Cesare Ballardini / Giovanni Zaffagnini

Ravenna - 03/12/2016 : 08/01/2017

La mostra di Cesare Ballardini e Giovanni Zaffagnini è la seconda tappa di questo omaggio ai trent'anni di Traversate del Deserto, che consideriamo una delle esperienze più importanti per la fotografia, e per il rapporto tra fotografia e letteratura, non solo a livello locale ma anche nazionale e internazionale.

Informazioni

Comunicato stampa

Cesare Ballardini CITY TOUR
Giovanni Zaffagnini TECLA

a cura di Veronica Lanconelli e Silvia Loddo per Osservatorio Fotografico
progetto grafico di Florencia Rodriguez
allestimento di Felipe Fontecilla

Inaugurazione e incontro con gli autori sabato 3 dicembre, ore 16.00
Palazzo Rasponi, Ravenna
Orari di apertura:
4 dicembre 2016 - 8 gennaio 2017
martedì - domenica
15.00 - 18.00
lunedì 26 dicembre aperto

Una produzione Osservatorio fotografico in collaborazione con Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura.

Grazie a Nicola Baldazzi, Cesare Fabbri e Emilio Macchia per la preziosa collaborazione



In un'intervista di David Campany a Stephen Shore (New York, 1947) per il catalogo della sua recente retrospettiva europea (Stephen Shore, a cura di Marta Dahó, Contrasto, Milano, 2014), il fotografo americano fa un parallelo tra la fotografia in Italia negli anni '80 e quella americana degli anni '60: "Un gruppo di fotografi italiani - scrive - si era battezzato I Figli del Deserto! Proprio così ci sentivamo. Eravamo fratelli in quell'arte misteriosa".

Giovanni Zaffagnini e Cesare Ballardini sono due dei fratelli di quell'arte misteriosa citati da Shore, ideatori e organizzatori, con gli altri figli del deserto (Guido Mazzara, Alfredo Belletti, Vilbres Rabboni, Gigliotti Ottavio) e con Luigi Ghirri e Gianni Celati, di una delle esperienze più significative della storia della fotografia italiana: il progetto Traversate del Deserto (1986), che coinvolse autori come Jean Baudrillard, Max Frisch, Giorgio Agamben, Gerald Bisinger, Gianni Celati e fotografi come Luigi Ghirri, Guido Guidi, Olivo Barbieri e Vittore Fossati.

L'esito di questo progetto sono stati una mostra e un libro recentemente ricordati, in occasione del trentesimo anniversario, da una bella iniziativa del comune di Fusignano, che ha incaricato Zaffagnini di curare, con la collaborazione di Osservatorio Fotografico, una mostra e una nuova pubblicazione, dal titolo Abitare il Deserto, coinvolgendo nove giovani scrittori (Yari Bernasconi, Luigi Filippelli, Maddalena Lotter, Franca Mancinelli, Jacopo Narros, Bernardo Pacini, Jacopo Ramonda, Damiano Sinfonico, Orso Jacopo Tosco) e altrettanti fotografi (Nicola Baldazzi, Davide Baldrati, Marina Caneve, Francesca Gardini, Richard Max Gavrich, Massao Mascaro, Domingo Milella, Mattia Parodi, Xiaoxiao Xu).

La mostra di Cesare Ballardini e Giovanni Zaffagnini è la seconda tappa di questo omaggio ai trent'anni di Traversate del Deserto, che consideriamo una delle esperienze più importanti per la fotografia, e per il rapporto tra fotografia e letteratura, non solo a livello locale ma anche nazionale e internazionale.
Allo stesso tempo è chiaramente un omaggio ai due autori che peraltro, nel progetto del 1986, non presentarono le proprie fotografie, che possiamo finalmente scoprire e ammirare in questa mostra.
CITY TOUR
Le immagini presentate in questo lavoro sulla città sono state realizzate con varie modalità. La sequenza con le persone che camminano è debitrice allo studio di Muybridge Man walking at ordinary speed.
Le foto verticali che ritraggono persone per strada sono state scattate con la macchina appesa al collo, senza guardare nel mirino, confidando nel caso e nella buona sorte per la riuscita della foto. Ispirate ai ritratti realizzati da Walker Evans nella metro.
Altre immagini fanno parte di una serie iniziata e mai continuata di foto scattate dall'autobus e hanno fornito lo spunto per dare il titolo al lavoro.
Le foto rimanenti sono il risultato di alcune camminate nella prima periferia bolognese (Cesare Ballardini, novembre 2016).

TECLA

La serie Tecla di Giovanni Zaffagnini si muove fra il giorno e la notte e, anche grazie al titolo che porta, galleggia in un tempo e in uno spazio indefiniti: Tecla è infatti, in Le città invisibili di Italo Calvino, la città che è sempre in costruzione, la città che misteriosamente ha inizio ma non ha mai fine. A questa città calviniana l’autore fa riferimento, così come ha scelto nel tempo altri riferimenti letterari, collegando altre sue ricerche ad altri scrittori o poeti, da Campana a Borges, per non fare che qualche esempio.
Il tema di questo lavoro, realizzato tra il 1989 e il 1992, è il cantiere, uno stato del paesaggio che inizia ad essere accolto in quegli anni fra i temi della fotografia contemporanea. L’originalità di Tecla risiede nel fatto che, in una sorta di processo di trasposizione, il cantiere viene affrontato come se fosse non un paesaggio indeterminato e in fieri, ma un paesaggio ben definito e consolidato da un punto di vista estetico: per esempio avvolto in una romantica nebbia, oppure disperso nel buio della notte. Questo spostamento di attenzione estetica sugli spazi e le strutture del cantiere segnala non solo l’allargamento della nozione di paesaggio a luoghi inediti, ma anche la disponibilità ad applicare i propri metodi e il proprio linguaggio in modo del tutto libero: indica anche che il paesaggio diviene pretesto per sviluppare un lavoro che in realtà ha come oggetto i codici stessi della fotografia. Indagine nella quale Zaffagnini si è spinto spesso nelle sue ricerche, anche sperimentalmente (fino, per esempio, a strappare alcune fotografie sul tema e a presentarne i frammenti), sempre evitando quell’attaccamento al tema del paesaggio in quanto tale che ha caratterizzato il lavoro di molti fotografi a lui contemporanei.
Per l’autore il giorno e la notte di Tecla sono anche il positivo e il negativo della fotografia. Positivo e negativo non significano solo i due volti dell’immagine (la matrice e la stampa), ma anche la luce e il buio, il chiaro e lo scuro. Significano inoltre, per Zaffagnini, riservare al colore un trattamento che lo rende, in un certo senso, bianco e nero: nelle fotografie realizzate di giorno egli infatti evita nel modo più assoluto i colori brillanti (schiarendo i toni della stampa e anche avvalendosi della nebbia come alleata), in quelle realizzate di notte arriva quasi a negare i colori, schiacciandoli nel nero del buio. Da questo affiorano solo sparsi segni, tracce, materie, strappati al nero dal flash, che estrae piccoli elementi, libera parti della scena, restituendole alla visione. Complessivamente, il senso che domina Tecla è quello di uno strano equilibrio tra apparizione e sparizione del paesaggio: quale di questi due stati, l’uno che precede l’esistenza del paesaggio, l’altro che la segue, prevalga, è molto difficile dire.
(Roberta Valtorta, 12 aprile 2008 ).