Beyond the Couch

Venezia - 26/08/2012 : 16/09/2012

Una mostra fotografica dove due autori si interrogano, attraverso le loro immagini, su uno spazio architettonico originale. Si tratterà di architetture della mente: spazi e tempi, come quelli fotografici, saranno usati per catturare e cogliere quel "là" dove si distendono i pensieri.

Informazioni

Comunicato stampa


In contemporanea con l'apertura della prossima Biennale Architettura 2012, domenica 26 agosto dalle ore 18 in poi si inaugura una mostra fotografica dove due autori si interrogano, attraverso le loro immagini, su uno spazio architettonico originale.
Si tratterà di architetture della mente: spazi e tempi, come quelli fotografici, saranno usati per catturare e cogliere quel "là" dove si distendono i pensieri


Anche questa mostra, come le interviste che si terranno all'interno di Castello 925, fa parte di un progetto che ci vede impegnati ad andare oltre il lettino analitico, Beyond the Couch, nel tentativo di proporre una visione ed una esperienza che coinvolga un dialogo fecondo tra più discipline espressive.

Fotografie di:
Roberto Basile (psicoanalista SPI-IPA e fotografo) Milano
Dan Welldon (fotografo) Londra


'Cinquanta minuti'

Un Ritratto dello Spazio Analitico
A work in Progress

Dan Welldon



La mia vita professionale come fotografo nasce col fotografare interni di hotel e soggetti di viaggio. E' stato solo dopo alcuni anni che mi sono specializzato in ritratti – fotografie di attori, scrittori, scienziati, musicisti, artisti e persone di tutti i ceti sociali. Il mio background personale è quello di essere nato da genitori entrambi psichiatri e poi cresciuto da un solo genitore molto impegnato nella propria attività professionale. Forse era naturale che dovessi coinvolgermi in un progetto fotografico internazionale nella ricerca di catturare l'essenza di uno spazio analitico di riferimento all'interno del mio stesso punto di osservazione.

Cosa stavo cercando di cogliere lavorando a questo progetto? Per quanto riguarda la mia metodologia di lavoro ho voluto cogliere gli spazi, in un modo veritiero e onesto - vale a dire senza muovere alcuna cosa nella stanza e con ritocco e modifiche limitate al minimo possibile. Volevo che lo spazio parlasse da solo, quindi non c'è stato l'uso di illuminazione artificiale, si è usata solo la luce normalmente presente nella stanza o proveniente dalle finestre. Questo di per sé mi ha insegnato molto su gli analisti. Spesso gli studi di consulenza non sono spazi molto ben illuminati, questo ha portato ad esposizioni della durata a volte di 6 o 8 secondi per poter eseguire alcuni di questi ritratti. Ora, se io fotografo un attore, so che ho bisogno di impostare la velocità dell'otturatore ad almeno un 250esimo di secondo per ottenere una vivida esposizione - anche un 125esimo di secondo rischierebbe di fornire una immagine mossa e poco nitida. Ma ben presto mi sono reso conto che gli analisti sono in grado di rimanere seduti in un modo talmente immobile che anche utilizzando una velocità dell'otturatore di molti secondi ho potuto avere la quasi certezza di poter realizzare una foto nitida. Il mio intento principale o scelta è stata nei termini di inquadrare ogni elemento fotografico – inquadrare sia l'analista che il divano, anche se questo rappresentava una questione semplice, spesso ha lasciato poca scelta alla creatività. Nello scattare le immagini ho usato un obiettivo grandangolare, questo per poter cogliere sia l'analista, che gran parte della stanza , compresi gli elementi al suo interno, senza distorcerne lo spazio. Volevo che l'analista fosse una parte dello spazio, piuttosto che quello che lo domina, come invece sarebbe in un ritratto nel vero senso della parola. Ho voluto un ritratto formato da tutti questi elementi, mobili, libri o tappeti, così come la presenza fisica dell'analista, per me è stato di vitale importanza avere la co-presenza di tutte queste cose.

