Astore | Ragalzi | Stoisa – Anatomico Organico Industriale

Torino - 02/05/2018 : 15/07/2018

Fondazione 107 presenta “Anatomico Organico Industriale” - Astore - Ragalzi - Stoisa a cura di Federico Piccari, testo in catalogo di Francesco Poli.

Informazioni

Comunicato stampa

La mostra esplora il lavoro di 3 artisti che hanno iniziato a produrre ed esporre nella Torino degli anni ’80 e come la città abbia inciso sulla loro opera. Gli artisti sono: Salvatore Astore, Sergio Ragalzi e Luigi Stoisa, tutti di formazione accademica.
Torino è la “città laboratorio” con vocazione sperimentale, si presenta con una struttura urbanistica austera, dettata da una pianta militare ortogonale, elementi che uniti, hanno contribuito a trasferire sugli abitanti, un modo di fare e di organizzazione, di cui questi artisti ne sono un esempio


La Torino anni ’80 è molto diversa da quella che vediamo oggi, è la tipica città assorbita dallo sviluppo industriale, tanto da farle dimenticare gli antichi fasti. L’industria ha rimodellato la città, ne ha scandito i tempi, l’ha fatta crescere, l’ha protetta ma anche soffocata, impedendone sviluppi alternativi.

In pieno affermarsi dell’Arte Povera, Astore, Ragalzi e Stoisa intraprendono un percorso dove la pittura ritorna protagonista, così come l’attenzione sull’uomo, posto al centro della loro ricerca. I tradizionali colori ad olio, per dipingere, sono sostituiti da materiali organico industriali in uso prevalentemente nei processi produttivi. La pittura, si carica così, anche del peso intrinseco che il materiale utilizzato porta con sé, determinando una pittura “di processo”. Catrame, pece e tutti i loro derivati, la vernice antirombo e gli smalti industriali, si sostituiscono ai tradizionali colori, i soggetti si impregnano di bitume, dello sporco, dello smog, l’industria entra con forza nel quadro.
I soggetti rappresentati sono uomini, donne, eroi, scimmie, parti anatomiche, ritratti, virus, origini, compresa la storia dell’arte. I dipinti possono essere di grande dimensione, talvolta giganteschi, sino ad inglobare le figure di chi li guarda. I luoghi per esporre le opere, sono prevalentemente industriali, i limiti imposti dagli spazi urbano-abitativi sono superati.

Gli artisti che operano in questa dimensione che definisco Anatomico Organico Industriale vivono tutti a Torino e dalla città hanno assorbito, la puzza di smog, la nebbia, il colore grigio sporco dei palazzi antichi, così come il disagio del flusso migratorio. La loro è una pittura sapiente che non cerca di piacere a tutti i costi ed impone una certa distanza allo sguardo di chi la osserva.
Torino è una città cresciuta velocemente negli anni ’60, il macigno dell’industria ne ha determinato gioie e dolori, condizionandone lo sviluppo con i quartieri dormitorio, è una città che va a dormire presto, perché al mattino si alza presto, la catena di montaggio non si ferma, si lavora su 3 turni, è una città votata alla produzione e l’uomo è lo strumento cardine, il perno. Un uomo stretto tra l’industria e la famiglia. Un uomo armato, che scende in trincea e combatte contro le prime scelte industriali di una progressiva dismissione della produzione, dal settore tessile all’automotive, a favore di investimenti finanziari alternativi, strategie che daranno forza alla Germania del futuro, permettendole di assumere la leadership industriale e successivamente economica Europea. Naturalmente, Torino, è soggetto attivo di questo palcoscenico ed è qui che inizia il processo irreversibile di deindustrializzazione.

E’ così, che l’uomo, entra prepotente nei dipinti dei tre artisti, protagonista ed eroe contemporaneo, nel suo essere vittima e carnefice contestualmente. La pittura che ne risulta è violenta, talvolta respingente, una pittura di forma che tende ai volumi. Di fronte ai dipinti, il visitatore è sopraffatto, non può fare nulla, al dominio religioso esercitato sul popolo dalla pittura del ‘600, si sostituisce l’egemonia del tempo industriale. E’ una pittura urticante, i cui componenti non sono stabilizzati e tendono a mutare nel tempo: sono organici.
Astore Ragalzi e Stoisa assorbono l’umore della città e legano intensamente il loro vissuto al quotidiano, nel gesto di fare pittura, analizzano un mondo che sta cambiando nella piena consapevolezza di ricondurre l’uomo in superficie e riporlo al centro della società, reclamandone il rispetto, ma anche richiamandolo alle sue responsabilità, nei confronti della natura e prima ancora verso sé stesso. E’ un uomo che dovrà difendersi dalla tecnologia sempre più invasiva, dai telefoni cellulari, dal Personal computer, dall’eroina e non per ultimo dal virus dell’HIV, tutti elementi che entreranno nelle nostre vite nel corso degli anni ’80.

