Essere e Tempo

Informazioni Evento

Luogo
GALLERIA BKV FINE ART
Via Fontana, 16, 20122 Milano, MI, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

Dal lunedì al venerdì, ore 10.00 – 13.00 e 14.00 – 18.30
Sabato su appuntamento

Vernissage
25/02/2026

ore 18.30

Artisti
Linda Carrara, Vincenzo Agnetti, Vincenzo Schillaci, Fabio Roncato, Sophie Ko
Curatori
Marco Meneguzzo, Gaspare Luigi Marcone
Generi
arte contemporanea, personale, collettiva

Doppio progetto espositivo Essere e Tempo, che affronta due temi centrali della storia dell’arte: il ritratto al centro della prima mostra Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto, e il paesaggio fulcro della seconda mostra Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni.

Comunicato stampa

BKV Fine Art presenta il doppio progetto espositivo Essere e Tempo, che intreccia due temi centrali della storia dell’arte: il ritratto e il paesaggio. Se il Ritratto come Essere nel Tempo è il centro della prima mostra Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto, il Paesaggio lo è per Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni, la seconda mostra allestita nella sala BKV².
Il tema di entrambe le mostre trae liberamente ispirazione dal pensiero di Martin Heidegger (Messkirch, 1889 - Friburgo, 1976), in particolare dalla sua opera Essere e Tempo - Sein Und Zeit del 1927, nella quale il filosofo tedesco afferma che l’essere umano è tempo vissuto, è un’esistenza tesa tra passato, futuro e presente, ma mai completamente presente a sé. Questo pensiero ricorre anche nelle opere di Vincenzo Agnetti (Milano, 1926 - Milano, 1981), che invitano il visitatore a porsi domande radicali: cos’è un volto? L’immagine ci ritrae o ci tradisce? È forse la parola e non l’immagine a sfiorare la verità di chi siamo? Mentre il Tempo che scorre nei paesaggi è da intendersi come luogo di esperienza esistenziale. Così attraverso l’incontro tra immagine e parola, tra passato e concettualismo contemporaneo, le due mostre si configurano come un’esperienza poetica e di riflessione: non siamo nel tempo, siamo tempo nello spazio.
Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto, a cura di Marco Meneguzzo, realizzata in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti nel centenario della nascita dell’artista e corredata da un catalogo con testi di Marco Meneguzzo e Alida Priori pubblicato da Dario Cimorelli Editore, indaga il ruolo del ritratto e della parola nell’opera di una delle figure più radicali dell’arte concettuale italiana, attraverso l’esposizione di 15 celebri e iconici feltri (Ritratti).
Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni, a cura di Gaspare Luigi Marcone, propone, invece, un viaggio attraverso la trasformazione e la metamorfosi del paesaggio tra il Seicento e la contemporaneità, dal pittore fiammingo Jan Brueghel il Giovane fino a giungere ai giorni nostri con quattro artisti che inserendosi in questa secolare tradizione hanno elaborato linguaggi e concetti innovativi: Linda Carrara, Sophie Ko, Fabio Roncato e Vincenzo Schillaci.
Due mostre autonome ma complementari, due percorsi distinti che invitano a ripensare il modo in cui guardiamo - e abitiamo - il Tempo tra parola, immagine e memoria. In questo duplice sguardo il pubblico si confronta con il volto che si sottrae e il paesaggio che muta ponendosi di fronte ad un’unica verità: l’immagine non è mai soltanto ciò che vediamo, ma ciò che il tempo fa emergere, trattenere o disperdere.
Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto, si concentra sul significato che l’artista ha attribuito al ritratto - attraverso i suoi feltri - con cui giunge alla costruzione dell’identità del soggetto senza raffigurarlo ma raccontandolo e descrivendolo con le parole, legando il soggetto alla percezione del tempo, in un accostamento ardito con alcuni ritratti di grandi maestri dei secoli dal XVI dal XIX secolo.
Il percorso espositivo si apre con il Ritratto di Dio (1970 - 71) proveniente dalla prestigiosa collezione di Gianni Malabarba, con cui Agnetti - immortalato nell’iconica fotografia di Ugo Mulas proprio accanto a quest’opera - stravolge la tradizione classica dell’iconografia sacra rappresentando il Divino non figurativamente ma testualmente, descrivendo il suo essere nel tempo: Io sono l’alfa e l’omega il primo l’ultimo il principio e la fine di tutto quanto. Con quest’opera l’artista segna una svolta rivoluzionaria nell’arte degli anni Settanta, rappresentando ciò che tradizionalmente è invisibile come visibile, realizzando un ritratto che non da forma a un volto, ma che interroga la presenza, o l’assenza, del Divino, in relazione al tempo e alla sua percezione. Con questa azione il ritratto non è più forma figurativa, ma diviene pensiero concettuale. Laddove la ritrattistica classica cerca di fissare l’identità in un’immagine eterna, Agnetti mette in discussione ogni certezza sul tempo e sull’ “io” attraverso il linguaggio scritto.
L’arte concettuale di Vincenzo Agnetti è messa a confronto con ritratti antichi non sul piano formale ma su quello filosofico, riflettendo sul tema del tempo come esperienza dell’identità. Da un lato i ritratti antichi: volti solenni, posture iconiche, immagini che tentano di fermare il tempo e affermare un’identità eterna, resistente alla morte. Dall’altro la rivoluzione formale e iconografica di Agnetti: volti non rappresentati, ma nominati o citati attraverso l’uso della parola opere che usano la parola che sostituisce l’immagine per sovvertire ogni certezza sull’“io” e sul tempo, che risulta sospeso.
