Delfino | Ghiotti | Schmersal | Schön

Rivara - 30/10/2016 : 27/11/2016

il Castello di Rivara - Museo d'Arte Contemporanea presenterà le mostre personali di: Bepi Ghiotti Materia prima, Alessio Delfino Tarots, Peter Schmersal Tränende Herzen, Andreas Schön Friend.

Informazioni

Comunicato stampa

ALESSIO DELFINO

TAROTS
30.10 - 27.11.2016


Opening domenica 30 ottobre 2016
ore 10-13 | 14-18


Giocare a carte è cosa che si addice a tutti, pratica che muove con successo gli animi. Consuetudine che consolida o distrugge rapporti sociali e svela i caratteri della commedia umana. E’ territorio eletto di apprendimento dell’astuzia e dell’esercizio della memoria fin dalla più tenera età.
Interrogare le carte, al contrario, non attiene al giocatore in cerca di svago ma è faccenda seria, destinata a quel particolare artigiano che aspiri ad affacciarsi alle soglie del percorso iniziatico

Si gioca a carte per passare il tempo e si gioca a carte per invitare il tempo a non passare.
Un cenno biografico. Quando Alessio Delfino scopre i Tarocchi è poco più che adolescente. Attratto dalla vetrina di un negozio singolare, acquista un volume con le illustrazioni dei trionfi, le carte marsigliesi che corrispondono sostanzialmente agli odierni arcani maggiori. Da quel momento impara a coltivare un rapporto con questi personaggi, un dialogo nella vita e nella fotografia, divenendone tra l’altro un esperto riconosciuto e spesso invitato a tenere conferenze sull’argomento. Perché Tarots? Delfino frequenta Parigi con assiduità, è sposato con una donna francese ed osserva serafico il continente dall’alto della sua doppia nazionalità.
Sebbene, come spiega egli stesso, l’origine di queste figure si possa individuare in Medio Oriente, e abbia avuto dei passaggi fondamentali attraverso il Nord Africa (pista egizia) e la Kabbalah ebraica (22 arcani come le lettere dell’alfabeto e il probabile etimo torah), egli sente e tratta i Tarocchi come francesi, perché è in Francia che le maggiori personalità di questa disciplina si confrontano in modo vivo e stimolante.
Le grandi stampe dei lavori di Delfino destano meraviglia per la scelta dei materiali, delle modelle, delle pose, mentre le messe in scena tendono in qualche modo ad essere tradizionali. Il tutto non viene oscurato dalla tecnica fotografica che è espressione sapiente e che aggiunge una testimonianza circa gli slanci e le tensioni del mezzo tout-court, specchio di generazioni di fotografi e dei loro feticci, dei loro abbandoni. Ama costruire personalmente i suoi set, infonderli di una luce neoclassica e di un approccio pittorico volti a restituire un certo alone di irrealtà. In questo contesto la svelatura dei corpi è una porta diretta sul femminile. La connessione ad un universo circolare che smaschera tutta l’inadeguatezza della linea retta. Un’esortazione a recuperare i favori della circolarità e dell’unione con lo Spirito. L’artista è il Bagatto, prima carta dei tarocchi, il novizio, il mago, il fanciullo della sapienza che accoglie l’iniziazione come carico necessario per appartenere al mondo segreto degli adulti. La capacità di far sbocciare la pillola di futuro che gli alberga dentro è sapienza o divinazione? L’esperienza può essere considerata divinatoria solo in veste di paradosso. E cioè quando si stabilisce l’accettazione dell’arbitrarietà come elemento duttile di conoscenza del Sé. L’esposizione alle figure, che si dotano di senso proprio nello stesso istante in cui si presentano, sono frutto di casualità così impenetrabili da parere talvolta mosse da qualcosa d’altro. In realtà in ogni esistenza coabitano tutte le esistenze possibili, come applicazioni silenti, come falchi, come furetti, come sliding doors momentaneamente incagliate da cui osservare il dentro e il fuori di ogni scena, di ogni scelta. Una scommessa importante che non può fallire. Una schedina del totocalcio segnata esclusivamente di triple. Ecco come la divinazione e l’esperienza sapienziale si ritrovano ad un punto comune. Il velo illusorio sfilato con un’eleganza da copertina, che lascia il seno scoperto alle metamorfosi del possibile. Mete formali a cui tendere, il sapere che passa attraverso il corpo che cambia continuamente.

