Essenze Barocche

Genova - 15/02/2012 : 27/05/2012

Si intende proporre al pubblico il dialogo, con interessanti rimandi e suggestive contaminazioni, tra le opere barocche appartenenti alle collezioni della Galleria e le tele realizzate dal pittore Alessandro Fergola, la cui presentazione negli ambienti storici del palazzo rende evidente i contatti esistenti tra le opere seicentesche presenti nelle sale, con particolare riferimento alle testimonianze figurative di Grechetto, Domenico Piola e Gregorio De Ferrari, e il complesso e profondo linguaggio pittorico del maestro contemporaneo.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA NAZIONALE DI PALAZZO SPINOLA
  • Indirizzo: Piazza Di Pellicceria 1 - Genova - Liguria
  • Quando: dal 15/02/2012 - al 27/05/2012
  • Vernissage: 15/02/2012 ore 17.30
  • Curatori: Farida Simonetti
  • Generi: arte antica, arte contemporanea, collettiva
  • Orari: 8.30-19.30 (martedì-sabato); 13.30-19.30 (festivi). Chiuso: lunedì, 1° maggio
  • Biglietti: intero € 4,00; ridotto (18-25 anni) € 2,00; gratuito minori di 18 e maggiori di 65 anni Biglietto cumulativo Palazzo Spinola e Palazzo Reale: intero € 6,50; ridotto (18-25 anni) € 3,25

Comunicato stampa

La Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, in stretta collaborazione con la Galleria d’Arte Moderna di Genova, desidera proseguire l’importante percorso di dialogo con le arti contemporanee inaugurato nel 2009 con l’evento espositivo “Spinola Contemporanea”, scegliendo di inserire tre opere di Alessandro Fergola (Genova, 1942) - una delle quali oggi conservata nelle raccolte pubbliche della Galleria d’Arte Moderna di Genova - nelle sale espositive del secondo piano nobile della dimora nobiliare


In questo modo si intende proporre al pubblico il dialogo, con interessanti rimandi e suggestive contaminazioni, tra le opere barocche appartenenti alle collezioni della Galleria e le tele realizzate dal pittore Alessandro Fergola, la cui presentazione negli ambienti storici del palazzo rende evidente i contatti esistenti tra le opere seicentesche presenti nelle sale, con particolare riferimento alle testimonianze figurative di Grechetto, Domenico Piola e Gregorio De Ferrari, e il complesso e profondo linguaggio pittorico del maestro contemporaneo.
Come puntualmente individuato da Maria Flora Giubilei, il maestro genovese rivela infatti “una ricerca rigorosa, metodica, puntigliosa” che lo “conduce a perlustrare esperienze dell’arte più o meno antica, tra le esuberanze cromatiche di un barocco opulento e sanguigno e il calore della tavolozza dei romantici internazionali. L’indagine non conosce respiro e pausa, scandaglia neri assoluti e voragini incommensurabili, scardina, annulla ogni figurazione precostituita, ogni elemento oggettuale per ricercare e trovare, in un gioco stringente e raffinato di luci improvvise e di colori accesi, ai limiti di una purezza cromatica alchemica, l’essenza di un’arte antica, la sua sinopia primigenia. Elementi di suggestione ectoplasmica, magneticamente evocati alla vista - “veri e immaginati a un tempo” per dirla con le parole ottocentesche di Domenico Morelli - affiorano dalle tenebre compatte di un abisso primordiale della coscienza segno dopo segno, pennellata dopo pennellata: a condurre la partita sulla tela, di notevoli dimensioni e, non di rado, tonda, c’è pur sempre una mano di architetto, dichiaratamente attratto dalla “conoscenza esatta”, dal “costruire”.
Secondo la studiosa, Alessandro Fergola si configura dunque come “architetto-artista, collezionista d’arte, appassionato di musica e di letteratura, che nella pittura riesce a restituire la pienezza armoniosa e lieve di un’esperienza sinestetica complessa ricreando, in un’unica visione fantasmagorica e quasi eroica, strutturalmente robusta e magistralmente svolta, movimenti, fruscii, sensazioni tattili e sollecitazioni cromatiche”.

Opere esposte

Nel salone del secondo piano nobile:
Alessandro Fergola (Genova 1942), Entropia, olio su tela, cm 180 x 280, Genova, Galleria d’Arte Moderna (n. Inv. GAM 2459).

Nel salotto Galeotti
Alessandro Fergola (Genova 1942), Tondo I-2011 senza titolo, olio su tela, diametro cm 180, Genova, Archivio dell’artista.

