Franco Purini – La serie e il paradigma

Roma - 30/03/2015 : 17/04/2015

Il rapporto virtuoso tra disegno, arte e architettura sarà in mostra presso la Casa dell’Architettura – Acquario Romano, contestualmente all’evento intitolato La serie e il paradigma. Franco Purini e l’arte del disegno presso i moderni, curato da Pier Federico Caliari e Carola Gentilini.

Informazioni

Comunicato stampa

LA SERIE E IL PARADIGMA
FRANCO PURINI E L’ARTE DEL DISEGNO PRESSO I MODERNI
Il rapporto virtuoso tra disegno, arte e architettura sarà in mostra dal prossimo 30 Marzo fino al 17 Aprile a Roma, presso la Casa dell’Architettura – Acquario Romano, contestualmente all’evento intitolato La serie e il paradigma. Franco Purini e l’arte del disegno presso i moderni, curato da Pier Federico Caliari e Carola Gentilini


L’evento è costituito da una mostra e da un convegno che, nel loro insieme, danno vita al sequel di una iniziativa che è ha avuto il suo primo atto presso la Triennale e il Politecnico di Milano nel mese di Gennaio scorso, riscuotendo un notevole successo critico e di pubblico.
La sede romana dell’Ordine degli Architetti ospiterà quindi convegno e mostra, i quali non solo concentreranno l’interesse sull’opera artistica e grafica di Franco Purini, ma affronteranno la questione di un attento riesame della grande tradizione italiana dell’architettura disegnata a valle della rivoluzione digitale che ne ha trasformato gli statuti e le stesse condizioni di necessità.
Si aprirà il 30 Marzo alle ore 9,30 con la prima sessione del convegno, seguita nel pomeriggio dalla seconda sessione e dall’inaugurazione della mostra, programmata per le ore 18,00. Al convegno parteciperanno oltre allo stesso Franco Purini, Lucio Altarelli, Gianni Accasto, Livio Sacchi, Francesco Menegatti, Francesco Moschini, Romolo Martemucci, Roberto De Rubertis, Dina Nencini, Ernesto D’Alfonso, Luca Galofaro, Laura Thermes e Francesco Cellini.

