Aqua Aura – Boudoir

Torino - 26/09/2013 : 01/11/2013

Paesaggi siderali e ritratti dai volti provati in una mostra concepita come una “matrioska”. In un ritmo di nascondimenti e rivelazioni, questi sono i soggetti che di volta in volta si ritrovano nelle opere di AQUA AURA che la Galleria Paolo Tonin arte contemporanea di Torino propone nella mostra di apertura della nuova stagione espositiva 2013/2014.

Informazioni

  • Luogo: PAOLO TONIN - ARTE CONTEMPORANEA
  • Indirizzo: Via San Tommaso 6 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 26/09/2013 - al 01/11/2013
  • Vernissage: 26/09/2013 ore 19
  • Autori: Aqua Aura
  • Curatori: Alessandro Trabucco
  • Generi: fotografia, arte contemporanea, personale
  • Orari: dalle 10,30 alle 13 e dalle 14,30 alle 19 dal lunedì al venerdì, sabato su appuntamento

Comunicato stampa

Paesaggi siderali e ritratti dai volti provati in una mostra concepita come una “matrioska”. In un ritmo di nascondimenti e rivelazioni, questi sono i soggetti che di volta in volta si ritrovano nelle opere di AQUA AURA che la Galleria Paolo Tonin arte contemporanea di Torino propone nella mostra di apertura della nuova stagione espositiva 2013/2014.
La mostra, intitolata BOUDOIR a cura di Alessandro Trabucco, sarà inaugurata giovedì 26 Settembre alle ore 19. In esposizione, una quindicina di lavori suddivisi tra light box e stampe digitali, che costituiscono l’intera cosmogonia creativa dell’artista



Il boudoir è una stanza, una suite privata, ben nascosta da sguardi indiscreti - ci dice Alessandro Trabucco nel catalogo che accompagna la mostra - la cui caratteristica principale è proprio quella di mantenere un distacco netto dal mondo esterno per vivere la propria intimità senza alcuna preoccupazione. Intimità completamente aderente alla propria nudità, nello stesso tempo corporea e spirituale.
In occasione di questa personale di Aqua Aura, la galleria si trasforma in una sorta di moderno boudoir del XXI secolo, ed accoglie il visitatore mostrando un intimo universo di immagini.
La ricerca visiva di Aqua Aura si esprime attraverso lo specifico linguaggio della fotografia seguendo due direzioni apparentemente parallele, mai convergenti ma comunicanti. Le due direzioni si possono essenzialmente descrivere utilizzando due termini classici e comuni anche ad altre tecniche artistiche: il ritratto e il paesaggio. La prima serie elaborata in lightbox e la seconda mediante stampe digitale su una vellutata carta cotone.
Tutto ciò però come si concilia con l’idea di boudoir? Cioè di ambiente riservato ed isolato dall’esterno in cui praticare una ritirata intimità erotica o intellettuale. In questo senso, e chiedo perdono per il gioco di parole, è’ il senso della vista a rappresentare il punto di raccordo e di vera unità spaziale e concettuale dell’evento.
Nel caso della mostra di Aqua Aura succede qualcosa d’imprevisto, la differenza stilistica delle due ricerche iconografiche subisce un ulteriore evidente radicalizzazione del contrasto per mezzo di un semplice espediente installativo: l’utilizzo di tende a filo rosso lamè, disposte come una membrana a coprire la visione di una delle due serie protagoniste della mostra, quella più inaspettata, lasciando scoperta l’altra. Questa sorta di “cortocircuito visivo” è accentuato dalla stessa apparente incongruenza della scelta dell’artista di “celare” la vista dei paesaggi glaciali incantati e “sublimi”, lasciando invece libera l’osservazione dei ritratti di volti e corpi stravolti e segnati.
Ciò che dovrebbe essere nascosto, perché troppo spudoratamente manifesto in tutta la sua decadenza fisica, viene paradossalmente esposto senza alcun filtro visivo, senza alcuna censura né riservatezza, mentre l’artista procede ad una strana operazione di occultamento dei suoi paesaggi siderali, visioni più mentali ed “asettiche”, costruzioni artificiali ricavate da più parti tra loro estranee ma assemblate in nuove realtà ipotetiche e simulate, prive di quei turbamenti visivi in grado di destabilizzare l’emotività di chi si dedichi alla loro osservazione.
Una mostra “confezionata” quindi come un contenitore che racchiude due mondi espressivi, uno dentro l’altro, non uguali nella forma ma in qualche modo simili, pur rivelandosi nella loro autonomia linguistica man mano che lo spettatore ne scopre i dettagli e si inoltra nelle trame di un percorso che non manca di smuovere interrogativi urgenti e riflessioni profonde sulla realtà contemporanea, interpretata dall’artista come un ibrido in continua trasformazione metamorfica, e non più come monolitica ed oggettiva rappresentazione esterna indipendente dalla volontà umana.