Con gli anni ’80 in Italia si chiude la parentesi del terrorismo, il delitto Moro è del 1978, gli italiani vogliono rilassarsi e si apre il periodo Craxiano, la Milano da bere, ma anche la conflittualità tra gli operai e la media borghesia con la discesa in piazza dei 40.000 colletti bianchi. I telefoni cellulari non fanno ancora parte della nostra vita, non sono estensioni del nostro braccio e del nostro pensiero, ma è negli anni ’80 che iniziano a proporsi come semplici mezzi di comunicazione e il processo non si è ancora interrotto. Entrano in scena i PC, IBM e Apple saranno gli artefici di una vera e propria rivoluzione nelle nostre vite, ancor oggi non esaurita. Sono gli anni di Vita Spericolata di Vasco Rossi, dell’Edonismo Reganiano, del culto del corpo con l’aerobica, della vittoria dei Mondiali di calcio per l’Italia, di Margaret Thatcher, Ronald Reagan, dei facili guadagni in borsa, dell’incontrollata spesa di bilancio dello Stato italiano con la conseguente degenerazione del debito pubblico. Sono gli anni della moda, degli Yuppies, di Silvio Berlusconi, Canale 5 nasce nel settembre 1980 e nel 1984 sono acquisite Rete4 e Italia1, le TV commerciali gratis, senza canone, ma con tanta pubblicità. Sono gli anni dell’ottimismo a tutti i costi, dove gli italiani vivono al di sopra delle loro possibilità. Il decennio termina con il crollo del Muro di Berlino, è terminata anche la Guerra Fredda, fine del Secolo Breve e fine delle ideologie.

Gli anni ’80 gettano il seme per costruire un uomo nuovo, fondato sull’individualismo a discapito dell’uomo collettivo, uscito di scena sconfitto, con la fine degli anni ’70. L’io si sostituisce al noi.
E’ un modo di essere che si fonde nello stile di vita, nell’affermazione personale, che trova negli Yuppies la sua celebrazione e nelle firme della moda la condizione di apparire per essere.
Individualismo ed egocentrismo sono le parole d’ordine, il prodotto è un uomo che pone davanti a tutto, le proprie esigenze, anche a discapito del bene sociale.
Credo, fede ed appartenenza saranno sostituiti dalle tribù, agglomerati di individui che si riconoscono per “mode” e “tendenze”, il futile ha sostituito forme di pensiero sofisticato, il benessere individuale, la condivisione sociale, la politica diventa un mezzo di affermazione personale e non è più rappresentativa di una comunità. E’ qui, che entra in gioco, il ruolo dell’individuo, sempre più distante dalla dimensione umana comunemente intesa, Astore, Ragalzi e Stoisa percepiscono prima di altri questo cambiamento epocale e ognuno sviluppa il tema “uomo”, esponendo le proprie intuizioni. Nelle tele di Ragalzi, i soggetti, assumono dimensioni gigantesche, sono “ombre”, “virus”, “insetti” che sovrastandoci tendono a schiacciarci, un monito rivolto all’uomo che potrebbe sentirsi eliminato da sé stesso. In Stoisa gli uomini sono eroi, in rivolta da una società che ha perso il senso del tempo, sempre più veloce ed irreale, male inserita nel contesto naturale da cui prende le distanze e diventa antagonista. I crani, i cervelli, le sezioni anatomiche di Astore, sono testimonianza, memoria di un homo sapiens il cui fine supremo dovrebbe essere la ricerca della bellezza e dell’armonia, in perfetta simbiosi con la natura, ma che in realtà è in procinto di essere sostituito dall’homo oeconomicus, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto nel puro interesse personale.

In Fondazione 107, Astore, Ragalzi e Stoisa presentano una sezione di progetti inediti, site specific, ideati e realizzati appositamente per lo spazio, anch’esso di matrice industriale ed oggi reperto di un’archeologia ormai estinta. Si cimentano con la pittura e con la scultura, il loro linguaggio si è evoluto, mantenendo uno stretto dialogo tra forma e tridimensione.
Salvatore Astore prosegue nella ricerca di nuove forme di dialogo, fra individuo e mondo circostante, creando una stretta relazione tra l’Uomo e la Natura in un processo, dal quale in realtà, l’uomo contemporaneo si è sempre più allontanato. In 107 presenta grandi tele: montagne/isole/calotte/profili/orizzonti, i soggetti possono essere intercambiabili, nella simbiosi ricercata dall’artista ed un gruppo di sculture totemiche in acciaio inox.
Sergio Ragalzi presenta i “Vortici”, dipinti in bianco e nero che inglobano indumenti, scarpe, borse, oggetti del “vissuto” risucchiati nel vuoto, ed una serie di sculture antropomorfe/vortici/bare umane, si tratta di uno sguardo profondo sulla condizione esistenziale dell’uomo del nostro tempo, in questo caso i migranti.
Luigi Stoisa realizza un grande dipinto su tela, su parete, ed attraverso l’azione del togliere, sottrae materia dallo strato di catrame depositato sulla superficie, facendo emergere anatomie, corpi, eroi, cavalli e cavalieri oltre il tempo, eroi contemporanei, plasmati nel gesto della sottrazione, soggetti che potrebbero appartenere al mondo mitologico o del fantasy, avvolti in un’atmosfera di un “campo di battaglia”. Il San Giorgio ed il Drago sarà rivisitato su tela, a parete, con una lancia in inox che esce dal muro, da cui sgocciola catrame in una bacinella posata a terra. In un’installazione di volti e profili restituiti da massi di pietra, forme erose dall’acqua e dal tempo da cui affioreranno immagini del Narciso, tema caro all’artista.

Una selezione di opere storiche dei tre artisti ci riporterà nella produzione degli anni ’80, tra cui, per Astore, la calotta “cranio di infante” e il dipinto “osso sacro”, realizzato con bitume e pittura ad olio, per Ragalzi due ombre gigantesche maschio e femmina, in grandi tele dipinte con tecnica mista che inglobano sporcizia, catrame e pittura antirombo e alcune sculture in acciaio. Per Stoisa “Voglio modificarmi sempre”, dipinto ad olio su catrame del 1986 e il “Narciso”, personaggio mitologico che si affaccia sul catrame, un lago denso e scuro, in cui affiora la sua immagine, in attesa di venir risucchiata lentamente dal tempo, sino ad annullarne la presenza.