Form Matters Matter Forms

Brescia - 20/05/2016 : 09/09/2016

Le opere, tutte site-specific, sono tutte incentrate attorno ad uno dei temi essenziali e sempre attuali della riflessione estetica e artistica classica e contemporanea: il rapporto tra forma e materia.

Informazioni

Comunicato stampa

Form Matters, Matter Forms

Ann Iren Buan, Marte Eknæs, Ane Graff, Tiril Hasselknippe, Johanne Hestvold
Ane Mette Hol, Marianne Hurum, Toril Johannessen


“Di ogni cosa si può parlare in quanto ha una forma, e non per il suo aspetto materiale in quanto tale” (Aristotele, Metafisica VII, 1035a)

APALAZZOGALLERY è lieta di invitare otto artiste norvegesi a produrre lavori site-specific pensati e prodotti per gli spazi del palazzo, e incentrati attorno ad uno dei temi essenziali e sempre attuali della riflessione estetica e artistica classica e contemporanea: il rapporto tra forma e materia



Quali sono i modi in cui si può materializzare una forma? Come incide la forma sulla materia? Come incide la materia sulla forma?

Alle otto artiste sono affidate otto possibili risposte ad alcune delle domande fondamentali per l’arte in generale, ma ancor più per l’arte contemporanea: ne emergono otto strade parallele in cui la materia si fa forma e la forma si svela nella materia; otto diverse indagini sulle possibilità e sui modi in cui una forma può concretizzarsi in una materia, e in cui la materia può trascendere se stessa in una forma.
La pluralità di modi in cui può essere letto il titolo della mostra allude alla molteplicità dei sensi e dei significati in cui i concetti di materia e di forma possono entrare in relazione tra loro, una relazione che è, nell’arte, ad un tempo unità necessaria e contrasto dialettico.

Le indagini delle otto artiste sui rapporti tra forma e materia e sulle loro dinamiche si intrecciano con lo spazio fortemente connotato del palazzo secentesco, che aggiunge così lo stimolo di una riflessione sulla dinamica fra antico e contemporaneo.

---

Nelle sculture di Ann Iren Buan (1984, nata a Stjørdal, vive e lavora a Oslo) la grandiosità della forma fa da contrappunto alla delicatezza della materia. Anche per la nuova scultura in mostra, come sempre nella sua pratica, il lavoro dell’artista prende avvio dal disegno, ed in particolare dallo studio sulla materialità del disegno.
Il suo lavoro, di ispirazione post minimalista, si compie nella relazione tra l’opera, il corpo e lo spazio.
I lavori di Buan sono spesso parzialmente riutilizzati in contesti espositivi differenti per creare nuove forme e trasformarsi, con continuità tematica, in nuove opere.


Le opere di Marte Eknæs (1978, nata a Elverun, vive e lavora a Berlin) accolgono il visitatore già dall’esterno con un lavoro della serie Better furnished, more fortunate. L’artista lavora spesso con assemblaggi di elementi presi in prestito dal tessuto urbano quotidiano. Il sapore minimalista delle sculture è il risultato della concettualizzazione di tutti gli elementi della rappresentazione.
Ricollocando e riadattando materiali progettati per un uso determinato l’artista crea nuovi sistemi e nuove strategie lasciando lo spettatore in bilico in una dimensione sospesa. La funzione originaria degli oggetti è sovvertita, e la ricerca formale svela il carattere ideologico degli oggetti caricandone la forma di contenuto.
Gli impercettibili slittamenti di significato oltrepassano il confine tra pubblico e privato, e svelano le stratificazioni e la problematizzazione dei concetti modernisti di forma, di materiale e di spazio urbano.
In mostra l’artista presenta una scultura del 2012, Conflation Situation, un nuovo lavoro a muro della serie Perpendicular Pictures ed uno a pavimento della sua serie più recente, Angel Pubes.


Nei lavori più recenti di Ane Graff (1974, nata a Bodø, vive e lavora tra Amsterdam e Oslo) l’osservazione scientifica della forma naturale apre la strada alla ricerca delle tracce della memoria nella materia. L’indagine sulla natura della materia è condotta attraverso una serie di processi di cambiamento, di divenire, di mutamento, di interazione e di trasformazione, che imprimono nella materia le forme di una memoria che è ad un tempo permanenza e divenire.
A partire da un percorso prima analitico, poi figurativo, l’astrazione emerge in un processo in cui la materia sessa si modifica. Le opere su tessuto sono dipinte e trattate in motivi che in parte svaniscono, lasciando però tracce nel modificarsi del tessuto stesso.
Il lavoro di Ane Graff si identifica con le parole di Karen Barad: “Matter is substance in its iterative, interactive becoming, not a thing, but a doing, a congealing of agency. It is morphologically active, responsive, generative, articulate and alive.”
In mostra l’artista presenta due nuovi lavori su tessuto.


