Giancarlo Norese – Tante volte

Informazioni Evento

Luogo
SURPLACE ART SPACE
via San Pedrino 4, Varese, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al
Vernissage
29/03/2026

ore 17

Artisti
Giancarlo Norese
Generi
personale, arte contemporanea

Mostra personale.

Comunicato stampa

L’appuntamento è all’Accademia di Brera, in occasione dei suoi 250 anni.
Il Napoleone del Canova è ancora lì, a guardare dall’alto i numerosi visitatori e turisti che passano sotto la sua sottana e che si apprestano a gironzolare per i corridoi dell’Accademia e a fare un giro più o meno veloce nelle sale della pinacoteca. I totem informativi sono proprio brutti, fuori luogo e deturpano il cortile. Sì vero, sono fastidiosi tanto quanto la musica all’interno dei supermercati e nei parcheggi. L’invito a Giancarlo per la mostra a Surplace nasce sotto il bronzeo severo sguardo di Napoleone.

«Voglio invitarti a fare una mostra a Surplace, a marzo. Pensavo di chiederti un lavoro dedicato, un dipinto. Ti commissiono un dipinto.»

«Allora mi darai tutto il materiale con cui lavorare.»

«Certo, e sei libero di fare quello che vuoi, magari un nuovo Marx.»

«Mi piace avere delle regole a cui sottostare. Quindi devi darmi anche un titolo, un tema. Un paesaggio? Anzi no.»

«Allora farai quello che più ti piace, fai quello che vuoi. Ci può stare anche un nuovo disegno sullo stesso tema di Marx? Il tuo dipinto di Marxxx era con 3 x giusto? Lo avevi dipinto 3 volte?»

«Meglio un lavoro nuovo. Un disegno. Dei disegni grandi. Blu. Un disegno sul Marte pacificatore?»

Ma cosa succede ora? È una domanda che nel lavoro di Giancarlo Norese non cerca risposta, ma funziona come condizione permanente, fa girare il senso. Si fa una mostra minima, ora chiedo di esporre solo un lavoro. La sua ricerca si muove in una zona di sospensione, a volte di buio, con luci improvvise dove l’opera appare come effetto secondario o quasi, di relazioni, traduzioni, scarti e piccoli fallimenti, messi in scena con serietà ma anche leggerezza. Ricordo l’immagine fotografica di Norese come un Superman kryptoniano che piange, un superuomo “retrocesso”, malinconico. L’immagine rimanda al senso e all’intimità di un video, Starting with S (2006), in cui il pianto di Norese/Superman è disperato e molto terrestre, era solo sulla terra, e chiarisce una posizione etica prima ancora che formale: esporsi al rischio di non funzionare, e a volte non funzionare proprio. Da sempre Norese pensa l’arte come attitudine dialogante, sviluppata attraverso pratiche intuitive, collaborative e spesso difficilmente archiviabili. La documentazione — parziale, selettiva, affettiva — di persone alle mostre o i bar, ad esempio, è un altro modo per prendersi cura delle cose, del tempo, della memoria, sfiorandole con lo sguardo, per appuntarle in una memoria che diventa subito collettiva. Ancora più instabile a volte è la pratica dell’intervento più o meno diretto, su lavori altrui, dove l’autorialità si confonde e talvolta si ribalta, soprattutto quando l’opera “tradotta” sembra funzionare meglio dell’originale. Personalmente mi è capitato di verificare questa cosa un paio di volte; trovare un mio lavoro tradotto e rimediato da Norese, ma con quella virgola di diversità determinata dal cambio di materiale, o altro, che gli donava qualcosa in più. Qui si manifesta forse il punto centrale della sua ricerca: creare un cortocircuito in cui non è chiaro chi fa cosa, cosa sia l’opera e cosa faccia un artista che, spesso, sceglie di non fare. L’opera non è un oggetto ma un dispositivo: qualcosa che sta in mezzo, che serve a metterci in contatto, a dialogare, a creare situazioni più che a produrre risultati.

