Antonio Dias – Anywhere is my land

Milano - 21/02/2017 : 13/05/2017

Oggi riconosciuto come uno dei principali artisti contemporanei del Brasile, Antonio Dias presenta la sua prima mostra allo Studio Marconi nel 1969 con il titolo evocativo: “Anywhere is my land”.

Informazioni

  • Luogo: FONDAZIONE MARCONI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
  • Indirizzo: Via Tadino 15 - 20124 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 21/02/2017 - al 13/05/2017
  • Vernissage: 21/02/2017 ore 18
  • Autori: Antonio Dias
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: martedì - sabato, 10-13, 15-19 (chiuso sabato 15 e martedì 25 aprile)
  • Biglietti: ingresso libero
  • Uffici stampa: CRISTINA PARISET

Comunicato stampa

“I quadri di Dias sono volutamente spogli e rigorosi:
spesso si presentano come sequenze o iterazioni
di un discorso, in quanto ripetono gli stessi elementi grafici,
con pochissime variazioni. Sono da afferrare come tracce
di una progressione interiore aperta su varie situazioni
collettive del momento storico che attraversiamo.”
(Gualtiero Schönenberger, Antonio Dias


Una collezione 1968-1976, Studio Marconi, 1995)


Antonio Dias
Una collezione
Inaugurazione: 21 febbraio dalle ore 18,00
dal 22 febbraio al 14 aprile 2017

Oggi riconosciuto come uno dei principali artisti contemporanei del Brasile, Antonio Dias presenta la sua prima mostra allo Studio Marconi nel 1969 con il titolo evocativo: “Anywhere is my land”.
A questa ne seguiranno altre, nel 1971 e nel 1987, fino ad arrivare al 1995, anno a cui risale l’ultima esposizione dell’artista brasiliano alla Galleria Giò Marconi e in cui vengono presentate le opere oggetto dell’attuale mostra.

Nato nel Nord est del Brasile, Dias, di indole ironica e brillante, talvolta pungente e provocatoria, partecipa a diversi gruppi d’avanguardia prima di raggiungere l’Europa. In aperto contrasto con la dittatura militare stabilitasi nel suo paese, si trasferisce dapprima in Francia dove rimane fino al 1968, grazie a una borsa di studio, per poi eleggere Milano a sua città d’adozione.
In questi anni è entrato in contatto con la scena artistica internazionale e, in particolare nel capoluogo lombardo, con la cerchia di artisti che gravitano intorno al movimento dell’arte povera, tra cui figurano Luciano Fabro, Giulio Paolini, Gilberto Zorio.
La sua sarà sempre un’arte di rottura che affronterà temi diversi e lo porterà a realizzare opere concettuali sostanzialmente impossibili da etichettare, con una grande varietà di tecniche, subendo l’influenza di diversi movimenti artistici, tra cui la pop art e il minimalismo.

Il nucleo di opere della collezione Marconi presentate in questa mostra copre un arco temporale che va dal 1968 al 1972 e offre uno spaccato molto coerente e preciso sulla ricerca artistica del giovane Dias, la cui cifra stilistica è quella di utilizzare un codice pittorico-grafico estremamente ridotto e di indagare sulla natura dei segni, delle categorie dell’immaginazione e sull’andamento difforme e discontinuo delle dinamiche percettive dell’opera, da parte tanto del suo esecutore quanto dei suoi fruitori finali.

“Universo, continente, deserto, monumento: ecco i luoghi del rendez-vous mentale fissatoci da Dias… sono utilizzati come categorie dell’immaginazione. Come tali essi richiedono nell’ambito stesso del quadro la nostra partecipazione attiva: a cominciare dall’esperienza ottica.” (Tommaso Trini, 1969)

Le opere in mostra sono caratterizzate da una pittura grafica, geometrica, in bianco e nero, intesa a ridurre al minimo gli elementi. Dias elabora un nuovo linguaggio concettuale di non facile comprensione, in parte compensato dall’immediatezza di comunicazione delle parole, qui usate secondo il procedimento di Magritte: “in un quadro, le parole sono della stessa sostanza delle immagini.”
In realtà, la parola non ha alcun valore denotativo dell’immagine, al contrario si disperde, dissolvendo i significati. Anche i titoli attribuiti alle opere sono considerati al pari di particelle, nessuna rappresenta se stessa. E se in un primo tempo lo spettatore è indotto a credere in un intimo specifico significato, presto si accorge che l’insieme delle parole portano invece a una sorprendente rivelazione: sono tutte false.
Come nei giochi linguistici del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, dove le parole non funzionano come rigide etichette che denotano degli oggetti, poiché questa è solo una delle tante funzioni del linguaggio, uno degli infiniti giochi linguistici possibili, all’artista non interessa l’origine semantica dei quadri e non esiste un unico testo per la verità visiva. Pittura e parole distribuite sulla tela sono non-immagini, particelle prive di forma.