CONCEPT DELL’EVENTO
Dedicato alla Tesler Generation
E’ trascorso circa un quarto di secolo dall’inizio della rivoluzione digitale che ha trasformato completamente l’organizzazione e il paesaggio produttivo degli studi di architettura, modificando in modo sostanziale i processi di restituzione grafica degli elaborati di progetto e di rappresentazione in generale dell’architettura.
E’ tempo di fare alcune valutazioni.
In una recente intervista rilasciata proprio a Franco Purini, Peter Eisenman – uno dei primi a dotarsi di softwares di disegno automatico - spiega come le giovani generazioni abbiano perso ogni contatto con il disegno e come siano incapaci di attivare un ragionamento visivo senza il supporto del computer. Conclude poi lapidario: "…credo che dobbiamo tornare indietro ritrovando il disegno, dobbiamo tornare all’idea di che cosa è il progetto d’architettura come fenomeno critico, sociale, ideologico”.
Non si tratta di buttare via i CD e ritornare al vinile, ma di considerare la possibilità di rivedere un processo che ha travolto un mondo e i suoi comportamenti, per verificare con la dovuta distanza critica, quanto sia andato perso e cosa debba essere recuperato. Infatti, della strumentazione classica non resta più nulla. Forse solo la matita e la gomma possono considerarsi delle sopravvissute, oggi tuttavia destinate ad altre mansioni (sottolineare, cerchiare, annotare, ecc). Per il resto, tutto si è liquefatto, utilizzando qui un’immagine che da sola ben sintetizza il rapporto dialettico che esiste tra pixel e paper, e che va ben oltre quello tra immateriale e materiale che la necessità di archiviazione della memoria si porta dietro.
La rivoluzione digitale e l’ingresso delle macchine negli studi è stato inizialmente salutato come il primo passo verso un nuovo illuminismo dove le nuove generazioni, dotate di maggiore affinità con gli sviluppi delle tecnologie, sembravano poter in tempi brevi colmare i divari di conoscenze - e anche quelli sociali - con le generazioni precedenti. Certo è, che la rivoluzione digitale è sempre sembrata una cosa per giovani. Ma qualcosa non è andato come ci si poteva aspettare. La liberazione dal lavoro fisico connessa all’idea di rivoluzione – quella informatica compresa - suffragata dalla presunta autonomia dei nuovi soggetti “digitali”, in verità non ha dato vita un nuovo aufklärung e non ha generato un innalzamento della dignità intellettuale e professionale. La macchina non ha partorito un nuovo architetto e Andromeda è alla fine più debole dell’intelligenza che l’ha generata. Persiste la divisione del lavoro, così come persiste la separazione tra progetto e rappresentazione, laddove il rendering è a tutti gli effetti, una professione che si muove in parallelo, ma indipendentemente da quella del designing. Continua ad esserci quella separazione-contiguità che ha caratterizzato il rapporto, per esempio, tra John Soane e Joseph Michael Gandy, piuttosto che quello tra Frank Lloyd Wright e Marion Mahony Griffin.
Alla nuova forma della rappresentazione non corrisponde quindi una nuova sostanza, che all’opposto si è persa nell’assenza di fisicità del processo produttivo, e con essa anche l’unicità che ne ha sempre contraddistinto gli esiti. Ma se l’immagine continua ad essere solo in linea teorica referenziata alla costruzione, nella realtà è diventata sempre più strategica, al punto che si può parlare di una vera e propria autonomia della raffigurazione (grafica e/o fotografica o entrambi) laddove questa si muove sugli scenari della comunicazione con statuti formali totalmente indipendenti da quelli dell’architettura costruita, individuando un’area professionale specifica definibile come copy and paste painting, sofisticata espressione di una sempre più dominante Tesler Generation, che trova il suo prequel nelle esperienze radicali e pop degli anni sessanta.
La dimensione del copia-incolla sta permeando anche il mondo della formazione, quello dell’apprendimento dell’arte. Un apprendimento che sembra non essere più basato sulla trasmissione delle tecniche di misurabilità dell’architettura, ma soprattutto orientato verso tecnologie di gestione dell’immagine bitmap, e in particolare sulla sua incollabilità. Il risultato della rivoluzione è una progressiva atrofizzazione del disegno classico dovuta all’abbandono della dimensione artigianale della produzione di immagini e artefatti comunicativi per la trasmissione dell’architettura. Gli studenti non sanno più disegnare. Né amano farlo perché non sanno più tenere la matita in mano e non hanno mai conosciuto il piacere fisico del disegno. Per loro tutto il mondo dell’architettura è fatto da pixel, picture elements che restituiscono una visione fondamentalmente dematerializzata del progetto. Sicché, con lo strapotere dell’immagine bitmap e l’inesorabile soppressione della vettorialità, gli studenti di architettura escono dalla scuola pesantemente indeboliti nei fondamentali.
L’idea di questa mostra sul disegno manuale e artistico di Franco Purini (accompagnata dal convegno intitolato L’Arte del Disegno presso i Moderni) supporta il tentativo di ritornare, almeno parzialmente, all’ordine precedente la rivoluzione digitale. Dove, per ordine, si intende un processo logico di acquisizione delle conoscenze, incentrato sul disegno come luogo in cui si dispiega ogni idea di architettura. E dove, per disegno, s’intende quello manuale e accademico, nella sua dimensione di unicità e quasi totale irriproducibilità. Questa mostra riconosce al disegno la doppia dimensione dialogica ed etica del diventare architetti, cercando di restituirne un profilo di autenticità artigianale percepito dal punto di vista della sua innata tensione estetica.
Il titolo della mostra, parafrasando Johann Joachim Winckelmann, ci porta immediatamente nella dimensione classica dell’arte e dell’architettura, intesa come mondo figurativo di riferimento. Ma, se il grande storico dell’arte tedesco indagava l’antichità classica restituendola come momento apicale di tutta l’arte in assoluto, il classico per i moderni costituisce il banco di prova per il dispiegamento di una ulteriore tensione estetica e linguistica verso la rarefazione, l’astrazione, la stratificazione e la strutturazione sintattica. Franco Purini significa soprattutto questo. Un punto di riferimento di un modo di fare scuola e di considerare l’architettura come un’arte figurativa sorretta da convenzioni e regole proprie, sostanzialmente indipendenti dagli eventi, e quindi permanenti nel modo di concepirla. L’Arte come disciplina.
La collezione della mostra - organizzata in due sezioni esposte rispettivamente presso la Triennale e il Politecnico di Milano - attinge esclusivamente da due recipienti: dall’Archivio dell’Autore e da una collezione privata. Dal primo proviene la maggior parte delle opere: quarantasette disegni d’invenzione, quattordici schizzi su Gibellina, i taccuini e ad altri “lucidi” storici, che nel loro insieme costituiscono la selezione presentata al Politecnico di Milano con il preciso obbiettivo di risvegliare le coscienze dei futuri architetti per sollecitarli a ritrovare il senso dell’inchiostro e la sensibilità della mano come veicolo essenziale dell’idea sul supporto grafico.
Dalla seconda provengono ventiquattro opere, riferibili a diverse serie/paradigmi e a una miscellanea di disegni a colori. Queste opere sono esposte presso la Triennale di Milano e, successivamente, alla Casa dell’Architettura di Roma.








