Carlo Valsecchi – Tamen Simul #2
Il lavoro di Carlo Valsecchi unisce in un amalgama unico scienza, fantascienza e sogno. Le sue immagini appaiono insieme come prove documentarie e fotogrammi tratti da un film ambientato in un futuro prossimo e indefinito.
Comunicato stampa
Il lavoro di Carlo Valsecchi unisce in un amalgama unico scienza, fantascienza e sogno. Le sue immagini appaiono insieme come prove documentarie e fotogrammi tratti da un film ambientato in un futuro prossimo e indefinito. Combina le atmosfere ipnotiche del libro Evidence (il capolavoro di Mike Mandel e Larry Sultan) con gli spazi fuori dal tempo modellati da De Chirico e le stupefacenti ambientazioni di 2001: Odissea nello spazio, che non a caso alterna freddi interni di astronavi e stazioni spaziali con la rovente polvere del deserto.
Non è chiaro cosa stia accadendo nei luoghi in cui queste fotografie sono state realizzate, né quello che è successo prima dell’arrivo del fotografo. Cos’è quel buco che sembra inghiottire tutto ciò che lo circonda tanto da galleggiare in un campo perfettamente bianco? E quelle forme geometriche a metà tra un videogame dello scorso millennio e un dipinto di Agnes Martin? Da quale punto di vista è stata ripresa l’immagine che mostra la terra ardere e spaccarsi sotto una coltre di fumo? Forse non sarebbe nemmeno così importante porsi queste domande se la sensazione dominante non fosse quella di trovarsi sull’orlo di un collasso (Armageddon), o al contrario di una grande ricomposizione. Pure nel mezzo di un tempo sospeso (non c’è traccia di alcun evento, nessun istante decisivo), di fronte a queste opere si ha la sensazione di osservare qualcosa di essenziale, assoluto, imprescindibile.
Nel lavoro di Carlo Valsecchi ogni immagine funziona per sé, indipendentemente da tutte le altre. In questo senso, il suo approccio avvicina la fotografia alla pittura: non c’è una narrazione, né una sequenza in senso tradizionale, ma una costellazione di opere concepite come entità autosufficienti, davanti alle quali soffermarsi, interrogarsi e infine perdersi. Abbandonarsi, avrebbe detto Carmelo Bene: “Per quanti sforzi possa compiere lo spettatore, dovrebbe non poter mai raccontare ciò che ha udito, ciò da cui è stato posseduto nel suo abbandono a teatro.” Qui basta sostituire la parola teatro con galleria.