Nella salotto Franceschini
Alessandro Fergola (Genova 1942), Sacro e Profano, olio su tela, cm 160 x 100, Genova, Archivio dell’artista.

In occasione della mostra
in collaborazione con GOG Giovane Orchestra Genovese
grazie a Banca d’Italia

Barocco & Contemporaneo
Musica di fronte ai dipinti di Alessandro Fergola

a cura di Pietro Borgonovo

La commistione tra il contesto storico degli ambienti della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola e le espressioni dell’arte contemporanea sarà sottolineato attraverso la collaborazione con la Giovine Orchestra Genovese (GOG), la quale, con il progetto “Barocco Contemporaneo”, nato proprio dall’osservazione delle opere di Alessandro Fergola, organizzerà presso il museo tre incontri dedicati all’ascolto di musiche barocche abbinate a composizioni moderne, eventi che saranno illustrati nella conferenza stampa di
venerdì 24 febbraio 2012 alle ore 11
presso Palazzo Spinola di Pellicceria

L’iniziativa sarà presentata dal Direttore Regionale dei Beni Culturali, arch. Maurizio Galletti, dal Soprintendente Franco Boggero, da Maria Flora Giubilei, da Farida Simonetti e, in particolare, da Nicola Costa e Pietro Borgonovo. Sarà presente Alessandro Fergola.

La presenza dei dipinti di Alessandro Fergola a Palazzo Spinola è occasione per la pubblicazione, a cura della Sagep Editori di Genova, di un inquadramento critico dell’opera di Alessandro Fergola redatto da Maria Flora Giubilei e introdotto da Farida Simonetti, di cui di seguito si allegano i testi:


Farida Simonetti
ESSENZE BAROCCHE
Nel 2009, in occasione del cinquantenario dell’apertura al pubblico di Palazzo Spinola come Galleria Nazionale, per la prima volta la storica dimora ha accolto nelle proprie sale le opere di un gruppo di artisti contemporanei che avevano accettato di trarre ispirazione da quegli ambienti in un dialogo aperto e fertile tra la sensibilità del mondo di oggi e l’arte barocca.
La ricchezza di stimoli suggeriti da quell’esperienza, capace di offrire anche agli storici dell’arte antica spunti per una nuova, inedita, lettura delle opere, ha abbattuto l’esclusione dell’arte contemporanea dal palazzo creando il desiderio di successive stimolanti presenze.
Con questo intento, quindi, si è con convinzione accolta la proposta di Maria Flora Giubilei, direttore della Galleria d’Arte Moderna di Genova Nervi, di accostare al movimento e alle cromie barocche delle opere di Palazzo Spinola i vortici cromatici dei dipinti di Alessandro Fergola come nuova efficace occasione di riflessione sulle più o meno inconsce permanenze dei linguaggi dell’antico nel nostro presente.

Maria Flora Giubilei
X+Y=ESSENZE BAROCCHE
Architetto genovese classe 1942 e collezionista d'arte, con un curriculum internazionale e, alle spalle, avi napoletani paesaggisti e matematici - i Salvatore, i Francesco e i Nicola vissuti tra Sette e Ottocento -, Alessandro Fergola, curioso “senza pregiudizi” - come scrive - dei “nostri patrimoni di musica, poesia, pittura, scultura, architettura, tecnologie, strumentazioni, artigianato”, sin da un’infanzia guidata dal padre avvocato e pittore, dedica al disegno e all’olio energie e tempi significativi.
Formatosi tra il liceo classico di Parma, il Politecnico di Torino, le Facoltà di Architettura di Genova e di Firenze, ha avuto docenti sul fronte del razionalismo architettonico, professionisti della forza di Leonardo Ricci, Leonardo Savioli ed Edoardo Detti.
Interessato dai progetti di Denys Lasdun, James Stirling e Norman Foster a Londra, dove giunse appena laureato nel 1969, Fergola avviò il suo studio di architetto dopo aver conseguito il titolo accademico inglese. Una professione che in breve lo condusse fin negli Emirati Arabi, a costruire residenze universitarie, abitazioni e molto altro, e, meditatamente, lo riportò a Genova, dopo dieci anni di lontananza dall’Italia.
Diciottenne, iniziò a perlustrare le potenzialità della pittura a olio: di allora rimane una piccola tela astratta, densa di suggestioni informali, materia acerba e congestionata di emozioni sovrapposte. Affioramenti e accenti che tornano, nel 1969, negli schizzi con le architetture di Venezia e di Toledo, visioni prospettiche di respiro, a tratti persino in odore di Piranesi, pervase da un fraseggiare interiore, un’evocativa punteggiatura immaginaria che corrode paramenti e strutture portanti. Sono formicolanti vibrazioni di piccoli segni, una grafia quasi depisisiana, minuta e spezzata, che invade i prospetti, li sferza, li drammatizza, li ripassa, li rende evidenti mentre li sgretola, li didascalizza in modo criptato con l'urgenza poetica di una pulsione sentimentale.
Da quei saldi impianti architettonici intaccati da emozioni fluisce la rigorosa, metodica ricerca di Fergola per travasarsi nelle tele e nei fogli d’oggi, scanditi millimetro dopo millimetro nella costruzione di macro forme astratte, costruite con scienza. Scanditi alla stregua dei rintocchi della pendola che sta nella biblioteca-studio, gigantesco metronomo che ricorda la sua passione per un’arte matematica come la musica, per Bach, per Verdi (il Don Carlos), per Cage e Jarrett: mentre Euclide, Galilei, Newton stanno sul comodino con