Altrettanto importante per me è stata l'assenza del paziente, il divano vuoto o poltrona, consente allo spettatore lo spazio fisico e la libertà emotiva di immaginare. Le fotografie sono scattate con una fotocamera di grande formato, che è il tipo di macchina dove, per vedere l'immagine che si sta realizzando, si deve scomparire sotto una grande tela, si tratta di osservare un'immagine capovolta che appare sul vetro smerigliato. La ragione di scegliere questo tipo di fotocamera è stata, in primo luogo, per la quantità incredibile di dettagli che si riescono a catturare, così che anche un piccolo dettaglio su uno scaffale è chiaramente visibile, ma anche perché lo stesso fare un ritratto implica un processo lungo. Non è uno scatto strappato, fatto e soffiato via in pochi secondi. Si tratta di una fotocamera grande, ingombrante che richiede un robusto treppiede. Ogni volta che si procede con il lavoro ogni cosa deve essere messa insieme con cura. Ciascuna pellicola deve essere maneggiata con attenzione in modo che non sia esposta alla luce se non nel momento in cui è inserita nella fotocamera e diventa pronta per l'esposizione. Prima di questo devo usare una Polaroid per ricontrollare che tutto sia giusto - la messa a fuoco, l'esposizione, l'inquadratura, il livello, solo se tutto è apposto posso fare lo scatto finale e poi inizio a smontare la fotocamera e ad assemblarla di nuovo . Al termine della sessione di ritratto lascio ogni analista con la Polaroid e chiedo ad ognuno di rispondere ad un paio di domande. Questa conversazione da parte dell' analista è una componente importante del processo che io intendo come un dialogo. L'intera esperienza finisce col durare più o meno esattamente 50 minuti.

Infine volevo che l'esperienza dello spettatore fosse quella di vedere lo spazio esattamente come lo vedrebbe una mosca sul muro nel bel mezzo della sessione, con l'eccezione dell'assenza del paziente. A tal fine ho chiesto ad ogni analista di non guardare verso la telecamera, ma di usare lo sguardo come normalmente fa durante una seduta, in modo che l'esperienza di guardare il ritratto non sia quella di un confronto, ma, piuttosto quella di un'esperienza in cui si possa essere coinvolti. L'assenza del paziente è chiaramente importante, infatti, pur essendo colti molti elementi all'interno di ogni stanza di analisi, questi scatti sono anche 'ritratti di uno spazio', dello spazio fisico derivante da questo vuoto e anche dello spazio interno che è creato da questo vuoto.








DOVE LE PAROLE SI DISTENDONO
Fotografie di Roberto Basile

Più che di fotografie che ritraggono lettini psicoanalitici, si tratta qui di fotografie della relazione che si svolge tra il lettino e la poltrona dell'analista. E' qualcosa di cui mi sono accorto via via che il lavoro prendeva piede: la mia attenzione andava soffermandosi non tanto unilateralmente sull'oggetto lettino, quanto piuttosto sul dialogo e sulle modalità attraverso cui nasce la relazione tra lettino e poltrona, il volo che tale relazione può prendere, i luoghi che può raggiungere. Sono foto delle impronte che analista e paziente talora imprimono anche fisicamente, delle relative simmetrie relazionali che divengono a volte simmetrie di dettagli fotografici di lettino e poltrona.
Il processo del fotografare ha in sé una forte vicinanza con i momenti di quanto accade in analisi ....abbiamo immagini da "catturare" prima che scappino tornando nell'inconscio.....e poi da "sviluppare".... e infine da “stampare”.
Questa serie di foto è nata nel mio studio come tentativo di “fotografare” la meraviglia che quotidianamente sentivo di fronte alla “impronta” che ogni giorno i pazienti ed io stesso
lasciavamo sul lettino e sulla poltrona. Successivamente ho deciso di andare a visitare e fotografare i luoghi dell’incontro psicoanalitico usati dai miei colleghi, chiedendo loro di scrivere un breve testo a commento della loro stanza/foto. Sono poi approdato alla casa di Freud e infine in stanze sognanti incontrate per caso fuori dai luoghi della psicoanalisi. In alcune foto un oggetto simbolico della stanza è stato da me avvicinato al lettino in modo "artificiale". Dalla relativa neutralità di ogni studio ho talora preso un appiglio di fantasia , che potremmo chiamare "correlativo oggettivo", come diceva T.S. Eliot: "una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un'emozione particolare". O quello che nel lessico bioniano potremmo anche chiamare l'equivalente di un "fatto scelto". Come i giocattoli che i bambini portano con sè all'asilo da casa, anche gli analisti hanno spesso in studio degli oggetti che fanno da tramite tra i propri sentimenti e quelli del paziente. Si tratta magari di un quadro, di una maschera africana, di una bambola indiana o anche solo di un cactus pieno di aculei.