Fabio Vito Lacertosa


ANDREAS SCHÖN
FRIEND
30.10 - 27.11.2016


Opening domenica 30 ottobre 2016
ore 10-13 | 14-18





Andreas Schön è uno degli artisti più significativi della stagione post concettuale che a partire dalla metà degli anni 80 ha visto il ritorno alla pittura come mezzo principale di espressione.
Vive e lavora a Düsseldorf ma nasce nel1955 a Kassel. Si forma all'Accademia di Belle Arti di Münster e poi alla Dusseldorf Art Academy con Gerhard Richter, di cui in seguito diventa assistente fino al 1987, quando inizia ad esporre le sue opere.
Fin dai suoi esordi la sua pittura è apparsa come una scelta al limite del rivoluzionario in un periodo dominato da un sentimento selvaggio e iconoclasta. Una maestria tecnica sorprendente senza alcun compiacimento, radicalmente centrata sul risultato mentale, su quello che l'immagine è capace di creare, alla ricerca di un rapporto profondo con lo spettatore che non è mai soggetto passivo, ma parte in causa di un processo che tende a rimettere in circolo significati provenienti da mondi e tempi lontani.
Le opere esposte in questa mostra, provenienti da cicli realizzati dagli anni 80 ad oggi, documentano diverse fasi del suo lavoro, una visione di insieme su un'esperienza segnata dal desiderio di dipingere per capire il mondo, penetrare la superfice della attualità per riconneterla con la storia, ogni opera di Andreas Schön è una porzione di mondo scelta e messa in scena secondo un percorso puramente mentale. L'immagine ha sempre una solida struttura classica, ma il punto di vista, i temi, gli accostamenti di colore, non sono affatto classici, rappresentano bene il contrasto straniante di un'epoca dove tutto è con-fuso, fluido.
È grande pittura ma non si tratta di un lavoro rivolto al passato, non c'è nessun compiacimento in queste opere, nessuna nostalgia. Per memoria qui si intende la questione dell'origine, il colpo d'occhio improvviso che lega mondi e tempi lontanissimi con il nostro punto di vista attuale.
Sono opere che intrecciano diversi motivi in una singola immagine, che e' sempre astratta, letteralmente "tirata fuori" dal serbatoio della memoria. Una composizione che parte dai principi classici per poi allontanarsi in diverse direzioni, in una combinazione di sfumature sottili, secondo una idea sublime della pittura.
Ogni immagine e' parte di un grande racconto sulla condition humaine, senza finzione, senza alcuna consolazione. una sorta di archivio dell'umanità che Andreas Schön riproduce il più oggettivamente possibile, secondo i canoni della grande pittura fatta di composizione, ritmo, colore. Una scelta consapevole, il massimo dell'artficio che ritorna esperienza fisica, visiva prima di tutto, un'opera concettuale che vuole però essere vista dal punto di vista del rettile, pura percezione, nessun compiacimento sensuale, senza aderire mai ad un unico punto di vista privilegiato. Queste opere sono immagini in cui nuotare senza limiti fisici o temporali, secondo un’idea di esperienza autentica dello stare al mondo.
In un epoca dominata da immagini filtrate attraverso le risorse della comunicazione l'arte di Andreas Schön indica una strada diversa, legata ad una esperienza individuale, personale. Il suo è il punto di vista di chi è consapevole dello smarrimento contemporaneo ma non si sente perduto, non alla deriva. Tecnicamente la sua pittura è oggettiva, non fotografica. L'immagine è sempre il risultato di un confronto tra soggetto e oggetto, quindi il contesto, le proporzioni, il ritmo.
Un'idea di composizione corale dove è possibile rintracciare il senso della sua musicalità classica, non nello stile che è assolutamente contemporaneo ma nel punto di vista, nelle scelte di fondo.
I paesaggi ad esempio, sono grandi visioni, grandi porzioni di spazio, orizzonti lontani. Ma non si tratta di paesaggi convenzionali, qui lo sguardo sul mondo è una vera e propria composizione, tutta giocata su un sottile equilibrio di luce, sulla vibrazione complessiva. Il cuore del quadro emerge lentamente, non è mai pura seduzione, semplice gioco elegante, ma sempre rimando a qualcos'altro, spesso invisibile, dimenticato.
Le vedute siciliane intitolate “Paternò” sono sguardi profondi, si respira il vento che racconta di miti secolari, si vede lontano, si affonda lo sguardo nel mito del paesaggio, la frontiera lontana dove ancora comincia l'ignoto. Ma la luce è trasfigurata, il ritmo è naturale, ma i colori sono contemporanei, elettrificati. In queste opere non si tratta di rappresentare quello che si vede, ma esattamente l'opposto, di rendere percepibile quel che non si vede, quello che è nascosto, sotto gli occhi ma invisibile. Ogni paesaggio, ogni immagine, secolo dopo secolo, significato dopo significato, è sempre il risultato di una stratificazione inestricabile. È questo il miracolo della pittura, la meraviglia di un linguaggio convenzionale capace di ricreare l'eco di una esperienza originaria, l'equilibrio segreto della visione, il ritmo stesso del reale.
Un altrettanto mirabile esempio di originale equilibrio tra classicità e contemporaneità sono i ritratti di cose, quella che si potrebbe chiamare pittura da camera. Gruppi di cose che fanno riferimento alla tradizione della natura morta, e singoli ritratti che si possono considerare a pieno titolo nel filone della ritrattistica rinascimentale. Qui l'immagine è un set dove le cose compongono una scena, recitano una parte, spesso inaspettata, si compongono tra loro. Ma non sono cose scelte per una immediata significanza, i pupazzi non sono più giocattoli, i topi non sono più animali, la carne non è più solo alimento. Sono cose che pensano ma in maniera poetica, portano un messaggio laterale, indiretto, ci appaiono inquadrate in un attimo perfetto, ferme, in attesa di essere svelate, disponibili ad un racconto.
Come nel ciclo di opere “Tribuni”, esposto per la prima volta nel 1995 nella galleria torinese di Franz Paludetto. Qui gli agnelli di peluche con le orecchie a parrucca si collegavano imprevedibilmente con una idea della rivoluzione francese. Semplici agnellini di peluche ritratti come eroi e martiri della rivoluzione, con coccarde bianche, rosse e blu. Ma l'agnello non e' solo l'immagine graziosa e paradossale di un momento storico, la sua innocenza diventa insolenza quando ci si accorge che queste opere vivono all'incrocio di molti significati, l'agnello di peluche e' anche immagine dell'agnus dei, dell'ecclesia triumphans, nell'amorevole cura con cui sono dipinti assumono una forte carica simbolica capace di ribaltare una immagine familiare in un potente simbolo senza tempo.
Lo stesso ribaltamento di una immagine apparentemente familiare in una sofisticata architettura astratta lo ritroviamo nella recente serie di lavori “Speck”, dove inquadrature ravvicinate di tagli di carne, tutte giocate su toni di rosso e di bianco, sono il vicino talmente vicino che ritorna ad essere lontano, come mai visto prima.
Speck è una indicazione culturale, il segno di una appartenenza, il muscolo che diventa alimento, alla maniera tedesca, ma di fronte queste immagini ci troviamo trascinati in un'altra dimensione, come accade quando pronunciamo una parola molte volte, il senso scompare lasciando percepibile il suono nudo, come mai sentito prima. Così la familiare trama della carne incisa nella pittura diventa altro, una potente astrazione, eco di altre immagini, sempre parte di una narrazione concettuale, mai completamente astratta. Nell'impostazione di questi quadri si ritrovano alcune delle dinamiche dei quadri precedenti, uno schema visivo ricorrente che evoca segni primordiali, stilizzazioni, eleganti ricami, persino paesaggi.
Nel lavoro di Andreas Schön quindi troviamo una autentica devozione alla pittura come disciplina che è esperienza di vita, una scelta al limite anche politica, di contrapposizione ai valori veloci e superficiali dell'arte Pop globale. Una esperienza individuale di affinamento costante senza facili soluzioni, come una pratica marziale, dove per progredire è necessario praticare con il cuore pulito, la mente sgombra, e mettere in gioco tutto il proprio talento senza scorciatoie.
Nella sua concezione del lavoro l'opera è il risultato di una padronanza, essere capaci di mettere al mondo un opera simile significa semplicemente essere, avere una dimensione, un'anima, essere tramite necessario di una visione nuova e antica allo stesso tempo.