THE SERIES AND THE PARADIGM
FRANCO PURINI AND THE ART OF DRAWING AMONG THE MODERNS
The virtuous relationship of design, art and architecture will be on display from next March 30 to February 17 in Rome, at Casa dell’Architettura – Acquario Romano, contextually with the event entitled The series and the paradigm. Franco Purini and the art of drawing among the moderns, curated by Pier Federico Caliari and Carola Gentilini.
The event consists of an exhibition and a conference that constitute the sequel to an initiative that has had its first act at the Triennale and the Polytechnic of Milan in last January last, a with considerable success among both critics and participation.
Now, exhibition and conference also arrive in the roman headquartier of Order of the Architects and, together not only will focus the interest on graphical artwork of Franco Purini, but also will face the question of a careful review of the great tradition of Italian drawn architecture downstream of the digital revolution that has transformed the statutes and the same conditions of need.
It will open on March 30 at 9:30 am with the first session of the conference, followed by the second session in the afternoon and, finally, by the inauguration of the exhibition, scheduled for 18.00. Will participate in the conference, together with the same Franco Purini, Lucio Altarelli, Gianni Accasto, Livio Sacchi, Francesco Menegatti, Francesco Moschini, Romolo Martemucci, Roberto De Rubertis, Dina Nencini, Ernesto D'Alfonso, Luca Galofaro, Laura Thermes and Francesco Cellini.

