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Roma - 13/05/2013 : 13/06/2013

Due modi di raccontare Roma: un artista giapponese raffinatissimo che gioca sulle sovrapposizioni eleganti, minuziose di immagini della città “annullando” il tempo che le separa, in una sorta di “emozione” congiunta di ieri e oggi. E, parallelamente, una “visione” che si fa animazione, immagine in movimento partendo dai bozzetti di due grandi protagonisti del cinema italiano, Lorenzo Baraldi e Gianna Gissi.

Informazioni

Comunicato stampa

LORENZO BARALDI
GIANNA GISSI

Roma. Scenografia e costume nel cinema


La mostra di Lorenzo Baraldi e di Gianna Gissi che lunedì 13 maggio si inaugura a La Nuova Pesa vuole essere un omaggio alla città di Roma. La Roma di Monicelli, quella ottocentesca de Il Marchese del Grillo, quella sconosciuta di Un borghese piccolo piccolo, quella degli scorci pittorici di Caro Michele; ma anche quella dagli ambienti surreali creati per Celentano nel film Joan Lui, fino alla ricostruzione della casa di Trilussa realizzata per una recente fiction televisiva



I bozzetti delle scenografie e dei costumi delle grandi produzioni di cinema e tv vengono per la prima volta esposti in un luogo deputato all’Arte contemporanea: è questa la sfida pionieristica tentata dalla Nuova Pesa i cui spazi ospiteranno contemporaneamente due mostre che vedono Roma protagonista. Insieme alle opere dell’artista giapponese Hiroyuki Masuyama, verrà esposta una serie di tempere e di disegni che costituiscono una selezione di bozzetti cinematografici: per le scenografie, quelli realizzati da Lorenzo Baraldi; per i costumi quelli di Gianna Gissi, entrambi talenti di fama e riconoscimenti internazionali.

L’intento è quello di conferire autonomia artistica a un genere, quello del disegno delle scenografie e dei costumi, che solo nella sua destinazione per gli allestimenti teatrali è già oggetto di considerazione critico-artistica e di mercato. La mostra dedicata a Lorenzo Baraldi e a Gianna Gissi vuole essere il primo contributo perché anche gli artisti del cinema possano godere di analoga attenzione.


Le opere che in questa mostra si presentano fanno riferimento a un genere, quello del cinema, intrinsecamente popolare, dove la nozione “popolare” non va però intesa secondo l’antica contrapposizione tra cultura alta e cultura subalterna, in quanto le tecniche utilizzate sono affidate, come in questo caso, a singole personalità artistiche capaci, però, di contribuire a un risultato corale. In mostra saranno esposti, tra gli altri, il bozzetto della piazza in cui Don Bastiano, capo brigante de Il Marchese del Grillo, finì ghigliottinato; quelli per i costumi di Onofrio del Grillo e di Gasperino il carbonaro (entrambi interpretati da Alberto Sordi). Si tratta, ovviamente, di opere inedite, ma anche di opere uniche in quanto se il mezzo cinematografico appartiene all’epoca della riproducibilità tecnica, la fase ideativa che lo precede si misura nel rapporto uno a uno: una scena, un bozzetto, e così per i costumi.

Lorenzo Baraldi, parmigiano, classe 1940, è stato scenografo di fiducia di Mario Monicelli, con cui ha realizzato sedici film (oltre quelli citati, anche Amici miei e Amici miei II, Bertoldino e Cascasenno, Le Rose del deserto) e ha lavorato in tante altre produzioni che hanno fatto la storia (e la fortuna) del cinema italiano, come Profumo di donna di Dino Risi, Io e Caterina di Alberto Sordi, Il Postino di Michael Radford. Docente di scenografia per diversi istituti (il Centro Sperimentale di Scenografia), ha vinto in carriera numerosi premi e un particolare riconoscimento: due anni fa è stato chiamato dal centro culturale dell’Alhóndiga di Bilbao da Philipe Starck a concertare la realizzazione delle 43 colonne che adornano l’atrio. Anche in questo caso, una novità assoluta per uno scenografo. La storia della nascita di queste 43 colonne viene narrata nell’omonimo film documentario.

Gianna Gissi, nata a Pola nel 1943, porta in mostra alla Nuova Pesa quindici bozzetti del Marchese del Grillo, film per il quale ha vinto il Nastro d’Argento e un David di Donatello. Oltre che con Monicelli, ha lavorato, tra gli altri, con Amelio, Benigni, Verdone, Ponzi, Odorisio, Salemme, Milani, Mazzacurati. Per i costumi de Il Postino ha ricevuto il Premio Time For Peace Aword Onu e la nomination ai Golden Globe.

HIROYUKI MASUYAMA
Rome, 1585-2012

(in collaborazione con Studio La Città, Verona)

Dopo aver sfidato il tempo e la storia stessa, dopo aver ricalcato le orme di grandi come C. D. Friedrich e J.M.W. Turner, Hiroyuki Masuyama torna a rileggere l’arte del passato.
Il salto indietro questa volta è però’ notevole e la lettura dei suoi lavori non può prescindere da un punto di partenza temporale che si colloca addirittura nell’Antica Roma e passando per l’epoca Rinascimentale, giunge fino al contemporaneo.
Ancora una volta tutto è presente sulla stessa scena. La ri-costruzione forzata messa in atto dal collasso temporale (si sfora quasi nell’a-temporale), ci ricorda che l’arte del XXI secolo è ancora una citazione dei motti futuristi. I tempi sono di certo maturi e formalmente non ci troviamo più di fronte alle pennellate elettriche e impazienti di Umberto Boccioni (La città che sale, 1910).
La città qui non sale, scorre, anzi, corre al punto tale che il dinamismo è diventato iper dinamismo:
I nuovi lavori in mostra di Hiroyuki Masuyama (stampati su carta, come a volere imitare le incisioni di un tempo) fotografano paesaggi che in passato artisti come Marco Sadeler (1614-1660), Giovanni Antonio Canal (1697-1768), Giambattista Piranesi (1720-1778), Luigi Rossini (1790-1857), Joseph Mallordo William Turner (1775-1851) hanno ritratto.
Il fil rouge con le inquadrature futuriste è evidente. Lo scorrere del tempo, la corsa verso il futuro e la rappresentazione dinamica della scena sembrano ricordare che tutto è nell’istante. Una moltitudine di immagini vengono riassunte in una sola; L’Epoca Romana, quella Rinascimentale e quella contemporanea si uniscono in un rimando singolo, volto a dare vita ad un nuovo immaginario e utopico angolo del tempo. Quello che rimane in sospeso è il giudizio della storia e il peso della responsabilità. Le fotografie, con una provocazione implicita, appaiono come un monito che ci porta a riflettere sulle condizioni avverse nelle quali giacciono i monumenti storici italiani.