Oreste Casalini

BEPI GHIOTTI

MATERIA PRIMA
30.10 - 27.11.2016

Opening domenica 30 ottobre 2016
ore 10-13 | 14-18


Materia prima potrebbe essere letta come uno degli esiti possibili del lavoro realizzato da Bepi Ghiotti sullo spazio neobarocco del Castello di Rivara. Soltanto uno degli esiti possibili determinato, ragionevolmente, dalla scelta di porre un limite temporale a questa strenua ricerca. Ma c’è un momento precedente, all’inizio del processo di intervento dell’artista sul luogo, nel quale il tempo è già entrato in gioco, prepotentemente, come materia prima. Lo sguardo allenato da fotografo di Bepi ne riconosce l’imponenza, manifestata dalle tracce di vita e di arte sedimentate negli anni negli spazi del Castello. Il suo lavoro, quindi, si concentra sul tentativo di far riemergere quel luogo nella sua essenza, come spolverando via, uno dopo l’altro, tutti gli strati della storia recente.
Ambiente dopo ambiente, parete dopo parete, Ghiotti studia le geometrie, ne ascolta il respiro; come un chimico in un laboratorio antico cattura la luce che, filtrando dalle finestre nelle diverse ore del giorno, cambia la visione di quelle architetture e restituisce, attraverso la sua installazione, un’esperienza essenziale del luogo. Le stanze della Villa Neobarocca, come organismi vivi, fanno emergere gli elementi primari della propria fisiologia: nel pulsare asincrono degli scatti dei due proiettori di pura luce, installati nell’ingresso, lungo le vibrazioni elettromagnetiche catturate con gesti antichi nelle cianotipie, negli scorci di volti e paesaggi soltanto immaginati attraverso i graffi di luce, strappati al nero del buio, dell’oblio.
Con un intervento che è quasi un’operazione di archeologia del luogo, intriso di suggestioni antropologiche e di tecniche desuete, Bepi Ghiotti svela al visitatore il cuore, lo accompagna alla “sorgente“ dell’identità di quegli ambienti ottocenteschi, recuperata attraverso la propria esperienza ostinata del Castello e di tutti i suoi fisici ed eterei abitanti. E camminando attraverso quei luoghi, tra quegli oggetti rivelatori di essenza, si ha la chiara sensazione di trovarsi dentro ad un processo in pieno divenire, profondamente interconnesso alla relazione faticosamente conquistata dall’artista con il Castello di Rivara, giorno dopo giorno, nella solitudine roboante di quelle grandi stanze vuote.
Diletta Benedetto