opere scelte, pronti a garantire certezza dei fondamenti all'architetto pittore, lui che, a dispetto di impositive volontà famigliari, avrebbe voluto proprio dedicarsi solo allo studio della matematica.
Vuote e ordinatissime le stanze del suo luminoso ed elegante studio con bovindo; in un’atmosfera di linda semplicità, vi si accampano tele, strumenti e arredi tecnici, cavalletti, ovvero speciali macchine coi contrappesi, progettate per meglio orientare e movimentare le tele, spesso di notevoli dimensioni. Al servizio del pittore, dunque, la competenza e la disciplinata organizzazione dell’architetto che realizza anche due piccoli mobili: un raffinato espositore di tubi di colore ordinati per dimensioni e cromie, e spremuti con rara precisione; e un carrello multi-spazio su ruote, decorato coi colori della pulitura dei pennelli, ideato per riporre materiali assortiti e le tavolozze telate, piccoli rettangoli su cui l’artista intona gli accordi cromatici di ogni dipinto, amalgamandoli in stesure tonali omogenee con sfumati sussulti di creatività. Ineludibile atto con cui egli risolve la casualità delle pennellate sulla tavolozza, la governa e la riconduce, con armonia e rigore, al progetto della sua arte. Un’arte, quella di Fergola, che intende giungere a una “rappresentazione del mondo che non è copia ma organizzazione e costruzione di un nuovo punto di vista”, a voler citare le parole di un testo cui l’artista tiene molto anche per la sintonia d’idee (B. Baruscotto Fergola, La teatralità dal senso alla rappresentazione, Milano 1997, p. 27).
L’indagine del pittore non conosce pausa nel perseguire un obiettivo così complesso: ne sono testimoni i tre dipinti oggi allestiti nelle sale di Palazzo Spinola con cavalletti, tavolozze, strumenti di lavoro per offrirsi alla suggestione di una felice contaminazione tra età antica e contemporaneità.
La contaminazione con l’arte magnifica del Grechetto, di Domenico Piola, di Marcantonio Franceschini e di Sebastiano Galeotti, che vi si conserva, è stringente: stimolanti i rimandi tra i succhi originali variamente barocchi e rococò di capiscuola del passato e le essenze arte-fatte di Fergola; tra la perfezione accademica delle composizioni sei-settecentesche e la sigla del pittore contemporaneo che vuole scardinare i limiti tradizionali della figurazione per giungere a un archetipo espressivo primigenio, astratto e per questo assoluto.
Entropia è il vorticoso pendant di Entalpia (Municipalità de la Ville de Genève), due tele grandiose preparate per il parigino Salon de Comparaison del 1995, cui Fergola partecipò sollecitato dal pittore Riccardo Licata, conosciuto a Parigi tra gli amici italiani di Bianca Baruscotto, compagna del pittore e maître de conferences alla Sorbonne. L’irreversibilità dei fenomeni naturali, il disordine della materia e i processi termodinamici che la riguardano, codificati in leggi e funzioni matematiche: è quanto l’artista vi legge con la teatralità scenografica di un linguaggio alto e antico, ritmato nel movimento e nella giustapposizione dei colori, inteso a evocare origini di universi remoti. La genesi della materia, la duplice natura dell’uomo, la sua fine ultima tornano nei due dipinti realizzati da Fergola nel 2010, il tondo Dalle Sacre Scritture e la tela rettangolare Sacro e profano, con
una presa molto ravvicinata - privi del distacco di “sicurezza” e delle pennellate frante di Entropia - e macro-porzioni di corpi e panneggi. Forme compatte, superfici levigate, colori smaltati e squillanti si lasciano scoprire in ambigue visioni di tono apocalittico, incubi infernali, senza promessa di paradisi: Adami che fuggono dal peccato, veli di madonne in lutto, velli d’oro di agnelli, carni di immaginari torsi avvolti in panni. Immagini evocate in un turbine elicoidale che pare originare nel centro del tondo diviso a metà, o, quinta dopo


