Eva Hide – Amanita

Corato - 18/05/2013 : 23/06/2013

In mostra due opere edite ed una installazione inedita site-specific sviluppano lungo il percorso un idillio in bianco. Kandiskij in polemica contro gli impressionisti che definivano il bianco un “non-colore”, un colore assente in natura, definisce il bianco come “il suono di un silenzio che, improvvisamente, riusciamo a comprendere”.

Informazioni

Comunicato stampa


[..]E’ un mondo così alto, rispetto a noi, che non ne avvertiamo il suono
Sentiamo solo un immenso silenzio, che tradotto in immagine fisica,
ci appare come un muro freddo, invalicabile, indistruttibile, infinito.

Per questo il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto. […]

“Lo spirituale nell’ arte”. V. V. Kandiskij


La CoArt gallery è lieta di proseguire la sua programmazione per l’anno 2013 con “Amanita” di Eva Hide.
In mostra due opere edite ed una installazione inedita site-specific sviluppano lungo il percorso un idillio in bianco


Kandiskij in polemica contro gli impressionisti che definivano il bianco un “non-colore”, un colore assente in natura, definisce il bianco come “il suono di un silenzio che, improvvisamente, riusciamo a comprendere”
Leonardo Mascogiuri e Mario Suglia riproducono quel silenzio, impercettibile, che si traduce in un rito di passaggio secondo il classico schema di ogni iniziazione: morte e rinascita.
La morte precede la vita e ogni nascita è una ri-nascita. Per questo il bianco è primitivamente il colore della morte e del lutto.
Seguendo l’atto di rinascita, dalla putrefazione, dalle sostanze macerate tra muffa e foglie morte da substrati la nascita dell’amanita.
Un ovolo malefico prende forma dal candore del bianco custodito nello scrigno della consapevolezza di una rinascita che segue un lutto.
Amanita “sfrutta” la morte per generare vita.

Alexander Larrarte



Amanita

C’è nel bianco nitido, essenziale, marmoreo e puro, una luce autentica, un’implicita bellezza sensoriale,
un’involontaria attitudine al silenzio, legata alla ricerca di una certa perfezione formale e intimistica.
Il bianco è l’assenza dei colori, ma è simultaneamente l’unità che li contiene tutti. Si avvolgono intorno
ad esso le rappresentazioni immateriali e prive di peso, rimandandole ad uno spazio delicato, saldo ma
mutevole.
Sospese su volumi accartocciati e illusori, le certezze e le verità sembrano precipitare turbinosamente e si
fermano a mezz’aria, nel timore di crollare e frantumarsi, di staccarsi o scivolare, di finire nel disordine del
bianco sgualcito.
L’innocenza svanisce, l’ingenuità si pietrifica. Diventa roccia dura esangue, senza vita. I corpi, delicati e
giocosi, si irrigidiscono e si rinnovano, concependo nuove forme di esistenza, figure fiabesche della sfera
incantata, di un bosco magico, misterioso.
Meraviglia, stupore e sorpresa anticipano l’immediato turbamento di coscienza, ovattato da una
sensazione psicoattiva che dà conforto, ma tradisce, stimolando gli organi di senso più celati, dove la
gestualità diventa inconscia e primordiale.
Muore l’essenza del tempo, si spegne nel candore dell’animo e rinasce. Si estende spontaneamente e con
durezza mostra il carattere insidioso della coesistenza tra la bellezza autentica e l’implicito significato di
crudeltà.
L’osservazione artistica si confronta sempre con i suoi limiti e si spinge oltre. La morte simbolica è
funzionale alla crescita e trova nella conoscenza la direzione continua del mistero delle proprie radici
raggiungendo un dialogo serrato dove la fiaba ne è la lingua segreta, perché risponde a paure tanto
ancestrali quanto istintive.
C’è nel bianco un lutto nascosto, riconducibile al pallore di un sentimento, di un tormento velato. E si svela
nel carattere più amaro, che ferisce, disturba e lacera.

Manuela Clemente