Federico Brook / Massimo Siragusa

Roma - 12/04/2018 : 05/05/2018

Due mostre che dialogano sui concetti di spazio e di materia. Ricerche Spaziali (1962-1982) comprende opere scultoree, fotografie e bozzetti dell’artista argentino Federico Brook. Con Il Cretto Grande viene presentata una serie di fotografie di Massimo Siragusa che ritraggono l’opera di Burri a Gibellina.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA DEL CEMBALO
  • Indirizzo: Largo della Fontanella di Borghese, 19 00186 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 12/04/2018 - al 05/05/2018
  • Vernissage: 12/04/2018
  • Autori: Massimo Siragusa, Federico Brook
  • Generi: fotografia, arte contemporanea, doppia personale
  • Orari: dal mercoledì al venerdì, dalle 15.30 alle 19.00 sabato, dalle 11.00 alle 19.00 oppure su appuntamento

Comunicato stampa

Ricerche Spaziali 1962-1982
Opere di Federico Brook

Il Cretto Grande
Fotografie di Massimo Siragusa



La Galleria del Cembalo propone, dal 12 aprile al 5 maggio 2018, due mostre che dialogano sui concetti di spazio e di materia. Ricerche Spaziali (1962-1982) comprende opere scultoree, fotografie e bozzetti dell’artista argentino Federico Brook. Con Il Cretto Grande viene presentata una serie di fotografie di Massimo Siragusa che ritraggono l’opera di Burri a Gibellina

La forza della materia che emerge dalle immagini del cretto e la sua natura di immane scultura alla memoria da un lato, la ricerca delle forme in movimento tra lucentezza del metallo e movimento dall’altro: uno scambio di vedute tra due discipline e tra due generazioni.



Ricerche Spaziali 1962-1982
Opere di Federico Brook

Trasferitosi da Buenos Aires in Italia nel 1956, Federico Brook dopo aver ultimato gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma sotto la guida di Pericle Fazzini e Alessandro Monteleone, ha intrapreso una ricerca sul movimento dei corpi celesti che risentiva dell’indagine spazialista di Lucio Fontana, punto di riferimento per la generazione di artisti argentini nata negli anni Trenta.

La mostra alla Galleria del Cembalo ripercorre il percorso svolto da Brook nell’arco di un ventennio sulle infinite variazioni del movimento dei volumi e della luce nello spazio. Per questo la sua opera, puntando a forme geometriche solide, si è sempre inserita felicemente nell’architettura e nei più ampi contesti urbani. “Di uno spazio che gira, fino e trasparente” che stupisce l’osservatore “con il rumore muto delle sue sfere” recitava Rafael Alberti in una poesia dedicata all’opera di Brook nel 1973.

In mostra si parte con una grande opera in pietra e ferro, presentata alla Biennale di Venezia del 1962, per giungere a una serie di sculture realizzate in perspex e polimetacrilato, in cui forme geometriche in acciaio ruotano all’interno di superfici trasparenti e luminose, simboli di un infinito ricorrente.

La luce è l’elemento dominante, che permette a questi meccanismi spaziali di proiettarsi in senso modulare nell’ambiente circostante. E le leggi della fisica che sovrintendono tali meccanismi coniugano il lavoro dell’uomo con la natura.

Attraverso la selezione delle opere proposta si vuole ripercorrere uno dei periodi più fecondi dell’arte contemporanea, nel quale la ricerca del movimento era sia reale sia virtuale, espressione di forme, come di luce, che si concretizzano nella materia.


Infine il motivo della nuvola, divenuto costante in Brook, segna nei materiali antitetici alla sua sostanza eterea quali acciaio e bronzo, un significativo contrappunto alle regole matematiche che governano lo spazio. La nuvola quale metafora del tempo mutevole e fuggevole che con le sue superfici riflettenti ripropone, in una miriade di varianti, frammenti dello spazio circostante. Un’azione continua che assorbe anche l’immagine dello stesso osservatore nella materia scultorea.

“Se affermiamo che una nuvola è una nuvola, e una nuvola è una nuvola, secondo il noto esorcismo letterario, ecco che già alla terza ripetizione la nuvola è qualcosa d’altro, diventa metafora di se stessa, portando con sé brandelli di inconscio”, concludeva Luigi Malerba in un suo scritto dedicato allo scultore.



Il Cretto Grande
Fotografie di Massimo Siragusa

A 50 anni dal terremoto del Belice, Massimo Siragusa, fotografo siciliano, non ha saputo resistere al richiamo di un angolo tanto affascinante della sua terra. È andato a fotografare il Cretto di Burri, che prese il posto della città di Gibellina, rasa al suolo dal sisma. Con l’intervento dell’artista le macerie del centro abitato della cittadina originale furono cementificate e trasformate nell’opera di land-art più grande del mondo. A partire dai primi anni Settanta Burri aveva realizzato cretti di dimensioni ridotte: si trattava di superfici che ricordano le fessurazioni delle terre argillose, quando la siccità raggiunge il suo apice. A Gibellina ne realizzò uno gigante, come un enorme sudario.

«Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea. […] Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento. Ecco fatto!» (Alberto Burri, 1995)

Al posto delle strade di Gibellina, il fotografo trova i solchi riprodotti a loro memoria, con le superfici chiare così materiche sotto i raggi del sole, che ben si lasciano accarezzare dal suo obiettivo e sono certamente congeniali alla sua tecnica, in grado di eliminare ogni ombra superflua e di celebrare la luce.

L’approccio è quello di un viaggiatore, di un uomo in cammino che ascolta il proprio respiro: ne troviamo l’emozione nel racconto dell’esperienza che ne fa lui stesso, un viaggio attraverso la materia, magia, il dolore, il tempo.

Ecco cosa scrive Massimo del suo arrivo sul luogo: “il Cretto di Burri appare di colpo, appena dopo una curva. E’ una visione impressionante, surreale. Un lenzuolo adagiato sul verde della collina. Burri ha trasformato la tragedia in opera d’arte”. E ancora: “il Cretto è un esercizio di cristallizzazione della memoria e del dolore. Ne è scaturita un’orma, come un sudario sulle macerie di quel piccolo borgo. Il Cretto è pura magia” e in quella magia il fotografo si ferma ad ascoltare il vento tra le pieghe della materia. Per lui, quel luogo è “labirinto, architettura, monumento, sogno”.

Il Cretto ruvido e poroso, esposto alle intemperie, mostra i segni dell’età, ha perso il suo candore e lascia che le crepe si aggiungano alla rugosità e le piante crescano dove il cemento si è spaccato leggermente. “Il Cretto è tempo. Un tempo congelato ma anche subìto. Gli anni hanno creato delle ferite nella materia.” Anche su questo aspetto di materia quasi vivente Massimo Siragusa sembra posare uno sguardo partecipe, pieno di emozione, che vuole toccare e immergersi in quelle forme, per tornare a ricordare.