Delfina Camurati – Cadono illusioni nascono vibrazioni

Torino - 01/10/2015 : 07/11/2015

La mostra rappresenta una panoramica incentrata sulla storia di questa artista che ha donato gran parte della vita sua alla Arte.

Informazioni

Comunicato stampa


catalogo edito dalla Prinp Editoria d'Arte 2.0
Apertura di serata affidata agli "OCABRA meet "Delfina Camurati: "editing live" di Francesca Corso e sperimentazione elettronica audio di Michele Papa, una rilettura delle opere di Delfina Camurati , suggestioni tutte dal vivo.



“Le illusioni cadono una dopo l’altra come le bucce di un frutto, e il frutto è l’esperienza. Ha un sapore amaro; ma ha qualcosa di aspro che fortifica”.
Cosi diceva Gerard de Nerval.

Nessuno può sapere chi è fino a quando non viene sottoposto alla prova più dura: la caduta delle ultime illusioni


Le prime incominciano a cadere, dolorosamente, nel passaggio dall’ infanzia all’adolescenza; alcune altre in quello che va da quest’ultima all’età adulta.Ecco che Delfina parla della sua vita attraverso la sua arte regalandosi e regalandoci variabili punti di lettura.

Perdono le illusioni coloro i quali non hanno saputo eseguire il passaggio dalla fase delle illusioni spontanee, proprie dell’infanzia, alla consapevolezza dell’incanto del mondo, propria di una età adulta che sia veramente degna di questo nome. Infatti, coloro i quali riescono a compiere tale passaggio, possono perdere bensì delle illusioni, ma sentiranno rinascere ogni volta nuove vibrazioni dell’anima, più forti di ogni delusione.

Il lavoro di Delfina Camurati racchiude in sé il percorso di una vita che continua ad indagare.
La ricerca artistica è parte fondamentale del suo essere, e come tale è in continuo movimento, divenendo la terapia d’urto per la sua anima in continuo mutamento.