Let it absorb, Monument to all directions, Environment for the prisoner, Incomplete biography, The day as a prisoner sono solo alcuni dei titoli delle opere in mostra, espressioni tra l’enigmatico e l’insignificante, un ready-made tratto dal gergo pubblicitario o da slogan politici, in cui l’associazione parole-immagini è sconnessa e sconcertante.

Eppure esiste un filo conduttore al discorso poetico di Dias, un possibile valore aggiunto in grado di orientare il nostro sguardo. In particolare nella serie The Tripper (il viaggiante) è lo stesso artista a spiegarlo, dicendo che l’idea di queste opere risale al 1968, quando ha l’intuizione di sfruttare un’idea preconcetta del pubblico riguardante la sua pittura. Ha infatti notato che ogni qual volta presenta quadri su fondo nero con dei puntini bianchi, l’unica immagine che i visitatori vedono è quella di un cielo stellato. Colpito dal bisogno che ognuno di noi ha di vedere immagini diverse da quelle proposte, Dias decide dunque di studiare la dinamica mentale che fa scattare in chi guarda il meccanismo delle analogie visive. Ecco allora che, dopo aver dipinto con la vernice bianca un’infinità di puntini su fondo nero, si mette a tracciare un itinerario, collegando alcuni di essi con una riga bianca. È una sorta di viaggio il suo, al quale qualcun altro darà tutt’altra connotazione e da un’immagine unica ottiene un’immagine variabile, un campo aperto a molteplici interpretazioni e significati. Intende così: “far scattare nello spettatore il meccanismo delle analogie visive, delle proiezioni interiori, oppure il suo raziocinio analitico: questo il movimento continuo, mentale, che mi interessa. Qui non conta il perché della mia scelta, il viaggiante non sono io.”


Note Biografiche
Nasce nel 1944 a Campina Grande e trascorre l’infanzia in vari luoghi del Brasile, apprendendo i primi rudimenti del disegno dal nonno paterno. Dopo aver lasciato il collegio lavora come progettista, grafico e illustratore e inizia a seguire le lezioni di Oswaldo Goeldi alla Scuola Nazionale di Belle Arti. Nel 1964 tiene una personale alla Galeria Relevo di Rio de Janeiro con presentazione di Pierre Restany, e inizia a esporre anche in Francia. Grazie a una borsa di studio nel 1967 soggiorna a Parigi e l’anno seguente si stabilisce a Milano, dove inizia la sua collaborazione con lo Studio Marconi. Nel 1971 è l’unico artista sudamericano invitato alla sesta rassegna internazionale del Guggenheim Museum di New York, e trascorre l’anno seguente negli Stati Uniti. Attento indagatore della funzione dell’arte come sistema linguistico e comunicativo e dei suoi rapporti con l’industria culturale globale, sperimenta diversi strumenti espressivi (pittura, video, fotografia, installazioni e libri d’artista) attuando anche una ricerca sulla sonorità, da cui nasce Record:The Space Between. Nel 1977 compie un viaggio in India e in Nepal, un’esperienza da cui nascono le opere su carta fatta a mano con colori di origine vegetale. Tra il 1978 e il 1981 è di nuovo in Brasile, dove insegna alla Universidad Federal di Paraîba e fonda il Nucleo de Arte Contemporanea, un organismo finalizzato alla promozione delle ricerche più attuali. Inizia a collaborare con il Ministero della cultura e si dedica attivamente all’organizzazione di mostre anche in ambito internazionale. Tornato a Milano riprende il suo lavoro in atelier, e nei primi anni ottanta iniziano a comparire importanti pubblicazioni che ripercorrono il suo itinerario creativo. Nel 1984 Helmut Friedel cura una sua grande retrospettiva alla Stadtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco e Kynaston McShine lo invita a un’ampia rassegna internazionale al Museum of Modern Art di New York. Sue opere compaiono sempre più spesso in mostre di ricognizione delle ricerche d’avanguardia, mentre prosegue la sua collaborazione con Giorgio Marconi, che ospita una sua personale nel 1995. Nel 1998 partecipa alla Biennale di Saõ Paulo e negli anni seguenti prosegue la sua intensa attività espositiva presso gallerie e musei internazionali, tra cui figurano il Walker Art Centre di Minneapolis, il Museo de Arte Contemporanea di Niteroi, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, il Museo de Arte Moderna di Saõ Paulo, il Museo de Arte Moderna di Rio de Janeiro, il Los Angeles County Museum of Art. Tra le più recenti esposizioni cui partecipa segnaliamo: The World Goes Pop, alla Tate Modern di Londra; Transmissions: Art in Eastern Europe and Latin America 1960-1980, al MoMa di New York (2015-2016) e International Pop al Philadelphia Museum of Art (2016).