Caratteri ereditari e Mutazioni genetiche #3

Nuoro - 19/07/2012 : 30/09/2012

Terzo appuntamento di Caratteri ereditari e Mutazioni genetiche, un progetto iniziato nel 2011 in cui alcuni giovani artisti sono invitati a dialogare con le opere della collezione permanente del MAN.

Informazioni

Comunicato stampa

Giovedì 19 luglio si inaugurerà il terzo appuntamento di Caratteri ereditari e Mutazioni genetiche, un progetto iniziato nel 2011 in cui alcuni giovani artisti sono invitati a dialogare con le opere della collezione permanente del MAN e a tradurre l’ispirazione iniziale che ha portato alla nascita e crescita della collezione DNA (acronimo di Dal Novecento Ad oggi), avvalorando in questo modo la vocazione contemporanea del museo e la necessità di rappresentarne il testimone che la nostra epoca lascerà in eredità

La declinazione del progetto prevede un duplice sguardo, maschile e femminile, invitando sei artisti per ognuno degli appuntamenti previsti a relazionarsi con le opere della collezione.

Il titolo riprende una tematica, quella delle mutazioni genetiche, che ha una duplice valenza sempre in bilico fra trasformazione imprevedibile e perfezionamento, mutazioni che non possono prescindere dal mantenere un legame diretto e indelebile con i propri caratteri ereditari. La mostra vuole mettere in evidenza quanto è rimasto nell’operare dei giovani artisti contemporanei della ricerca fatta dai loro predecessori nel secolo scorso, quali sono le confluenze e le divergenze, gli interessi e i desideri.
Un confronto che si sviluppa come dialogo dove una linea senza tempo tiene unite diverse generazioni in un processo evolutivo che allo stesso tempo lascia visibile la testimonianza della tradizione e dove i caratteri di ognuno si delineano in modo indelebile, grazie anche a una mutazione graduale, in una ricombinazione genetica che non ha stravolto il meccanismo evolutivo.

La collezione è una delle testimonianze più importanti della crescita, dell’evoluzione e del costante impegno del museo. Un lavoro complesso e difficile, fatto di accelerazioni, stasi e nuovi slanci che definiscono un percorso in continua trasformazione che non si esaurisce nell’esaltazione di alcuni punti fermi, ma che fa della sua singolare ricerca nel panorama artistico isolano una caratteristica esclusiva che dà spazio a opere e autori meno noti, ma non per questo meno interessanti, che, grazie agli esiti del loro percorso, restituiscono un contesto di inaspettata ricchezza.
Nel tentativo di ridefinire la percezione di patrimonio e identità, il MAN invita artisti contemporanei ad un dialogo aperto, creando suggestivi spazi di sospensione, contemplazione e cortocircuito, vere e proprie stazioni di un percorso che intreccia precise conversazioni con i maestri della storia dell’arte in Sardegna. Lo spazio condiviso invita a una riflessione e nello stesso tempo offre nel suo insieme un'immagine efficace della qualità dei diversi linguaggi artistici.



Roberto Fanari (1984)
I suoi oggetti e personaggi, realizzati con il filo di ferro, sono immersi in uno spazio invisibile. La linea, elemento essenziale di tutto il lavoro, disegna e costruisce lo spazio, ricostruendo il contesto assente, vero protagonista del lavoro. Il vuoto, la trasparenza, la fitta trama di filo, assumono una valenza quasi cromatica. Come nella "Stanza delle Meraviglie”, sorta di personale collezione sulla linea delle Wunderkammer, o “Seconda B”, un gruppo di bambini "in gita" tra le stanze del museo.


Fabiola Ledda (1971)
Sarda nata in Germania, è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, città dove vive e lavora. Indaga una molteplicità di linguaggi: fotografia, pittura, installazione, performance, azione scenica, interventi di natura ritmica e sonora. La sua ricerca è orientata prevalentemente su tematiche di denuncia sociale. Esordisce nel 1995 in contesti di sperimentazione e interazione fra i linguaggi. Questo la porta a collaborare con grandi personalità della letteratura e dell'arte in varie parti d'Europa (Parigi, Berlino, Sarajevo, Heidelberg, Paesi Baschi, Napoli).


Pierpaolo Luvoni (1979)
Nato ad Alghero nel 1980, vive e lavora a Porto Torres (SS) .Si diploma in scultura presso l'Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari (dove è attualmente docente) e frequenta poi una residenza alla Summer Academy in Austria. Ha all'attivo diverse mostre personali e collettive in Italia e all'estero.
“Nel fare delle cose l’uomo è condannato ad essere libero”, in queste parole di Jean Paul Sartre lui si riconosce e riconosce il suo lavoro. Quello presentato in mostra concentra l’attenzione su un oggetto come la boa, punto fermo in un organismo mutevole e mobile. Il suo fascino sta nell’essere fissa nella mutevolezza, un punto fisso e irremovibile nel divenire delle cose, libero o forse condannato.


Tonino Mattu (1979)
Rivolge la sua ricerca alla creazione di immagini cispirate da una visione comparatistica e critica degli avvenimenti storici e dei fenomeni sociali e mediatici. Il lavoro spesso consiste nella rielaborazione di immagini d'archivio, cambiandone le coordinate storiche e temporali, in maniera tale da creare un ponte tra passato e presente. Sono frequenti anche i riferimenti all'iconografia religiosa tradizionale e al mondo dei mass media. Una ricerca volta a riscrivere a ritroso un passato mai esistito e a prospettare un futuro già accaduto.


Lorenzo Oggiano (1964)
Lavora con fotografia, video, new media, installazioni e assemblaggi. Laureato in arti visive all'Università degli studi di Bologna (D.A.M.S.) con una tesi sui rapporti tra arti e nuove tecnologie, dai primi anni novanta è impegnato in una ricerca artistica e teorica sulle mutazioni biologiche, sensoriali e cognitive indotte dalle nuove tecnologie e sulle potenzialità estetico-comunicative dei nuovi media. Dal 2003 lavora al ciclo “Quasi-Objects”, una pratica di “re-design organico” orientata alla produzione di organismi ed ecosistemi di sintesi che intende stimolare il pensiero e il dialogo intorno alla progressiva relativizzazione delle forme di vita naturali a seguito dell'evoluzione tecno-biologica.


Francesca Randi (1976)
Attraverso il mezzo fotografico sviluppa uno stile personale, onirico e pensoso, duro e malinconico, con un immaginario fortemente surreale. L’identità femminile e maschile, l’infanzia e l’adolescenza, il teatro off come fuga dai ruoli convenzionali, il paesaggio notturno in movimento, in bilico tra l’incubo quotidiano e la solitudine esistenziale, il doppio e il perturbante: sono alcuni dei temi affrontati dall’artista. Attualmente vive e lavora tra Cagliari e Bologna come fotografa e designer e collabora con varie gallerie d’arte italiane ed estere.