PETER SCHMERSAL
Tränende Herzen
30.10 - 27.11.2016


Opening domenica 30 ottobre 2016
ore 10-13 | 14-18




Mi fido dei miei istinti, della mia esperienza, del momento inatteso e della ricorrenza.
Accolgo la contraddizione come occasione per fare le scelte giuste, perché creare un bel dipinto va al di là di ogni regola e strategia. Ho deciso di abbandonare i concetti in quanto essi non risolvono le problematiche della mia pittura: fondamentali sono l’osservazione e l’atto di dipingere. Mi fido della mia coscienza. (Peter Schmersal)

Paesaggi, fiori, nature morte, nudi, ritratti. Il motivo cruciale dell’interesse di Peter Schmersal per il figurativo è la fascinazione visiva esercitata dagli oggetti, filtrata nell’appropriazione ed elaborazione di capisaldi della storia dell’arte: attraverso Van Gogh, Kokoschka, Bacon, Freund, Auerbach - che hanno testato essi stessi l’importanza delle opere storiche - l’artista tedesco guarda a Velázquez, Zurbarán, Goya, Caravaggio, Cranach. Con approccio sofisticato e gesto veemente, crea però qualcosa di interamente nuovo e inatteso che discute la mutevole posizione della pittura e parla, al contempo, di un mondo quotidiano che, tramite il suo punto di vista, appare sensuale e multiforme.

La pittura diventa deposito temporaneo, fugace momento in un processo di trasformazione. Il modello, colto non come forma della realtà, ma come concetto ideale, è depersonalizzato, sommariamente registrato. L’artista dipinge direttamente di fronte ad esso, affinché la pratiche dell’osservazione e della realizzazione tendano a coincidere. Attorno al soggetto tutto ruota: nella precarietà di un astratto fluttuare nell’assenza di, si delineano ambienti liquidi di colori puri, coordinate spaziali definite

Dipinti eleganti e lievi, come opere di un poeta classico, di un sensibile compositore; oppure sgraziati e irritanti, quasi frutto di un lunatico vaneggiare; alcuni sembrano adatti a un salotto borghese, altri più ai musei; formalmente raffinati o chiassosi, femministi o maschilisti, pongono domande e sfide di gusto, nessuna risposta.

È una pittura brusca ma fluida, spontanea eppure ordinata, ora a rilievo ora traslucida; mantiene il controllo mentre lo abbandona, si appropria del soggetto mantenendo le distanze. Ma sempre è intrisa di consapevolezza, sovversiva, incisiva.







Peter Schmersal è nato nel 1952 a Wuppertal, Germania. Vive e lavora tra Berlino e Wuppertal. Tra le mostre più significative: dal 1990, numerose personali nelle sedi di Colonia, Milano, Parigi e St. Moritz della galleria Karsten Greve; Angles Gallery, Los Angeles, e Edward Thorp Gallery, New York 1991; Castello di Rivara – Centro d’Arte Contemporanea, 1995, dove ha inoltre partecipato a esposizione collettive nel 1994 e 1996; Galerie Lindig in Paludetto, Norimberga 1999; Galerie Horst Schuler, Düsseldorf 2002 e 2010/11. Ha esposto in musei internazionali come Kunstverein Düsseldorf e Württembergischer Kunstverein Stuttgart nel 1995; Museumsverein Wuppertal, 1994 e 1997; Museum Morsbroich, Leverkusen, 2000; Museum Baden, Solingen, 2002. Le personali più recenti si sono tenute nei musei Jena (Kunstsammlung, 2011) e Remscheid (Galerie der Stadt, 2012-2013).