Cranioscopia

Milano - 21/02/2012 : 04/03/2012

E' un progetto curatoriale di Alberto Zanchetta che si propone di indagare la genesi e le derivazioni del libro “Frenologia della vanitas” pubblicato lo scorso aprile dalla casa editrice Johan&Levi. Non quindi una semplice mostra di opere, bensì un approfondimento e un “accanimento terapeutico” che intende sondare la mente dell’autore, o più precisamente: il suo cranio.

Informazioni

Comunicato stampa

«La verità è nuda; ma sotto il nudo c’è lo scorticato». Prestando fede alle parole di Valéry, Alberto Zanchetta ha inteso emanciparsi dalla carne per ridursi a “corpo secco”, ossia all’eso-scheletro sul quale ha costruito il suo libro “Frenologia della vanitas”. Intorno al proprio saggio critico è andato elaborando un progetto che non ha un carattere meramente informativo o espositivo, bensì intende sviscerare l’optima pars dello scheletro, quel teschio che l’ha tenuto impegnato negli ultimi dieci anni della sua vita


Critico d’arte e curatore indipendente, Zanchetta è stato definito un «architetto del linguaggio curatoriale», lui però preferisce essere chiamato un «analogo patologo» (terminologia che ibrida le scienze forensi con il rapsodismo critico) come a voler testimoniare quel modus operandi con cui cercherà di refertare la propria “Frenologia”. Attraverso accostamenti inusuali, connessioni tra contemporaneità e tradizione, così come tra stili ed epoche, l’autore creerà dei tavoli di lavoro – sull’esempio dei tavoli d’obitorio – in cui saranno presentati al pubblico reperti, documenti e oggetti che integreranno l’opera saggistica; tra le varie curiosità troveranno posto una testa frenologica, il volume “Atlas of Bones and Ligaments” di Cathcart & Caird pubblicato a Londra nel 1885, cartoline o radiografie di diversa provenienza, alcune vertebre e frammenti di crani umani. Per la prima volta saranno esposti tutti i diciotto Taccuini tanatologici composti da immagini che Zanchetta ha collezionato, ritagliato e incollato su dei quaderni (realizzati durante la stesura di “Frenologia della vanitas”, ciascun taccuino ha una struttura autonoma e un’identità specifica, quasi fossero una propaggine del saggio critico, ma a differenza di quest’ultimo ogni quaderno è stato pensato come un liber mortuorum cum figures, ovvero senza parole).
Appese a parete o distribuite su dei basamenti ci saranno delle opere d’arte provenienti dalla sua collezione privata, quelle stesse che gli hanno tenuto compagnia durante la lavorazione della “Frenologia”. Incisioni, xilografie e calcografie di artisti del passato (tra cui quelle di Max Klinger, Alphonse Legros, Karl Hänny, Etienne Villequin, Lorenzo Metalli e Tommaso Raggio) si mescoleranno a una selezione di autori ignoti o di artisti contemporanei (Yang Jiechang, Massimo Pulini, Andrea Chiesi, Jean-Pierre Raynaud, Nicola Samorì, Marco Fantini, Frédéric Coché, Beatrice Pasquali, Stefan Lundgren, Maurizio Carriero, Giorgio Rubbio, Juan Carlos Ceci, Vanni Cuoghi, Verter Turroni, Gionata Gesi-Ozmo, Carl Jurisković e altri ancora). Sempre attingendo alla sua collezione, Zanchetta si servirà di alcuni oggetti di design per ricreare una “vanitas contemporanea” sulla falsariga delle nature morte del XVII secolo in cui un teschio era sovente attorniato da vasi, candele e insetti che alludevano alla fugacità dell’esistenza. Nella seconda sala della galleria saranno invece esposte le opere che Luca Coser, Alex Pinna, Tommaso Ottieri, Matteo Pagani e gli Affiliati Peducci/Savini hanno espressamente realizzato per l’occasione.
Mantenendosi in bilico tra la nuda documentazione e una libera [re]invenzione del materiale a sua disposizione, Alberto Zanchetta intende compiere un’indagine necroscopica – quasi una “cranioscopia sul vivente” – che possa mettere in evidenza uno stile di vita, di lavoro e di ricerca non limitabile alla lettura del libro, ma che ne sia semmai un valido complemento.




Alberto Zanchetta, FRENOLOGIA DELLA VANITAS, Johan&Levi, aprile 2011.
Il volume analizza come l’effige del teschio, simbolo massimo della caducità di tutte le cose terrene e del tempo che corrompe la bellezza, abbia modificato la propria simbologia nell’avvicendarsi dei secoli. Il saggio ripercorre la storia delle “teste di morto” con specifici approfondimenti sulla sua grande proliferazione nell’arte di tutto il mondo. Affrontando l’ampia casistica dei generi connessi alla Vanitas e al Memento mori, l’autore ha inteso verificare le metamorfosi (di senso e di forma) subite dall’iconografia macabra nel corso dell’ultimo millennio.