EVENT CONCEPT
To the Tesler Generation
Nearly a quarter of a century has gone by since the beginning of the digital revolution, which, substantially modifying processes of graphical and architectural representation, completely transformed architectural practices’ organisation and productive processes.
It seems now is the right time to assess such a change.
In a recent interview with Franco Purini, Peter Eisenman – one of the first architects to experiment with digital drawing – explains that younger generations have lost any sensibility to drawing, making them incapable to articulate a visual idea without the support of a computer. His conclusions are pithy: ‘ I believe we must go back to drawing, and to what makes the architectural project a critical, social, ideological phenomenon.’
It isn’t about throwing away our CDs and going back to the vinyl, but to reconsider the possibility to make use of a process which durably transformed an epoch and its behaviour and to verify, with due critical distance, how much of it has been lost and which parts could be revived. Of the classical instruments, nothing remains. The pencil and the eraser are lone survivors, though destined to other uses – underlining, circling, annotating, etc. All the rest has liquefied – an image which alone synthesizes the dialectics between pixel and paper, and goes far beyond the relationship between immaterial and material implied by archival necessities.
The digital revolution and the use of computers in architecture offices was initially seen as the first step towards a new form of enlightenment, whereas new generations, gifted with an understanding of technology’s developments, were thought able to quickly bridge the knowledge – and also social - gap with former generations. The digital revolution always seemed to be meant for the youth; though something along the way didn’t go exactly as expected. The liberation from physical labour, tied to revolutionary concepts – informatics revolution included – and supported by the presumed autonomy of computer users, didn’t lead to the advent of a new aufklärung, nor did it contribute to heighten intellectual and professional dignity. The machine didn’t give birth to a new architect. Andromeda, in the end, is weaker than her creator. The division of labour remains, as does the separation between project and representation, whereas rendering develops in parallel though independently from designing. The separation-contiguity which characterized the relationship between, for example, John Soane and Joseph Michael Gandy, rather than that between Frank Lloyd Wright and Marion Mahony Griffin, lingers.
No new substance corresponds to these new forms of representation, instead lost to the lack of physicality of the productive process. Lost with it is the unity which always used to characterise its outcomes. If the image still is theoretically related to the construction process, it has, in reality, become a strategic object, to the point where one can speak of a true and complete autonomy of representation (graphical and/or photographical). Such representations evolve within the area of communications following criteria totally independent from those relating to built architecture, singling out a specific professional field which can be defined as copy and paste painting, the sophisticated expression of an ever more victorious Tesler Generation for which radical and pop experiments of the 60s serve as prequel.
This copy-paste culture is pervading into the sphere of artistic education, no longer based on the transmission of techniques concerned with the measurability of architecture, but rather tending towards bitmap image management and particularly interested in its reproducibility. The net result of the revolution is thus the slow atrophy of the art of traditional drawing, as the artisanal dimension implied in the production of images and other communication artefacts necessary to pass on architecture knowledge were abandoned. Students no longer know how to draw. Nor do they enjoy drawing, since they have forgotten how to hold a pencil in their hand and never enjoyed the physical pleasure of drawing. To them, architecture is made out of pixels, of picture elements, yielding a fundamentally dematerialised vision of the architectural project. And so, with the hegemony of the bitmap image over vectoriality, architecture students complete their education seriously lacking fundamental knowledge.
The idea behind this exhibit, showcasing Franco Purini’s artistic hand drawings (along with a panel discussion titled The Art of Drawing among the Moderns), underpins the attempt to, at least partially, return to the order which prevailed before the digital revolution. Whereas order is intended as the logical process by which knowledge is acquired, with the drawing as the basis from which every architectural idea emerges. And, where drawing refers to the hand-made, academic drawing in all its uniqueness and authenticity. This exhibit attributes to drawing the dual dimension of the becoming architect, dialogic and ethic, and attempts to restore a sense of artisanal authenticity, perceived with its innate aesthetic tension.
The title of the exhibit, which paraphrases Johann Joachim Winckelmann, relates to the classical dimension of both art and architecture, the figurative world which serves as reference. If, for the famous German art historian, classic antiquity represents the apex for all art, the Classic, for the moderns, constitutes a testing ground for the development of an ulterior aesthetic and linguistic tension, tending towards rarefaction, abstraction, stratification and syntactic structuring. Hence Franco Purini represents all of that. He is, above all, a point of reference for a particular way of teaching and considering architecture as figurative art, supported by its own rules and conventions, substantially independent, and thus consistent in its conception. Art as discipline.
The pieces shown within this exhibit – structured around two sections, respectively shown at the Triennale and the Politecnico di Milano - exclusively come from the Author’s Archive and a private collection. Most pieces come from the former: 47 drawings of imaginary projects, 14 sketches of Gibellina, notebooks and original drawings on contact paper, which, together, form the exhibit shown at the Politecnico di Milano. This selection thrives to awaken future architect’s sensibility, to encourage them to rediscover the quality of the ink and of the hand’s perception as an essential tool to translate ideas onto paper.
The latter collection provided twenty-four pieces: various series/paradigms and a miscellany of coloured drawings. These pieces are exhibited at the Triennale di Milano and will subsequently be shown at the Casa dell’Architettura in Rome.