quinta, nel rigore alla Mondrian della scatola teatrale che le tiene.
Con rara umiltà e fermezza intellettuale, nelle sue tele l’artista si confronta con la disciplina del mondo classico, coi “colpi incandescenti di luce” e le luminose evaporazioni dell’ultimo Tiziano, con la potenza dell'anatomia michelangiolesca e le esuberanze cromatiche di un barocco opulento e sanguigno. Più borrominiano che berniniano, per l’esito metamorfico delle sue composizioni; caravaggesco nella scelta dei fondi scuri e dei drammatici tagli di luce; cortoniano nella sontuosità dei panneggi, restituiti col calore cromatico dei romantici internazionali, Delacroix davanti a tutti, come suggerisce il titolo di un dipinto che Fergola gli dedica negli anni Ottanta .
Titoli che nascono - lo ricorda lui stesso - al termine di ogni opera, in qualche raro caso ispirata a precisi lavori come quell’Annunciazione di Beccafumi che, apprezzata alla mostra di Siena nel 1990, lo sollecitò a dipingere il distillato cromatico e formale che ne aveva intimamente trattenuto.
Il suo è un lavoro di metodo rigoroso: scardina, annulla ogni figurazione precostituita, ogni elemento oggettuale, scandaglia neri assoluti e voragini incommensurabili. Ricerca, in un gioco stringente e raffinato di luci improvvise e di colori alchemici, l’essenza di un’arte antica, la sua sinopia primigenia, il suo ductus originale e giunge all’alba primordiale del barocco.
Elementi di suggestione ectoplasmica affiorano dalle tenebre compatte di un abisso arcaico della coscienza pennellata dopo pennellata: a condurre la partita sulle tele c’è pur sempre una mano di architetto, dichiaratamente attratto dalla “conoscenza esatta”, dal “costruire”, che, per progetto, lascia filtrare il concentrato di un magma variopinto stivato negli anfratti profondi della mente.
Riesce così a restituire la pienezza armoniosa e lieve di un’esperienza sinestetica complessa ricreando, in un’unica eroica visione ben strutturata, movimenti, fruscii, sensazioni tattili e sollecitazioni cromatiche che si legano agli spazi ch’egli abita, vestiti dalle sue tele e da qualche rara scultura, quei nastri di piombo che, mossi come i panneggi dipinti, trattengono fugaci morbidezze alla Moore, artista prediletto da Fergola insieme a Burri e agli esponenti della Scuola romana. Coi dipinti d’Otto e Novecento e le alte librerie convivono gli arredi da lui disegnati: un lineare portaombrelli che, separandoli, li ordina; reggilibri di metallo che trattengono i volumi mentre li contengono; “classificatori” di gusto Sezession per piccolissimi quadri d’epoca; rotonde seggioline di ferro, interpretazioni eleganti della storica cifra hoffmanniana.
Un sofisticato e discreto sistema di specchi, occultati con sapienza a sguardi di ospiti distratti, inseriti nelle boiserie, in strategici angoli di corridoi, nelle specchiature delle porte, avvolge tutti gli spazi della dimora di Fergola, anche quelli più nascosti, pronto a offrire una poliedrica visione che perfeziona, senza soluzione di continuità, il progetto sinestetico. Grazie agli specchi, alla loro rinnovatrice ambiguità ludica, l’architetto pittore crea nuovi codici spaziali, e, mentre controlla le superfici con gli specchi, pirandellianamente le moltiplica riflettendole.
Tempi, spazi, sensi legati dunque insieme nel progetto d’arte, governati dalla mente creativa e ordinatrice di Fergola che estende l’idea alla sua “casa della vita”. La globalizzazione sinestetica che tutto pervade e sorveglia, garantendo alla mente certezza di pieno dominio emotivo, è infine compiuta.