Ancora qui. Prologo. L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose
Intrecciando arte contemporanea, fotografia, installazione e performance, Ancora qui_Prologo cerca di restituire – attraverso i linguaggi del presente – il senso della memoria custodita in questo luogo.
Comunicato stampa
Si tratta di un’apertura straordinaria, che consente al pubblico – per la prima volta – l’accesso al magnifico Refettorio monumentale del complesso, in un momento in cui i lavori di restauro sono ancora in corso.
Una condivisione temporanea e preziosa di un luogo carico di storia, destinato a tornare a vivere in molti dei suoi spazi già dalla metà del 2026.
Durante i lavori di ristrutturazione sono emersi numerosi reperti originali, appartenuti a chi visse tra queste mura: tracce materiali di un’umanità che il percorso espositivo valorizza e rilegge in chiave poetica e civile.
Questi ritrovamenti dialogheranno con una serie di interventi artistici originali.
Un omaggio alla vocazione educativa, formativa e sociale del Real Albergo dei Poveri (chiamato comunemente RAP), da sempre “fabbrica del saper fare”.
Intrecciando arte contemporanea, fotografia, installazione e performance, Ancora qui_Prologo cerca di restituire - attraverso i linguaggi del presente - il senso della memoria custodita in questo luogo.
Un archivio in cammino, scandito dagli oggetti ritrovati durante i lavori di restauro in dialogo con opere di artisti del segno come Norma Jeane e Antonella Romano o maestri della fotografia come Mimmo Jodice e Luciano Romano.
Documenti rari che testimoniano aspetti meno conosciuti della vita quotidiana al RAP.
Dal 1781 quelle bambine e quei bambini impararono mestieri e furono educati "al fare": uscirono da questo luogo formati per essere calzolai, bandisti, scrivani, sarte, intagliatrici, ricamatrici e molto altro ancora.
A cui si aggiungono un racconto originale della scrittrice Viola Ardone e una colonna sonora creata da una sintesi di voci d’archivio e suoni contemporanei firmata da Massimo Cordovan.
In mostra: scarpe (adulti e bambini); oggetti vari: piatti, bicchieri, caffettiere, posate, letti, valigie, macchine da scrivere, preziosi documenti dell’esercito e altri reperti d’epoca.
Molti i filoni narrativi: la nascita delle scuole dell’arte, la generosità dei donors (nel 1874 la famiglia Rothschild è tra quelle che sostiene questo ‘modello di inclusione sociale che insegna a saper fare’) ma anche la crudeltà del regime (si rasano le teste delle bambine fino al primo mestruo per poterle poi dare in moglie al miglior offerente delle classi agiate), l’investimento sulla lingua dei segni (il tema di un’allieva è una lama che definisce un contesto, un periodo ma anche il mondo di chi attraversa la vita senza parole).
Voluto da Carlo di Borbone e da sua moglie Maria Amalia di Sassonia nel 1751 come rifugio per gli indigenti del Regno, L’Albergo dei Poveri (RAP) fu pensato da Ferdinando Fuga come il più grande edificio d’Europa.
Un luogo di accoglienza e riscatto, non di reclusione.
Re e regine, religiosi e architetti vi proiettarono l’utopia di una città che potesse redimere la propria miseria attraverso il lavoro e l’istruzione.
Padre Gregorio Maria Rocco promosse una raccolta di donazioni per il sostegno del Real Albergo dei Poveri e per tutta la vita fu accanto agli ultimi, agli emarginati che non voleva nessuno.
Tanto che Alexandre Dumas così lo descrive alla sua morte: “Nel corso dell’anno 1782 morì a Napoli, in età di 82 anni, un monaco domenicano, più popolare, e più celebre pe’ suoi sermoni, di quel che non sono stati in Francia Flechier, Fenelon, Bossuet […].
Questo monaco si chiamava Padre Rocco. Egli era più potente a Napoli del Sindaco, dell’Arcivescovo, ed anche del Re”.
All’Albergo dei Poveri l’infanzia non aveva nome: orfani, abbandonati, figli di condannati. Le donne furono le prime lavoratrici invisibili: povere, abbandonate, “disonorate”, malate o prostitute.
Entrate alla fine del Settecento, avviarono opifici e laboratori di guanti, fiori e spilli, motore silenzioso dell’istituto.
Nel tempo, nuove autorità religiose e laiche ne controllarono le vite e i destini: poche ricevettero una dote, molte, troppe finirono a fare le cameriere a servizio della nobiltà e della borghesia.
Rimasto incompiuto, il “gigante” di via Foria continua a interrogare Napoli: un sogno di giustizia sociale scolpito nella pietra.