Giacomo Belcari – Il suicidio del Mago

Roma - 14/12/2012 : 14/01/2013

Dalla tavolozza variopinta, in cui i colori della natura si intrecciano al bianco e nero urbano, le opere di Belcari narrano di mondi visibili e invisibili, di città sul dorso di uccelli e di giganti silenziosi, raccolti in meditazione.

Informazioni

Comunicato stampa

Giacomo Belcari, nato in Maremma nel 1976, vive e lavora a Roma. Psicologo e psicoterapeuta, scrittore e artista, inizia a dipingere a Parigi, utilizzando una tecnica semplice come l’inchiostro su carta per creare delle complesse architetture surreali, in cui si intrecciano i destini di mille creature, paesaggi surreali, animali esotici dagli occhi profondi e intensi. Dalla tavolozza variopinta, in cui i colori della natura si intrecciano al bianco e nero urbano, le opere di Belcari narrano di mondi visibili e invisibili, di città sul dorso di uccelli e di giganti silenziosi, raccolti in meditazione


www.ilsuicidiodelmago.com


“Ho cominciato a dipingere nella città degli artisti, di quelli maledetti. Per un po’ ho abitato in Boulevard Beaumarchais 47, un vialone perfetto che da Place de la Bastille conduce a Place de la République, nel cuore pulsante di Parigi. Alloggiavo in casa delle sorelle Kaplan, due zitelle che sopravvivevano affittando stanze. Dovevano discendere da una nobile famiglia decaduta e la loro casa conservava perfettamente l’atmosfera di un’epoca d’oro consumata dai vizi e dai cattivi investimenti.
L’aria polverosa che si respirava era ideale per me che avevo sempre sognato la vita bohémien dei poeti libertini e dei pittori squattrinati. Era un appartamento molto grande all’ultimo piano di un palazzotto liberty. Da un salone pieno di specchi e divani si accedeva alla mia camera, piccola, ma meravigliosamente esposta su Rue de Chemins Vert.
Nella casa l’ambiente che più amavo era la cucina, che dava su una chiostra buia ma profumata di panni stesi e spezie. Le sue pareti, dipinte di un arancione vivo, erano quasi interamente ricoperte di fotografie, cartoline, lettere, ritagli di giornale e qualsiasi altro tipo di souvenir cartaceo che rappresentasse la vita delle sorelle Kaplan e degli innumerevoli inquilini che si erano succeduti negli anni. Quante sere ho trascorso sorseggiando fuligginosi caffè francesi e contemplando quelle pareti. Una delle due sorelle, la più socievole, spesso staccava un cimelio dal muro per mostrarmelo, per poi riposizionarlo immediatamente dopo nella sua sede d’origine. C’erano foto di matrimoni, di gatti e di tramonti, lettere d’amore, di scuse e di odio, attori del cinema e del cabaret, buste col timbro di rosse labbra e bollettini postali scaduti. Quanto sono belle le cose semplici, soprattutto se ripetute in una caotica reiterazione... Se su quella parete ci fossero state appese cinque cartoline, non avrebbero certo conferito alla cucina un’aria così romantica. Cinquemila cartoline, invece, la rendevano un’opera d’arte. Era eccitante sapere di poter pescare a caso da quel groviglio di scartoffie e trarne sempre una narrazione singolare. […] Mi ero sempre ritenuto un poeta nato, malinconico, misterioso, sensibile, egocentrico e coraggioso, ma in quel periodo parigino, complice anche la cucina delle sorelle Kaplan, convertii la mia penna in un pennino a china. Il mio obiettivo era entrare nell’albo d’oro delle sorelle, la grande parete addobbata della cucina. Così, comprai una busta da lettere bianca e con certosina pazienza la ricamai d’inchiostro con mille ghirigori a formare una cornice al cui centro disegnai il profilo di una donna incinta. Dentro di lei si potevano vedere il cervello, i vasi sanguigni e il feto che galleggiava nella placenta. Per completare gli spazi lasciati vuoti, disegnai dei motivi floreali e scrissi un po’ nel seno e un po’ nella gola l’indirizzo delle Kaplan. Dopo pochi giorni, con mio grande piacere, la lettera era esposta sul muro della cucina...”