Il lavoro di Tiril Hasselknippe (1984, nata a Arendal, vive e lavora tra Copenhagen e Oslo) è incentrato attorno al tema della possibilità. Le cose avrebbero potuto essere diverse, la forma che esse hanno assunto è soltanto una delle loro forme possibili, ed è determinata dall’arbitrio dell’artista. Nei lavori in mostra è indagata l’inconsistenza, la disgregazione, il rifugio possibile, e l’impossibile durata: l’artista mette in discussione l’atto del fare con un lavoro sfuggente e poetico, ad un tempo materiale e immateriale, classico e contemporaneo.
In mostra l’artista presenta cinque sculture in resina della serie Tub sospese dal soffitto da 8 metri di altezza e fluttuanti nello spazio.


I lavori di Johanne Hestvold (1988, nata a Bergen, vive e lavora tra Parigi e Oslo) nascono da un’idea di distorsione semantica. L’artista lavora in situazioni dove l’oggetto si carica di un nuovo valore simbolico o dove il significato non è lineare. Riferendosi storicamente al minimalismo, Hestvold esplora come il concetto di essenza possa essere capovolto nel momento in cui l’oggetto, la scultura diviene non-essenza.
La non linearità, la non-essenza ci guida fuori dal significato convenzionale e dalla conoscenza della presenza di un oggetto. Le sculture diventano intersezioni entro reti di contenuto che derivano da materiali, forme e simboli. L’artista presenta in mostra una serie di nuovi lavori che proseguono l’indagine su materiali e oggetti mondani.


Ane Mette Hol (1979, nata a Bodø, vive e lavora a Oslo) indaga la relazione tra l’originale e la sua riproduzione attraverso il disegno.
Per questa mostra sono state selezionate tre opere in cui la tecnica analitica e illusoria del disegno interagisce con suono, video e scultura.
L’installazione sonora The Concept of Clouds (That Will Never Exist) consiste in un disegno digitale della pioggia in cui il suono di una goccia è moltiplicato, secondo una formula matematica ricorsiva, fino a diventare pioggia battente. Il suono attiva nello spettatore un’inaspettata esperienza sensoriale, e si rende quasi tangibile. Il ritmo incalzante e crescente dà una forma non più solo concettuale al suono: le gocce cadono creando l’immagine della pioggia su una grande tela invisibile.
Nella proiezione 16 mm For a Length of Time #2 l’artista indaga il rapporto tra spazio, tempo e misura attraverso il disegno su pellicola trasparente di un metro da sarta proiettato a muro centimetro dopo centimetro, lavorando sulla materializzazione del tempo.
In Untitled (Drawing for floor #9), attraverso l’utilizzo di materiali, come gesso, pastelli, matite colorate, penne, colla e carta, l’artista riproduce, in una sorta di trompe-l’oeil scultoreo, un rotolo di carta lungo 6 metri.







Nei lavori di Marianne Hurum (1978, nata a Oslo, vive e lavora a Oslo) la forma corrisponde al gesto: il dipinto esce dal confine della tela e si espande nell’architettura dello spazio che lo ospita.
L’artista lavora con colore e composizione e con la pittura come atteggiamento e come spazio dove il contemporaneo si manifesta attraverso forma e colore.
Riprendendo il titolo del saggio di Rosalind Krauss, Sculpture in the Expanded Field (1979), il lavoro di Hurum può essere descritto come “painting in the expanded field”. L’attenzione primaria dell’artista si rivolge a colore, forma e composizione, e si accompagna ad una sperimentazione sui confini della pittura, nella sua interazione con lo spazio in cui prende forma.
In mostra l’artista presenta una serie di sei lavori pittorici.


L’opera di Toril Johannessen (1978, di Harstad, vive e lavora a Bergen) interseca provocatoriamente diversi ambiti delle scienze accademiche, dall'economia, alla fisica, alla geologia, alle neuroscienze fino all’ottica. In mostra sono presentate una serie di grafiche, dalla serie Words and Years, basate sulla ricerca in varie riviste e pubblicazioni accademiche. Studiando ogni numero dalle rivista, dal primo al più recente, l'artista seleziona parole che appaiono a prima vista estranee all’ambito di ciascuna ricerca scientifica, evidenziandone e mappandone la frequenza di utilizzo.
Nelle opere in mostra lo stesso linguaggio apparentemente asettico della rappresentazione grafico-matematica, entra in cortocircuito con i concetti indagati, e viene forzato a trascendere se stesso dando forma ad una serie di provocanti slittamenti, sbilanciamenti e cortocircuiti concettuali.