Bridges to Babylon

Roma - 29/10/2020 : 29/11/2020

Bridges to Babylon è un progetto in cui dialogano diversi elementi artistici che, nell’integrazione tipica del metodo Cluster, racconteranno al visitatore una storia: l’alba del giorno successivo alla fine della guerra.

Informazioni

  • Luogo: CONTEMPORARY CLUSTER
  • Indirizzo: Via dei Barbieri 7 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 29/10/2020 - al 29/11/2020
  • Vernissage: 29/10/2020 La serata di apertura avrà inizio alle 17 e prevede ingressi limitati nel rispetto del nuovo DPCM con le normative anticovid.
  • Generi: arte contemporanea, collettiva
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

Il Contemporary Cluster il 29 Ottobre 2020 è lieto di presentare Bridges to Babylon, un’esposizione collettiva a cura di Giacomo Guidi. In mostra opere di Jerico, Detshorore, Sa Runa e Simone Salvatori, in dialogo con il design contemporaneo di Erba Design, una selezione di tappeti da guerra provenienti dalla EM Carpets di Edoardo Marino e una video installazione creata da Ciriaco Campus. Durante l’opening la sonorizzazione ambientale è a cura di Vahid Eftekhar Hosseini


Bridges to Babylon è un progetto in cui dialogano diversi elementi artistici che, nell’integrazione tipica del metodo Cluster, racconteranno al visitatore una storia: l’alba del giorno successivo alla fine della guerra.
Un uomo si sveglia, la guerra è finita ed è terminato il coprifuoco. Lo scenario che si presenta ai suoi occhi è devastante, la visione delle macerie e dei resti della distruzione contrastano con la gioia del nuovo inizio. Le mura dei palazzi raccontano una resistenza, simbolo del coraggio del popolo. Riecheggiano, come in una memoria lontana ma presente, i volti e i discorsi di coloro che questa guerra l’hanno voluta fortemente e con forza l’hanno messa in atto. Una storia ambientata in una terra lontana, dal carattere esotico, con paesaggi, piante, animali e visioni dal gusto mediorientale, dall’occidente ancora poco esplorati.
Bridges to Babylon narra una realtà immaginaria ma realistica, di un mondo che è allo stesso tempo distante ma vicino a noi. L’ipotetica proiezione della percezione di una rovina, della possibilità di rinascita che deriva dalla conoscenza. La visione delle macerie permette all’uomo di appropriarsi di una nuova consapevolezza, nata dalla retorica della distruzione e dall’innaturale potenza dell’abbandono.
Le estetiche di questo progetto, appositamente studiato per la galleria, si muoveranno tra umori e percezioni di carattere mediorientale ed elementi iconografici tipici del nostro paese, creando un ponte: il Ponte per Babilonia che, come diceva Alessandro Magno, portava alla perfezione, alla bellezza. Babilonia come simbolo di pace, centro della cultura e un’immensa rete di arte e sapere. Bridges to Babylon, titolo del noto album dei Rolling Stones, pubblicato il 29 settembre 1997, incarna dunque la ricerca di un’estetica, di un suono - nel caso della band - che potesse diffondere amore e pace. Un viaggio all’interno di una memoria collettiva che mira a mostrare le vie di una possibile rinascita, dove l’estetica occidentale si unisce a quella orientale in un tentativo di costruire una damnatio memoriae, una condanna alla memoria, dove la pena non è più la distruzione bensì il ricordo degli errori commessi. La mostra vuole dimostrare come solo attraverso un attento esame degli eventi del passato e del presente si possa attraversare l’ambito Ponte per Babilonia.
Il progetto mette così in scena l’ipotetico paesaggio della desolazione, gli elementi della città distrutta a partire dalle automobili danneggiate, rappresentate dalla giovane artista tedesca Sa Runa che propone quattro pezzi di uno dei suoi lavori più significativi della serie C’est la vie; proseguendo con i lavori di Jerico Cabrera Carandang, nati da un processo creativo basato sulla costante ricerca compositiva e stilistica nelle infinite possibilità dell’astrazione pittorica, in un dialogo aperto tra estetica e contenuto dell’arte. L’artista ha realizzato per la mostra una serie di pitture ispirate al mondo della vegetazione mediorientale, facendo rivivere al pubblico la grandezza e la potenza del rigoglioso giardino di Babilonia, tra ambientazioni botaniche e utopie orientali.