All’interno del percorso espositivo il Ritratto del Generale da Mar Vincenzo Cappello (1545 ca.) di Jacopo Robusti detto “il Tintoretto” (Venezia, 1518 - Venezia, 1594) si accosta al Ritratto di condottiero (1971) in cui l’immagine è completamente assente e sostituita dalla parola. Il ritratto non mostra più ma nomina, trasformando l’identità in un concetto instabile, affidato al linguaggio e alla memoria dello spettatore. Un San Giacomo Maggiore (1630 ca.) di Giovanni Battista Carlone (Genova, 1603 - Genova, 1683/84 ca.) fronteggia l’opera di Agnetti Paesaggio - Testimonianza (1971) proveniente dalla Collezione di Carla Pellegrini della Galleria Milano. Alla figura del santo, garante di una verità trascendente e riconoscibile, Agnetti oppone un’opera che dissolve la centralità del soggetto, spostando l’attenzione dal volto al concetto di traccia e di testimonianza: non più presenza, ma residuo del tempo. E ancora i Giocatori di carte con Buona Ventura (1630 ca.) di Bartolomeo Mendozzi da Leonessa (1600 ca. - post 1644) con il Ritratto di giocatore (1970), La Contessa De Rasty coricata (1880 ca.) di Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931) con il Ritratto di amata (1971), l’ Autoritratto (1603 ca.) di Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 - Milano, 1625) con il Ritratto d’artista (1970).
Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni, presenta invece le opere e le pratiche artistiche di Linda Carrara (Bergamo, 1984), Sophie Ko (Tblisi, 1981), Fabio Roncato (Rimini, 1982) e Vincenzo Schillaci (Palermo, 1984), artisti della stessa generazione che da anni riflettono sui temi del paesaggio, della natura e dell’ontologia dell’opera d’arte, messi in relazione con l’Allegoria del fuoco (secondo quarto del XVII secolo; Collezione Privata, Milano), di Jan Brueghel il Giovane (Anversa, 1601 - Anversa, 1678).
Questa collettiva si sviluppa per exempla, come un distillato di pochi e selezionati lavori che meglio esprimono le ricerche degli artisti negli ultimi anni. La natura e il paesaggio sono “momenti dialettici” che oltre ad aprire riflessioni sulla contemporaneità umana sono principi universali del fare artistico: le metamorfosi temporali delle polveri di Sophie Ko, che evocano cieli stellati o galassie in divenire, i frammenti pittorici, epidermici, di Linda Carrara, che superano la semplice mimesi naturalistica, le fusioni dello scorrere dei fiumi di Fabio Roncato come calchi tridimensionali del tempo e i simulacri in bronzo, quali eclissi, dei dipinti polimaterici di Vincenzo Schillaci.
Il capolavoro seicentesco l’Allegoria del fuoco di Jan Brueghel il Giovane offre un esempio caro agli artisti in mostra, che hanno sviluppato nei loro percorsi e nella loro prassi operativa riflessioni storico-critiche sui grandi maestri e pensatori del passato. Il lavoro di Jan Brueghel il Giovane è pertinente anche per il soggetto mitologico, rievocato dalle Metamorfosi di Ovidio (Sulmona, 43 a.C. – Tomi, 17 d.C.), amato e dipinto in più versioni, dove il dio Vulcano (Efesto per i Greci), divinità artifex, è impegnato con i suoi strumenti nella realizzazione di lavori metallici sotto lo sguardo di Venere (Afrodite), Dea dell’amore e sua compagna infedele. Un paesaggio naturale e artigianale, quasi alchemico o protoindustriale, un “laboratorio” con schiere di fabbri e collaboratori, che ben esemplifica il gusto o lo “spirito del tempo” seicentesco; un soggetto molto apprezzato all’epoca che ha tra i suoi precedenti illustri l’ Allegoria del fuoco (1608 - 1610 circa) di Jan Brueghel il Vecchio (Bruxelles, 1568 – Anversa, 1625), commissionato dal cardinale Federico Borromeo e che oggi possiamo ammirare alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Energie della natura, metamorfosi, rigenerazione, il Tempo come concetto-oggetto del lavoro e una tensione tra creazione e distruzione sono alcune delle idee primarie alla base delle ricerche degli artisti in mostra.
Le due mostre rivelano una verità tanto semplice quanto vertiginosa: siamo creature del Tempo. In questo incontro tra volto e orizzonte, tra parola e materia, tra ciò che scompare e ciò che si trasforma. Ogni ritratto, che sia scritto e inciso nel feltro o affidato alla pennellata del passato, è un tentativo di trattenere ciò che scivola via; ogni paesaggio, che sia dipinto, fuso, sedimentato o evocato, è la traccia di un mondo in perenne mutazione. Vincenzo Agnetti interroga il volto fino a dissolverlo nella parola, mentre i quattro artisti contemporanei scavano nel paesaggio per restituirne la sostanza fragile, le metamorfosi, le ferite e la luce. Eppure, ciò che emerge da questi due percorsi non è una distanza, ma una sorprendente continuità: l’opera d’arte come luogo in cui il tempo prende forma, si condensa, si fa presenza sensibile.
BKV Fine Art
Nata alla fine del 2023 dall’incontro di Paolo Bonacina, Edoardo Koelliker e Massimo Vecchia e specializzata in dipinti di antichi maestri e artisti italiani e internazionali del XX secolo, la galleria si trova a Milano, a due passi dalla Rotonda della Besana, in uno storico palazzo cittadino d’inizio Novecento. Tre piani signorili avvolti da boiserie e velluti alle pareti, dedicati tanto ai cultori dell’arte antica quanto a quelli dell’arte moderna. Nel maggio 2025 la galleria ha inaugurato una nuova sala pensata per ospitare progetti speciali inediti: mostre di artisti meno noti al grande pubblico, installazioni site-specific, focus tematici e accostamenti trasversali tra le arti, anche di diverse epoche.