In lavori come Barbonato (siamo negli anni Novanta), l’arte coincide con l’orizzonte della vita quotidiana, riducendo al minimo la distanza tra gesto artistico e tempo vissuto, intrecciandoli, rendendoli a volte indistinguibili. Co-fondatore nel 1997 del progetto collettivo Oreste — passato anche dalla Biennale di Venezia del 1999 — Norese appartiene a una stagione elastica, che oggi continua a essere attiva e coinvolgente. L’opera non è solo un artefatto, è in una prospettiva di possibilità, una rivelazione di senso legato all’esperienza, un’epifania che supera la mera estetica per diventare strumento di conoscenza reciproca, incontra e racconta il mondo anche nella distanza per comprendere meglio la portai esistenza. Ed è proprio in questa distanza, in questo non-allineamento, che il suo lavoro continua a essere attuale: come una pratica che resiste, sottraendosi. Si opera e si fa il meno possibile, Norese opera in economicità e con poche cose, con la giusta lentezza e attenzione per leggere bene gli eventi. Il suo è un flusso creativo lento e meditato, con spunti colti dal reale, dall’esperienza, essenziale, in cui lo stile è non aver uno stile, ed essere quasi inafferrabile, un’arte che è una registrazione, una mitopoiesi personale del quotidiano. Idea, soggetto, tecnica e poetica sono intercambiabili per abbracciare meglio immondo e il suo senso. E può capitare che un’opera la si ritrovi in un’altra opera re-incarnata, ri-editata, svincolata dal sistema della unicità e uniformità, mutevole in quanto aperta; il suo è un “piccolo” universo dischiuso.

In mostra ci sarà solo un lavoro. «Ricordamelo cosa voglio fare.» Certo, lo segno nella memoria a lungo termine per non dimenticarmelo e poi ti ricorderò di disegnare qualcosa in blu. Quindi ci saranno dei disegni sul tema mitologico? Non credo. Allora un lavoro inaspettato? L’opera come dono. «Sai che la Vittoria alata che Napoleone/Marte tiene nella mano destra venne sostituita nel 1978? L’originale è stata rubato. Andiamo al bar.» Ci accompagna il ringraziamento per aver accettato di presentare un tuo lavoro a Surplace. Un suo libricino del 2000 era intitolato The Thanksgiving Book, in cui appariva il suo nome nella pagina dei ringraziamenti dei cataloghi di mostre, anche di quelle in cui lui non aveva fatto assolutamente nulla per essere ringraziato. «Ho chiesto ai curatori di inserire il mio nome nei cataloghi delle mostre così da poter alimentare artificialmente il mio riconoscimento pubblico, le persone nominate sono persone esistenti. Io vorrei esistere.» Congratulazioni. Sarebbe piaciuto molto a Margaretha Zelle. Una citazione colta. Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta sarà una mostra semplice ma articolata, fatta di poche cose, forse solo una. Il titolo è “Tante volte”. L’artista presenta un dipinto che può essere fatto tante volte e la mostra è sempre una sorpresa.

Luca Scarabelli

Giancarlo Norese sin dagli anni Ottanta si è dedicato a pratiche collaborative con altri artisti e con istituzioni, alla realizzazione di progetti editoriali, azioni pubbliche, artist-run spaces, esperimenti educativi indipendenti. È stato uno degli iniziatori del Progetto Oreste e l’editor delle sue pubblicazioni. Ha esposto e partecipato a progetti in spazi pubblici e privati, tra cui Villa Medici e La galleria nazionale (Roma), Neon e MAMbo (Bologna), 42ª e 48ª Biennale di Venezia, P.S.1 e Performa (New York), Galleria Continua (San Gimignano), Triennale (Milano), Tent (Rotterdam), Red Gate (Pechino), MAMM (Mosca), ASU Art Museum (Phoenix), Documenta 13 (Kassel), Cabaret Voltaire (Zurigo). Ha tenuto corsi, workshop e lecture in alcune accademie e università, sia legalmente che abusivamente.

Autore di alcune pubblicazioni edite da Charta, Massimo De Carlo, Istituto Svizzero, La Rada, Kunsthalle Marcel Duchamp, Sputnik Editions, ha collaborato a molti libri e riviste d’artista. Nel 2015 è stato tra i fondatori della Fondazione Lac o Le Mon (linktr.ee/noresize)