Anna Capolupo – Mundus Muliebris

Informazioni Evento

Luogo
ANDREA NUOVO HOME GALLERY
Via Monte Di Dio 61, Napoli, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al
Vernissage
17/10/2026

ore 11

Artisti
Anna Capolupo

Nella ricerca di Capolupo sono centrali il ruolo delle immagini e la fisionomia dei simboli e dei miti che, nel loro rapporto con la storia e la tradizione si intrecciano nel profondo orizzonte culturale del mediterraneo.

Comunicato stampa

La Andrea Nuovo Home Gallery è lieta di invitarvi all’opening di MUNDUS MULIEBRIS prima personale a Napoli dell’artista Anna Capolupo dalle ore 11:00 alle 19:00, in via Monte di Dio 61, Napoli.
Il simbolo, nella sua origine, è dunque il segno tangibile di una memoria condivisa e la figura della riconciliazione tra elementi separati, una testimonianza di unità spezzata e potenzialmente ricomponibile
(E. Cassirer, Filosofia delle forme simboliche)

Nella ricerca di Capolupo sono centrali il ruolo delle immagini e la fisionomia dei simboli e dei miti che, nel loro rapporto con la storia e la tradizione si intrecciano nel profondo orizzonte culturale del mediterraneo. Nei suoi lavori vengono svelati frammenti delle forme e delle forze che compongono il suo imaginale come un insieme di immagini cariche di valori affettivi che agiscono autonomamente dall’individuo e dal supporto che li contiene (Wunderburger). Sono tutti “oggetti” che ritraggono un’esperienza comune e intima, una visione di mondo condivisa e, spesso, dimenticata, fatta di riti e costumi ancestrali dove il ruolo conoscitivo e la potenza trasformativa del mondo delle immagini rivelano la vitalità dello spirito umano. La pratica artistica di Anna è caratterizzata da un complesso repertorio visivo che rimette in moto la polimorfia e la atemporalità degli archetipi e, da un tratto essenziale, arcaico e volutamente bidimensionale dove la profondità, anzi, lo spazio figurativo, emerge lentamente dall’originale scelta cromatica, dalla simultaneità delle scene e dai racconti che tesse all’interno delle opere pittoriche, delle ceramiche e nell’installazioni. Il suo è un segno grafico che ricorda i motivi precolombiani (come nell’opera “Specchio”) e alcuni esponenti dell’arte sudamericana della prima metà del XX secolo, in particolare, quelli appartenenti al surrealismo carpentieriano, per la monumentalità, la figurazione scultorea e la ricreazione di mondi favolosi popolati di creature impossibili.
In Mundus Muliebris l’artista stabilisce un tunnel iconografico che riporta lo spettatore all’interno di scenari domestici, mistici e rituali principalmente attraverso lo studio della natura morta e delle antiche Pinakes greche che, facevano parte di un rito di devozione di massa, non elitario, della dea Persefone. Sono raffigurati dunque i doni offerti alla divinità, tutti femminili, riferiti al mondo della donna, come specchi, cassette o oggetti in terracotta o legati ai riti di passaggio di status delle fanciulle dall’età infantile all’età adulta, come giocattoli e bambole a cui si aggiungono figure di animali offerti alla dea, con preponderanza il gallo ma anche colombe, papere, serpenti, teste di tori e arieti nella forma di vasi. Presenti anche la frutta (mele, melograni e fichi), piante come il cipresso, il narciso e l’asfodelo, il grano e le uova, simboli di immortalità e fertilità.
In mostra oltre 15 opere che si muovono in uno spazio dilatato fra passato e presente, fra quotidianità e esperienza onirica, ricordi di bambina e di storie raccontate, di lingue sconosciute a molti e che nessuno sa scrivere. Nelle opere di Mundus Muliebris c’è un costante richiamo al culto di Kore, con i tutti i passaggi del ciclo della vita, della morte e della rinascita. Tra i lavori esposti, due installazioni, Rune e La dedica dei capelli. La prima, una tenda chiusa con all’interno una scultura in ceramica (“Antenate”) a rappresentare un istante di raccoglimento e preghiera oppure il focolare domestico, custodito dalle donne, archetipo della famiglia e della continuità della vita. La seconda invece è una struttura aperta e poligonale costituita da pannelli in cartapesta, una sorte di separé che però non è concepito per dividere ma per scandire passo a passo il racconto di Persefone. Capolupo intreccia diversi livelli di lettura partendo dalle pinakes mette in relazione la dimensione nuziale con quella funeraria, delineando la dea come sposa della morte, in cui il matrimonio è concepito come eroizzazione della donna arrivando infine alla sua dimensione contemporanea che somiglia ancora di più a quella greca del mito classico, l’eroina in tempi di femminicidio. L’immaginario raffigurato qui dunque – come spiega Durand – si manifesta in una retorica profonda, che conferisce il primato allo spazio “figurativo”, sostituendo ai metodi della interpretazione discorsiva classica, processi esplicativi spaziali e topologici.
Nel percorso della mostra – le opere pittoriche, le installazioni ed infine, le ceramiche che richiamano il legame con i pane rituale e con i mustazzoli – scioglieranno dei significati profondi che riguardano i diversi momenti del mondo mulieris, ciò che nel mito greco precede le nozze, le offerte alla divinità e gli altri sacrifici prenuziali, come la cerimonialità privata (scioglimento dei capelli, vestizione, bagno rituale, rituali di cosmesi) ed infine, la certificazione degli obblighi della sposa. Sebbene alcune delle scene siano legate al ratto, alla violenza e alla crudeltà imposta dalle consuetudini sociali altre invocano una celebrazione, una conciliazione e un rinnovamento del patto tra l’uomo e la natura. Il mito della dea è, nel complesso delle opere di Capolupo, un istrumento di mediazione simbolica per assimilare e comprendere alcune tracce del passato e dei vincoli che l’immaginario collettivo tramanda. La sua ricerca e il suo linguaggio plastico si concentrano sul precario equilibro tra le polarità: sogno e realtà, vita e morte, luce e tenebre in un continuum esistenziale e, a volte, tragicamente romantico che consente di intuire la chimera dell’eternità.