Antoine Puisais / Archeologia e Architettura

Torino - 25/09/2015 : 25/10/2015

La Fondazione 107 è lieta di presentare la prima mostra personale dell’artista francese Antoine Puisais e la mostra collettiva Archeologia e Architettura.

Informazioni

Comunicato stampa


Let the legs do the work – solo show Antoine PUISAIS


Archeologia e Architettura – group show
Aaron Bobrow - Toby Christian - Ethan Cook - Bas van den Hurk - Paul Kremer –
Duncan Macaskill - Haley Mellin - Nika Neelova - Philipp Roessle –
Les Rogers - Camilla Steinum

a cura di IDEA – Institute for the Development of Emerging Art – New York

Inaugurazione venerdì 25 settembre dalle ore 18.00 alle ore 21,00

Let the legs do the work – solo show Antoine Puisais

La Fondazione 107 è lieta di presentare la prima mostra personale dell’artista francese Antoine Puisais. Sarà esposta una serie di nuovi lavori su tela che sviluppa il gioco di segni e cancellature caratteristico della sua produzione pittorica.
Puisais è da tempo interessato alla sovrapposizione o eliminazione di materiali, segni, gesti. Per questo prepara livelli stratificati di supporti in compensato, dipinge su strati di acrilico e carta plastificata, introduce elementi del collage e utilizza applicazioni serigrafate.
Per realizzare la nuova serie di dipinti su tela che saranno esposti per la prima volta in questa mostra, Puisais cosparge di colla un pannello di compensato e stende la tela sulla superficie in modo da staccare lo strato dell’immagine dal suo supporto, quasi come un archeologo rimuoverebbe un affresco antico dalle pareti di una villa dell’epoca romana o rinascimentale. Puisais apprezza sia gli imprevisti che la calcolata spontaneità di questo procedimento: c’è l’accurata composizione intenzionale dell’artista seguita da una rinuncia all’autorialità quasi alla John Cage attraverso l’atto imprevedibile di strappare la tela. È un’affascinante inversione del suo precedente modo di trattare i pannelli in compensato sia costruendovi sopra superfici sia scavando a fondo nei loro strati in un’operazione quasi geologica.
Se i pezzi di compensato erano generati dal punto di vista dell’aggiunta di strati e forme disposte una sull’altra, i trasferimenti della tela sradicano l’immagine e la presentano al contrario come se guardassimo dal punto di vista della superficie vuota su cui l’artista sta intervenendo.
L’idea a Puisais è venuta osservando gli infiniti strati di carta sovrapposti sulle pubblicità della metropolitana di Parigi. Guardando l’alternanza dei manifesti variopinti e il patchwork di fogli di carta pigmentata incollati sopra, non ha potuto evitare di farsi catturare dalla conversazione tra segni, graffiti, strappi e interventi che si producevano quando i passanti venivano sedotti dalla prospettiva di una tabula rasa in cui potevano interagire sia con lo spazio stesso sia, per estensione, con gli altri parigini.
Puisais abbraccia questo processo democratico di produzione artistica riferendosi agli strappi, segni e incisioni che si verificano spontaneamente in queste sedi pubbliche. Ciò lo porta a dialogare con i pittori iconoclasti emersi negli anni Ottanta. Per esempio Christopher Wool che ha tratto più volte ispirazione dai graffiti e cartelloni di New York o Rudolf Stingel che spesso installa celotex nelle mostre e invita il pubblico a lasciarvi un segno. Come Wool e Stingel, il lavoro di Puisais conserva il flusso spontaneo e l’eccitazione dei gesti e segni trovati nell’ambiente urbano e al tempo stesso li cattura e li offre al nostro sguardo. Questo atteggiamento ci riporta ancora più indietro nella storia dell’arte, ai poster strappati e riutilizzati dagli sperimentatori del décollage come Raymond Hains, Jacques Villegle e Mimmo Rotella, attivi a Parigi e Roma negli anni Cinquanta e Sessanta, o ai collage ancora precedenti di Kurt Schwitters, meticolosamente composti a partire da materiali di uso comune.
La mostra sarà accompagnata da una monografia illustrata sull’artista con un saggio di Alex Bacon.







