandonarsi che si rinnova ogni volta da capo, vecchia è la
consapevolezza di quello stesso ricominciare. Ma occorre, a questo punto, tentare di circoscrivere un tale
“segno di natura”. Impresa ardua, dal momento che la natura del segno di Mantovani è “nel vento”, come
recita il titolo della serie di iniziative che qui si presentano, intendendo con ciò la fluidità di una visione che
fugge e sfugge e s’insinua. Tuttavia, la risposta la si può inferire attraverso i titoli delle sue opere: “mi fermo
qui accanto a un fiore”, “prima che sia giorno”, “ora la sera è un sospiro”, “oltre il batter d’ali è già domani”, “la
notte che ti tocca”, “è già mattino”, “di là del temporale”, “ora è luce”, “sognare all’alba”, “quando nasce
l’aurora”, “perdersi tra colori e profumi”, “guardare al cielo”…. Sono titoli transitivi, per così dire, che
presuppongono un prima e un poi, titoli che non designano e non definiscono, sono considerazioni che si
fanno tra di sé e che “aprono” agli stati d’animo, al diario interiore, al carattere d’esistenza.
Battito d’ali è questa pittura lieve e luminosa…..

Mario Bertoni