Fotografare il tempo

Pordenone - 21/12/2011 : 25/01/2012

I ventiquattro protagonisti della mostra, nomi della fotografia di ricerca, d'arte, reportage, studio accademico, documentazione storica, industriale ed urbanistica, editoria e pubblicita', hanno prestato la loro ispirazione al tema del Tempo.

Informazioni

  • Luogo: TEATRO COMUNALE GIUSEPPE VERDI
  • Indirizzo: Viale Franco Martelli - Pordenone - Friuli-Venezia Giulia
  • Quando: dal 21/12/2011 - al 25/01/2012
  • Vernissage: 21/12/2011 ore 18.30
  • Generi: fotografia, collettiva
  • Orari: visitabile negli orari di apertura del Teatro
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

Si rinnova per il terzo anno l'appuntamento con la mostra collettiva del gruppo di fotografi del Friuli Venezia Giulia impegnati in un dinamico cenacolo artistico che riunisce in felice sinergia molte tra le più note personalità di questo settore delle arti contemporanee. Il debutto del nuovo progetto espositivo, che chiude la trilogia dedicata proprio ai “fondamentali” della fotografia (scatto, luce, tempo), è al foyer del Teatro Verdi di Pordenone con la mostra “FOTOGRAFARE IL TEMPO”, che dalla vernice di mercoledì 21 dicembre alle 18.30 sarà quindi visitabile durante gli orari di apertura del Teatro fino al 25 gennaio 2012



Valentina Brunello, Monika Bulaj, Guido Cecere, Walter Criscuoli, Massimo Crivellari, Sergio Culot, Ulderica Da Pozzo, Maurizio Frullani, Cesare Genuzio, Fabio Giacuzzo, Arnaldo Grundner, Daniele Indrigo, Lorella Klun, Roberto Kusterle, Luca Laureati, Pierpaolo Mittica, Mauro Paviotti, Adriano Perini, Fabio Rinaldi, Giancarlo Rupolo, Sergio Scabar, Mario Sillani Djerrahian, Enzo Tedeschi, Stefano Tubaro: sono loro i ventiquattro protagonisti della mostra, tra i migliori nomi della fotografia di ricerca, d'arte, reportage, studio accademico, documentazione storica, industriale ed urbanistica, editoria e pubblicità che hanno prestato la loro ispirazione al tema del Tempo.

Eppure non c'è, tra questi autori, nessun “laudator temporis acti”, come diceva il poeta latino Orazio molti secoli fa. Non c'è rimpianto o dolore per il passato, non c'e “tempo” per la nostalgia di ciò che è stato. Anche se compaiono delle immagini dove il succedersi delle generazioni, di un “prima” e di un “dopo” ha ispirato gli autori (Kusterle, Criscuoli), questo è più un tempo della memoria, del guardare indietro solo nella prospettiva di ciò che è qui ora e di ciò che verrà: i volti dei bambini diventano o si confondono con quelli degli adulti e dei vecchi, nel ciclo continuo della vita e del mondo di fuori.

Poi c'è un tempo della natura, fatto di silenzi e di pause: la lumaca (Brunello), la neve e il disfacimento (Crivellari), la trasparenza dell'acqua (Culot), ma anche la luce immobile che suggerisce forse un caldo pomeriggio d'estate (Da Pozzo), come quel “meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d'orto […] andando nel sole che abbaglia” di un altro poeta che amava riflettere senza veli sulla vita e i suoi attimi fuggenti (Eugenio Montale).

E c'è un tempo della fantasia, come quello di improbabili picchi montani (Sillani) o del gioco di finti luna-park di provincia (Tedeschi), dell'eterno femminino (Klun), dell' “umano, troppo umano” (Cecere), del gusto per il “coup de théâtre” (Frullani), che non a caso chiude la sequenza, interrogandoci su cosa può esserci “oltre” questa strana visione che forse non legge il passato, ma ciò che deve ancora venire, muta sibilla di ciò che sarà, voltata l'ultima pagina.

Interessante è poi l'accostamento delle immagini scelto per il prezioso calendario, che come sempre accompagna l'esposizione: cominciando dalle cose semplici e ovvie, come la neve a febbraio o le date al loro posto (il maggio di Perini, il novembre di Grundner), la composizione ha seguito a volte delle impressioni emotive, altre un ragionamento basato su armonie o dissonanze. E allora il volto scomposto e quasi “cubista” di un povero-Cristo qualsiasi (Laureati) ha trovato posto con i “Misteri” della Semana Santa, mentre lo squarcio di un silenzio che urla da Chernobyl (Mittica) è andato a scolpire il suo buio anniversario. Però al giardino, i sassi e i fiori di Perini fa da contraltare un altro giardino con sassi e fiori assai meno effimero, ma altrettanto segno dell'umana caducità dell'uomo (Tubaro), mentre all'idea di una natura che si risveglia a primavera (Brunello) si accompagna quella della tensione “necessaria” verso l'ultima stagione dell'umana esistenza (Paviotti). La metà dell'anno (giugno) è sottolineata da dualismi evidenti, l'alfa e l'omega di Rupolo e l'esatta metà dell'uomo (corpo e anima, scheletro e carne, cuore e ragione, scienza e arte... e l'esercizio potrebbe continuare all'infinito…) di Rinaldi. Mentre novembre porta in grembo la ricorrenza dei morti (Grundner) e la speranza dei vivi, ovvero la tenacia e il coraggio delle donne, culla di vita, forti di attese e dolori (Bulaj).

L'autunno è invece il periodo dell'operosità, dell'ingegno e del “tempo ritrovato”: le arti (la musica di Indrigo), l'arguta riflessione (la macchina per scrivere di Genuzio), il presente ciclico delle relazioni quotidiane (Giacuzzo), scatti tra i quali spunta però, ombra tra le ombre, l'inesorabile scorrere della sabbia nella clessidra (Scabar), che nessuna scienza o umana “enciclopedica” conoscenza potrà mai fermare né rallentare.

E però la clessidra si può capovolgere, e tutto può ricominciare. “Volta la carta” cantava De Andrè, e c'è “il fante di cuori”, oppure una “sposa che canta vittoria / chiama i ricordi col loro nome / volta la carta e finisce in gloria”.