Deficit / The lack

Firenze - 16/03/2013 : 25/05/2013

Una mostra che mette in dialogo, in un progetto appositamente concepito, le opere di Harun Farocki, David Michalek e il giovanissimo Krzystoz Klusik, che espongono per la prima volta in Italia.

Informazioni

Comunicato stampa

La Galleria Poggiali e Forconi presenta DEFICIT / THE LACK, una mostra che mette in dialogo, in un progetto appositamente concepito, le opere di Harun Farocki, David Michalek e il giovanissimo Krzystoz Klusik, che espongono per la prima volta in Italia.

Il video maker e documentarista tedesco Harun Farocki reduce dal recente successo della mostra Images of War (at a Distance) al Moma di New York (29 giugno 2011-2 gennaio 2012), presenta la video-installazione Deep play, prodotta ed esposta per Documenta 12 a Kassel e, successivamente, presentata al Museo Reina Sofia di Madrid, e il video Nothing Ventured


Deep Play analizza simultaneamente da 12 diverse prospettive la partita finale dei Mondiali di calcio del 2006 Italia-Francia giocata a Berlino (città in cui l’artista vive), vista da un miliardo e mezzo di spettatori nel mondo. Montata su 12 schermi che si compongono del punto di vista dell’artista, delle immagini della FIFA, di sequenze d’animazione in 2D e 3D, ricostruendo così l’evento da più prospettive.
La monumentale video-installazione, ricreata appositamente negli spazi della galleria, traendo spunto da un gioco come il calcio, seguitissimo da milioni di spettatori, fa riflettere su qualcosa che va oltre il mero intrattenimento calcistico, ed esplora l’impatto delle nuove tecnologie dell’immagine sulla coscienza dell’individuo e della società, ovvero il gap tra la tecnologia visiva e la sostanziale perdita di focus e d’attenzione su quello che si sta osservando, metafora della vita che diventa sempre meno vissuta: la partita giocata si perde a favore di quella virtuale, fatta di schemi di gioco, video e moviole, proiezioni animate.
Nothing Ventured narra la storia di un giovane imprenditore a caccia di soldi per finanziare un’idea che egli reputa vincente, simbolo ancora una volta di un deficit, la mancanza di collaborazione che si è creata oggi tra il mondo dell’imprenditoria che detiene il denaro e quello delle idee e della creatività che ne è sprovvisto.

L’americano David Michalek, dopo i successi ottenuti dalle sue recenti esposizioni al Le Laboratoire di Parigi, al Center of Contemporary Art di Torun in Polonia e alla Serpentine Gallery di Londra, presenta tre opere appositamente ripensate per la mostra a Firenze. L’installazione ambientale multimediale Becky, la video installazione Figure Studies (presentata in anteprima nell’agosto dello scorso anno al Festival di Edimburgo) e una versione di quest’opera realizzata utilizzando come supporto media tre I-pad.

Figure Studies, nasce dalla collaborazione fra l’artista con la coreografa Jill Johnson, direttrice di Harvard Dance Program e con Dan Liberman, biologo di Harvard, e utilizza la tecnologia data da un video HD ad alta velocità per catturare immagini-fotografie che diventano veri e propri studi del corpo umano. L’opera è composta da una serie di registrazioni video che riprendono i gesti e i movimenti di diversi soggetti per un piccolissimo intervallo di tempo, soltanto cinque secondi, a frame rate molto elevati, 3000 fotogrammi al secondo, in modo che, riproducendo successivamente il video in tempo reale, i cinque secondi risultino come dieci minuti di movimenti lentissimi che mostrano la fluidità e l’armonia nel corpo colto nell’essenza del movimento.
Protagonisti assoluti sono i corpi: di atleti, di ballerini (come nel famosissimo lavoro di Michalek Slow Dancing) ma anche di persone comuni, che giganteggiano nei video trasmessi da 3 mega schermi (2,60m x 2,10) che li mostrano mentre compiono normali gesti della quotidianità che non sprigionano, come sarebbe naturale, movimento, ma un'estrema lentezza, creando così un gap tra spazio e tempo.
Tutte le persone si muovono nella più completa nudità, omaggio all'uomo nella sua interezza, fatto sia di bellezza estatica che di debolezze e fragilità, senza attenzione alle differenze fra i fisici scultorei e quelli non allenati, L'artista restituisce così all'individuo quella centralità e quella forza che la società attuale, fatta di orpelli e maschere, gli aveva tolto.
Nell’installazione Becky l’artista riprende e rielabora l’opera Becky at the kitchen. Negli spazi della galleria sarà ricreata una stanza della casa di Becky, una giovane donna fuori dagli schemi, conosciuta da Michalek in un caffè di New York. In questo lavoro lo spettatore si avventura in una stanza chiusa, simulazione di un appartamento, simulacro, quasi transfer visivo e materiale della particolare sensibilità emotiva di Becky. La proprietaria della stanza, assente, aleggia sottoforma della sua voce sussurrata che fa della ripetizione ciclica, verbale, orale e scritta, un mantra introspettivo che manda in catalessi gli ascoltatori. L’artista dà vita a una sorta di scambio di sensazioni tra Becky e gli ascoltatori, creando così una particolare empatia che porta al superamento degli schemi prestabiliti sulla normalità.


Il terzo artista è il giovane polacco Krzystoz Klusik: poco più che ventenne, ha esposto ancora studente alla Gallery of Modern Art di Opole nel 2011 ed è reduce dalle sue due prime personali in Polonia, l’ultima recentissima alla Galeria U, di Wrocław.
Klusik utilizza, come media preferito la pittura, dipingendo con grandissima eleganza quello che non tutti sono in grado di vedere: toglie dai quadri dettagli fondamentali, come ad esempio da un’automobile il guidatore e i passeggeri o dipinge come soggetto un paio di scarpe cui manca una persona che l’indossi. Attraverso l’assenza degli oggetti e dei soggetti, l’artista porta quindi lo spettatore in una dimensione di solitudine in cui meditare su ciò che manca nella nostra società, come l’identità del singolo, l’affetto, ma anche gli ideali morali e politici.



Attraverso le opere di questi tre artisti internazionali esponenti di tre generazioni diverse, Harun Farocki nato in Germania nel 1944, David Michalek nato negli Stati Uniti nel 1967 e Krzystoz Klusik nato in Polonia nel 1987, la mostra intende esplorare diverse forme di deficit della nostra società chiusa nel torpore della crisi degli ultimi anni, dove imperversano mancanze di ideali, mancanze sociali e affettive, mancanze economiche e finanziarie, e come questo gap possa essere colmate dall’arte.


Catalogo italiano/inglese edito dalla Galleria Poggiali e Forconi, con testi di Gaia Serena Simionati.