Archeologia e Architettura – group show
Aaron Bobrow - Toby Christian - Ethan Cook - Bas van den Hurk - Paul Kremer –
Duncan Macaskill - Haley Mellin - Mohamed Namou - Nika Neelova - Philipp Roessle –
Les Rogers - Camilla Steinum

L’archeologia comporta lo scavo nella materia per dissotterrare strati nascosti del passato mentre l’architettura evoca la costruzione per parti di una struttura che ambisce a durare. Le due discipline sono strettamente connesse perché l’architettura del presente è destinata a diventare il soggetto dell’archeologia del futuro. Possiamo parlare negli stessi termini degli approcci contemporanei alla produzione artistica. Per gli artisti di oggi la pittura non è più una pratica consolidata per cui si applica pigmento a una tela; il termine ormai comprende una diversità di modi in cui materiali e processi variegati possono essere incorniciati e presentati all’analisi e alla contemplazione dello spettatore.
Gli artisti di oggi sono spesso interessati al funzionamento di questi materiali e processi e li esplorano componendo elementi per aggregazione o viceversa scomponendoli nelle loro parti costitutive. Questa operazione si estende dalla pittura alle pratiche materialistiche all’interno della scultura contemporanea i cui creatori reagiscono a impulsi simili a quelli che motivano i pittori. La tecnologia ha riorientato la consapevolezza che ha l’artista del mondo materiale attorno a sé non solo operando a volte una mediazione o un distanziamento, ma anche offrendo strumenti per affrontarlo in modi inediti. Gli artisti di oggi, come nativi digitali, trovano il futuro promesso da smartphone, tablet e altri dispositivi più promettente che sinistro e tuttavia decisamente radicato nel mondo materiale, nei fenomeni naturali quanto umani non del tutto dispersi nell’etere della “nuvola” digitale.
Se consideriamo questi due modi fondamentali in cui oggi lavorano gli artisti, costruire un lavoro o decostruirlo materialmente, allora possiamo dividere in due categorie quelli presentati alla mostra: da un lato quelli che adottano un approccio archeologico, dall’altro quelli che prediligono un approccio architettonico. Certo questi confini non sono sempre ben definiti perché si tratta di due lati della stessa medaglia concettuale, nel senso che ciò che viene costruito lascia intendere ciò che può essere decostruito.
Tra quelli che rappresentano il lato archeologicamente orientato della mostra ci sono Aaron Bobrow che fruga l’ambiente urbano per trovare i suoi materiali e stabilisce rapporti complessi con i luoghi da cui provengono, oltre ad avviare un dialogo con le tradizioni dell’arte processuale, come l’Arte Povera e il Post-minimalismo e i quadri minimalisti di Frank Stella e Brice Marden. Duncan Macaskill rivela un’impostazione simile in quanto usa materiali naturali, di solito cenere, che lo aiutano a trattare la tela come se fosse il residuo di qualche evento meteorologico svelando nel processo la struttura del telaio. Les Rogers accompagna gli spettatori in viaggi complicati che mirano a dissotterrare le sfumature e le trame negli strati di pittura, mentre Philipp Roessle adotta un approccio più direttamente archeologico nei recenti acquerelli che usano come materiale di partenza le forme di bandiere antiche da lui scoperte in un recente viaggio a Roma. Anche Haley Mellin nel suo lavoro fa riferimento al passato reinterpretando una gamma di opere d’arte classiche che vanno da Gerhard Richter a Leonardo Da Vinci, elaborate con tecnologie contemporanee come imaging e stampa digitale.
Invece, gli artisti caratterizzati da un approccio più architettonico comprendono Ethan Cook il quale, nei suoi ultimi lavori—monumentali bassorilievi in vetroresina—rievoca il recente passato e porta avanti il suo antico interesse per il potenziale del progresso industriale. I quadri di Bas van den Hurk appaiono regolarmente in installazioni più ampie che richiamano l’attenzione sulla loro interazione con lo spazio in cui sono esposte. Le campiture di colore pieno e biomorfico alla Matisse di Paul Kremer mostrano un approccio formalista alla costruzione della composizione, anche se in termini eminentemente pittorici. I lavori in carta riciclata di Toby Christian rielaborano i testi scritti dall’artista insieme a testi trovati dai quotidiani e dalla corrispondenza personale formando una poltiglia che l’artista utilizza per plasmare bassorilievi simili a plastici architettonici. Nika Neelova usa materiali architettonici di recupero per costruire strutture complesse che risultano invitanti ma poco funzionali, mentre gli assemblage di tessuti di Camilla Steinum evocano una specie di architettura post-apocalittica fatta di ciò che è a portata di mano. A dimostrazione di come queste due categorie tendano a fondersi, i lavori sia di Neelova che di Steinum possono anche essere immaginati come sedi di un’archeologia futura ancora di là da venire.
- Alex Bacon, New York, 2015