Il lavoro di Delfina Camurati è in grado, per la sua complessità culturale che non si traduce, però, in ermetismo e si presta ad essere penetrata e compresa dagli spiriti sensibili e recettivi, di simboleggiare la storia artistica italiana degli ultimi quarant’anni, emblematici di un divenire che alterna repentine fughe in avanti a corse a ritroso in un tempo di pari vicino e remoto, ma non solo. La sua poetica, pur presentando indubbie sintonie con movimenti nati a contatto con il genius loci italiano, collocati in un decennio tra i primi anni Settanta ed i primi anni Ottanta, tutti successivi all’ ondata del Concettuale e dell’Arte Povera, ma traenti al tempo stesso ispirazione da questi, è stata in grado di conseguire notevoli consensi in campo internazionale, in virtù di un percorso coerente e riconoscibile, in cui si rinvengono elementi base del linguaggio dell’avanguardia, che fanno di Delfina Camurati un’artista in meditata sintonia con il proprio tempo, ma di pari non facilmente incasellabile in una precisa corrente. La possibilità di creare mondi paralleli ha l’aspirazione di dotare questi di un’anima, plasmandoli con il soffio primordiale della creazione, sostituendosi a Dio come già era intento dell’uomo rinascimentale. L’arte fornisce quindi un importante contributo al dibattito vigente sulla dialettica organico/inorganico e su quella artificio/natura. Ai giorni nostri i termini della questione e gli elementi dialettici sono rinvenibili all’interno di un diffuso tentativo di ricostruire un’identità individuale, sottraendola alla dispersione cui pare destinata dai molteplici effetti dell’innovazione tecnologica, che si manifesta con le apparenze di un Giano bifronte in grado, da un lato, di migliorare la qualità della vita ed aumentare il tempo libero a disposizione, elementi che già Aristotele, in altra epoca, dichiarava necessari all’innalzamento della consapevolezza culturale dell’individuo, dall’altro causa di una riduzione dell’esistenza alle esigenze prioritarie dell’immagine, le uniche in grado di certificare, nel flusso caotico della comunicazione, un attestato di identità. L’iconografia di Delfina Camurati è volutamente inattuale, nei termini della cronaca e della sociologia spicciola, ma al tempo stesso eterna e necessaria, implicita da sempre allo scorrere dell’esistenza. La Camurati parla del “qui ed ora”, ricorrendo a temi mitici ed archetipi, quindi contemporanei, perchè riferiti alla condizione umana in relazione non solo al proprio tempo, ma all’universo naturale che la circonda e che ne determina l’esistenza oppure la fine. L’artista ridefinisce, con le sue opere, una categoria fondamentale per la storia dell’estetica come quella del sublime, riportandolo alla sua originaria etimologia, sia quella di Baumgarten riferita alla sensorialità, che quella di Kant il quale definiva come sublime lo stato d’animo determinato dalla visione di una potenza naturale al culmine della sua manifestazione. Raramente mi è capitato di fruire di un lavoro come quello della Camurati che, pur senza ricorrere ad artifici tecnologici, che in altri casi possono essere assolutamente leciti, è in grado di fare immergere chi lo contempla al suo interno, donandogli l’unicità di un’esperienza coinvolgente e totalizzante. Con lei saltano i tradizionali steccati tra iconico ed aniconico, ed anche il dato dell’installazione, nel suo caso fondamentale, si carica di significati inediti, da un punto di vista sia emotivo che compositivo. Appare evidente come ci si trovi di fronte ad un’artista dotata di una serena consapevolezza interiore, frutto di meditazione e studio, e di una itineranza presso luoghi esemplari del nostro mondo. Consapevolezza interiore in grado di dare forma e vita all’inerte materia, come già sosteneva Plotino. In questa personale alla HulaHoop Gallery di Torino, presso la sede del Museo d’Arte Urbana, saranno installate una serie di opere in grado di testimoniare la coerenza e linearità del suo progetto, dagli esordi, negli anni Settanta, ad oggi. I temi sviluppati da Delfina Camurati ruotano attorno alla ricerca di una possibile verità e dell’equilibrio tra corpo, mente, e natura, con la consapevolezza che il cammino per approdare a quegli obiettivi non sarà mai percorso del tutto, e dovrà sempre riprendere, in un continuo ed inesausto movimento esistenziale, avente un fine preciso, perchè, come sostenevano gli Stoici, non si deve vivere una vita qualunque, ma perseguire, senza tentennamenti, il proprio cammino. Uno dei simboli ricorrenti dell’artista è quello del pendolo, raffigurato icasticamente, o evocato tra le pieghe delle tele e delle installazioni. Il pendolo è efficace metafora di movimento, di un movimento che non raggiunge mai la posizione di quiete, quindi l’inerzia, ma è perennemente in bilico tra un prima ed un dopo, tra la dimensione del passato, di cui è necessario avere consapevolezza, e la spinta ad incamminarsi verso l’incerta e perigliosa visione del futuro, fonte di speranza, ma, talvolta, anche di angoscia e di indecisione. Tutta l’opera della Camurati ruota attorno alla proposta di strutture, segni, oggetti e colori primari ed archetipi. Come l’uso del blu, colore che sottende il rapporto tra cielo e terra, tra materia e dimensione noetica, la tenda vista come eterno rifugio dell’uomo, il muro come stratificazione di storia e di memoria. Ed ancora le esemplari colonne, sinonimo di rigore e rettitudine, le lance striate che mimano il moto curvoidale dell’esistenza irrompendo all’interno della staticità bidimensionale, bidimensione di par suo viva e pulsante, realizzata con una sapiente alternanza di pieni e di vuoti, ed in grado di far gettare uno sguardo nella vertiginosa profondità della materia.
Edoardo Di Mauro Luglio 2015