Suggestiva sarà inoltre la collezione di ceramica di Detshorore, simbolo di resilienza, capace di rendere esplicita la brutalità e identificarla come il mezzo più efficace per costruire un contrasto tra azioni passate e presenti. Esponendo le proprie ceramiche con un focus sulla lavorazione e decorazione della materia prima, all’interno di forti richiami al mondo dei graffiti, l’artista ci racconterà qualcosa di autentico in linea con lo stile della galleria evidenziando i possibili elementi di contrasto.
Emblematici ed evocativi sono i tappeti del collezionista Edoardo Marino, che rivestiranno gli spazi del Contemporary Cluster. Nel corso della storia le funzioni dei tappeti sono state molteplici, considerati una delle prime arti dell’umanità, con la valenza di forma di comunicazione e come mezzo per la diffusione di informazioni e testimonianze di culture. Le guerre, in seguito, hanno segnato l’iconografia e il linguaggio artistico fino a influenzare ogni forma di espressione. Servendosi di simboli e immagini, i tappeti esposti evidenziano una specifica forma linguistica, un manifesto di propaganda: incitare una resistenza, raffigurare l’espulsione degli invasori, ostentare il potere del terrorismo, registrando sui tessuti i segni indelebili della guerra. La guerra viene così razionalizzata e raccontata su quella che è la materia tipica di quel territorio, il tappeto, dove fiori e simboli lasciano spazio a kalashnikov e bombe a mano.
Il racconto segue con le fotografie di Simone Salvatori che raccontano brutalmente la morte. Le immagini obitoriali rievocano la forma più classica e cruda di cronaca, capace di immortalare il risveglio di città distrutte dalla guerra. L’obitorio incarna il luogo primario che ospita la morte, la analizza e la supera esplorandola nei suoi più intimi aspetti, facendosi testimone diretto di una macabra estetica fisica che rivendica la totale potenza del decadimento umano e terreno.
In maniera ironica, invece, la capsule di Erba Design fornirà dei fenicotteri in ceramica, dai colori e dalle texture sgargianti a contrastare con determinazione la decadenza funerea e a riaccendere il lume della speranza. I motivi d’arredamento di Erba funzionano da antitesi alle immagini drammatiche lasciate dalla guerra. Il fenicottero in antichità simboleggiava trasformazione e resurrezione, considerato come un uccello sacro per la cultura egizia e riconosciuto come un animale divino.
Infine, una video installazione scuote il secondo piano della galleria: Il Cecchino, opera visiva realizzata da Ciriaco Campus, mira a criticare l’odio indistinto, trasversale capace di colpire tutto e tutti. Nelle sequenze del video un misterioso e invisibile cecchino armato di MK47 spara contro tutti. L’artista stesso alla fine del video interpreta creativamente il ruolo del cecchino nella lotta contro ogni forma di intolleranza sociale, donando una risposta artistica all’annosa questione sulla responsabilità dell’arte e dell’intellettuale nel suo rapporto con la realtà.
Durante l’inaugurazione della mostra, il 29 ottobre, il compositore contemporaneo Vahid Eftekhar Hosseini cura un'ambientazione sonora eseguita dai musicisti Paolo Ravaglia e Nicola Baroni. Il pubblico sarà accompagnato da una performance di violoncello in un esclusivo dialogo con l’intelligenza artificiale al servizio della musica. Il 5 novembre, infine, l’evento live con Raiz fondatore degli Almamegretta completerà il ciclo della rassegna tematica della mostra. La storica band italiana da sempre orientata verso la ricerca di sonorità mediterranee miste a ritmi techno, dub e pop trascinanti, vanta un’identità fortissima nella continua sperimentazione di suoni e testi, portando innovazione nel mondo della musica elettronica italiana e internazionale, nell’originalità della mescolanza tra fonie arabe e partenopee.